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Sebbene non sia considerata una problematica prioritaria nel nostro Paese, il lavoro non retribuito sulla cura e sull’assistenza delle persone rappresenta una questione presente già da moltissimo tempo. E nonostante sia stata prestata sufficiente attenzione, non si è ancora riusciti ad arrivare a soluzioni realmente concrete. Ma chi sono le persone che si occupano di un simile lavoro gratuito? In una società in cui, per la maggior parte dei casi, sono le madri a farsi carico dell’intera gestione della casa, la risposta risulta essere abbastanza palese. Tuttavia, non bisogna soffermarsi solo dinanzi a suddetta affermazione, bensì è necessario andare ad approfondire per capire il fulcro della questione. Il lavoro invisibile delle donne agli occhi della società Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Disparità salariali di genere: dati alla mano

Come già accennato precedentemente, il lavoro di cura è una forma di lavoro non retribuita. Ciò che però bisogna chiarire, sin da subito, è che tale problema non interessa solo le madri in sé, ma le donne in generale. Infatti, esse sono considerate le principali responsabili della famiglia e della casa, di conseguenza ciò rappresenta anche il loro principale ostacolo alla partecipazione nel mercato del lavoro. Dunque, non risulta essere una sorpresa che le donne siano considerate, purtroppo, la forza lavoro più flessibile, meno pagata, sotto-inquadrata e più facilmente licenziabile.

Ma il lavoro non retribuito delle donne è sottovalutato perché è invisibile o è invisibile perché non gli diamo il giusto valore?

Per riportare dati alla mano, secondo il libro “Invisibili” della giornalista e attivista britannica Caroline Criado Perez (pubblicato in Italia nel 2020): in tutto il mondo, il 75% del lavoro non retribuito viene svolto dalle donne, il che corrisponde mediamente dalle 3 alle 6 ore al giorno. Per quanto riguarda l’Italia, nello specifico, il 61% del lavoro femminile compie del lavoro non retribuito. Mentre solo il 6 % degli uomini si ritrova nella medesima situazione.

Come se non bastasse, tuttora, per molte donne italiane la maternità e la carriera rappresentano due scelte distinte e difficilmente conciliabili, specie in assenza di condizioni economiche agiate alle spalle. Infatti, la maggior parte di loro sacrificano tempo ed energie per il benessere della collettività. Questo è dovuto alla carenza di servizi pubblici diretti garantire sostegno alle famiglie. Per di più, questa forma di assistenza gratuita in casa fa risparmiare allo Stato 395 miliardi. Ciò avviene perché il lavoro di cura impiegato dalle donne non è riconosciuto, anzi, viene considerato una predisposizione naturale, quindi, gratuito.

Tra l’altro, secondo gli ultimi dati riportati dall’Instat, il differenziale retributivo di genere (Gender Pay Gap cioè la differenza fra gli stipendi di un uomo e una donna che fanno lo stesso lavoro), nel 2018, corrispondeva ad una media del 6,2% in Italia. Un dato che, in realtà, non sembra così allarmante a confronto di molti altri paesi europei. Purtroppo, però, ciò cambia quando si va ad analizzare il Gender Pay Gap complessivo. In quanto bisogna includere: i settori lavorativi prettamente femminili, le posizioni occupate dalle donne, il fatto se siano laureate o meno e il numero di lavoratori part-time. Qui, infatti, il tasso di differenza di stipendio tra uomini e donne è di circa il 44% su una media europea pari al 39%.

Il lavoro part-time e le pensioni delle donne

Molto più spesso di quanto si pensi, per conciliare nel migliore dei modi il lavoro retribuito e la responsabilità di accudimento, le donne scelgono il part-time. Ma, come si sa, chi lavora a orario ridotto riceve una paga oraria inferiore rispetto ai lavoratori a tempo pieno. È così che le donne finiscono per accontentarsi di mansioni al di sotto delle loro capacità e dei loro studi, che garantiscono la flessibilità di cui hanno bisogno, ma non lo stipendio che realmente meritano. Alcuni la chiamano “scelta”, tuttavia, quando non ci sono altre opzioni realistiche, la cosiddetta “scelta” risulta essere, in realtà, l’unica via d’uscita possibile. Senza contare, tra l’altro, che il carico di lavoro supplementare si ripercuote negativamente anche sulla loro salute.

Altra questione importante sono i sistemi pensionistici statali, i quali non tengono conto dei minori guadagni che una donna accumula nella sua vita lavorativa. Secondo la Banca mondiale, le pensioni dati a uomini e donne sono calcolate in base al salario che hanno sempre ricevuto e alla durata prevista durante il lavoro. Ciò potrebbe sembrare un sistema funzionante nel complesso, se non fosse che penalizza molto le donne in quanto da un lato devono sottrare al lavoro retribuito una parte di tempo da dedicare a quello non retribuito; e dall’altro bisogna tener conto che le donne vanno in pensione prima degli uomini, dunque il risultato è che esse perdono una quota essenziale di contributi pensionistici (soprattutto se è il primo fattore a colpire di più).

Cosa si sta facendo a riguardo?

Sempre secondo quanto affermato dall’Instat, su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne. Un dato allarmante perché ciò vuol dire che la pandemia ha allargato il problema della disparità di genere. Ma non è una sorpresa che le donne siano state le prime vittime sacrificali dei datori di lavoro, visto quanto affermato precedentemente.

Ciò nonostante, molte donne non sono rimaste con le mani in mano. Anzi, tra le diverse possibili soluzioni, è stata creata un’apposita petizione a riguardo, chiamata “il giusto mezzo”. Si tratta di una lettera destinata alla presidenza del Consiglio dei Ministri, incentrata sulla richiesta di comporre la task force da metà donne e di indirizzare metà delle risorse del Recovery Fund alle diverse problematiche che hanno colpito le donne. Tra queste, appunto, il lavoro non retribuito.

In conclusione, le basi per creare un equilibrio di genere e una nuova concezione del lavoro di cura ci sono, ma si spera che a qualcosa di più concreto ci si possa arrivare, nel più breve tempo possibile.

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