Tolleranza, integrazione. Questi sono i principali temi trattati in occasione della presentazione del romanzo “Il sogno di Safiyya” di Nuccio Franco tenuta a Roma. Per l’occasione il deputato Khalid Chaouki del PD, coordinatore intergruppo immigrazione ci offre una dettagliata panoramica sul fenomeno dell’immigrazione in questi anni e di esplicazioni sull’iter normativo a riguardo.

In Italia è assente una strategia efficace per gestire i richiedenti asilo. Tempi lunghi, burocrazia impossibile, rallentano l’accesso alla protezione umanitaria. Cosa ne pensa?

Questa assenza l’abbiamo vista maggiormente dopo la tragedia del 3 ottobre scorso a Lampedusa dove davanti tutto il mondo si è visto cm l’Italia non è in grado  garantire questa accoglienza. Le cose da fare sono innanzitutto, da una parte  ripristinare i parametri europei  d’accoglienza. Centri più piccoli, gestione più trasparente, chiedendo a tutti gli enti gestori, alle prefetture di rendere conto delle grandi risorse destinate all’accoglienza che spesso  non vengono usate nei modi preposti. Poi occorre una diffusione più diffusa sul territorio, i profughi non possono essere concentrati solo nel meridione, e non intaccare la pace sociale delle piccole comunità. L’ultimo punto che è centrale: L’Italia da sola non può fare fronte a questi enormi flussi, va chiesto a tutti i paesi europei  di condividere con l’Italia l’accoglienza dei profughi, e dar soprattutto loro la possibilità di muoversi all’interno dell’Unione Europea.

Il grosso dei flussi migratori arriva da paesi in transizione istituzionale. Con i respingimenti non si rischia di violare il diritto alla protezione umanitaria?

Grazie a dio i respingimenti sono stati sospesi, perché di fatto dichiarati incostituzionali. L’Italia è uno dei pochi paesi che prevede tra i principi fondamentali della Costituzione il diritto d’asilo. C’è stata comunque un’operazione importante del governo precedente che sta proseguendo ancora oggi, che prende il nome di Mare nostrum, che ha l’obiettivo di salvare queste persone e di portarli sulla terra ferma per poi verificare lì chi di questi ha diritto alla protezione e alla tutela. Nel passato c’è stata una complicità dei governi italiani rispetto alle dittature come in Libia. Il fatto di mandare indietro persone che non avrebbero mai avuto la  possibilità  di essere tutelati, oggi non è più possibile.

Come la politica, può fare dei flussi migratori in entrata, una opportunità di crescita economica e di arricchimento culturale per il paese?

Negli ultimi 20 anni in Italia, da quando  ci sono stati i flussi migratori più massicci, non è stata raccontata una verità alla società , e che appunto gli immigrati non si trovavano per caso, ma perché c’era bisogno di manodopera, di alcuni lavori che gli italiani non facevano più avendo aspirazioni diverse. Grazie alla loro presenza l’Italia è andata avanti in molti settori. E’ chiaro che ci sono anche alcuni nicchie nel lavoro di ricerca dove si deve interpretare l’arrivo di flussi come arricchimento. Non si devono interpretare come invasioni, come noi ci lamentiamo dei cervelli italiani che vanno all’estero, la stessa cosa dovrebbe valere anche per l’Italia. E’ con questi movimenti che ci si arricchisce. Noi in questo senso siamo un pò chiusi, l’immigrazione non è solo una questione di bisogni, ma una necessità umana da sempre.

Che differenze ci sono  suo parere tra altri paesi dell’Unione Europea, e l’Italia riguardo le politiche sull’immigrazione,  e sull’integrazione dell’immigrato?

L’Italia è stato uno degli ultimi paesi  che ha iniziato a ragionare sulla immigrazione e sul modello di società che cingiamo a costruire. Abbiamo di fronte vari modelli di integrazione da quello americano, a quelli europei. Noi in Italia abbiamo una non immaginazione di un modello,  abbiamo di fatto una convivenza  fondata sulle esperienze locali, sulle amministrazione, sulle associazioni. L’opportunità italiana la vedo su due cose: la prima è che non abbiamo comunità concentrate (algerini in Francia, pakistani in Regno Unito), mentre l’Italia ha vissuto una presenza molto plurale. La seconda cosa è che abbiamo una divisione sul territorio più ampia, in Italia credo che possiamo favorire l’inserimento individuale del soggetto sulla base del diritto alla cittadinanza che devono valere per tutti e garantire i diritti delle minoranze dal punto di vista religioso, e i diritti sociali. Lo Stato ha il compito di investire sul suo cittadino. Investire sulla scuola, sulla promozione delle pari opportunità  per garantire l’accesso nelle scuole anche ai figli degli immigrati, sulla libertà delle donne, delle ragazze che in molti casi sono vittime di circuiti comunitari che impediscono loro di essere libere. Non credo che noi dobbiamo per forza imitare i modelli europei. Loro oggi sono  in grande difficoltà, dal Regno Unito all’Olanda perché non hanno lavorato su un  senso comune di cittadinanza.

nicoletta petrillo

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