Trecentonove rintocchi di campana, tanti quante le vittime del sisma del 2009, hanno risuonato alle 3.32 dello scorso 6 aprile rompendo il silenzio della notte. Dopo due anni di emergenza sanitaria, in cui la prevenzione al diffondersi del Coronavirus ha costretto anche la cessazione delle celebrazioni commemorative, i cittadini dell’Aquila si sono potuti ritrovare insieme nella ormai tradizionale fiaccolata in ricordo del terremoto che distrusse gran parte della città. Quest’anno, per la prima volta, i nomi delle vittime di quella tragica notte sono stati scanditi in un luogo destinato al loro ricordo, fortemente voluto dal Comitato familiari delle vittime e dalla cittadinanza tutta: il Parco della Memoria, situato non a caso nello snodo delle tre vie cittadine che hanno fatto registrare il maggior numero di morti.

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Il Parco della Memoria inaugurato a settembre 2021.

Al centro del parco si eleva un obelisco che, avendo la sua base all’interno della vasca d’acqua principale, si innalza verso l’alto quasi volesse toccare simbolicamente il cielo, nello stesso luogo in cui ai lati delle passerelle sono poste le targhe con i nomi delle vittime. Allo stesso modo, gli aquilani non hanno intenzione di dimenticare i propri amici, parenti e concittadini cui la vita, quella notte, è stata spazzata via per sempre lasciando solo un ricordo straziante che riempie tutte le giornate e non solamente il 6 aprile. Al contempo, trovandosi finalmente di nuovo insieme in una sorta di abbraccio collettivo,  i cittadini hanno voluto estendere il pensiero alle vittime della guerra in Ucraina e ai morti a causa della pandemia. Molti i richiami alla pace e alla speranza di un cessate il fuoco: dalle bandiere della pace esibite durante la fiaccolata, all’atleta ucraino che ha acceso il braciere nel Parco della Memoria, sino alle parole del sindaco Pierluigi Biondi dopo la messa svoltasi nella chiesa di Santa Maria del Suffragio in Piazza Duomo, che ha sottolineato come un messaggio di speranza ad un Paese martoriato come l’Ucraina possa giungere forte proprio da una comunità, come quella aquilana, che “non sa cosa significa arrendersi“.

L’obelisco è al contempo, però, ancorato a terra come a simboleggiare l’attaccamento alle radici di un territorio che, negli anni, ha dimostrato una forte resilienza guidata dalla volontà di ricostruire il patrimonio artistico-culturale che rende il centro storico dell’Aquila una perla artistica di inestimabile valore all’interno del panorama nazionale. Allo stesso tempo, la ricostruzione non può prescindere dal guardare anche al tessuto sociale che dà vita a una città e che, insieme alle mura, si è inizialmente frantumato ponendo importanti limiti alla socialità di ragazzi e ragazze che, disorientati, non sapevano più come e dove ritrovarsi per stare insieme, tematica questa saltata alla ribalta a livello nazionale con l’avvento del Covid. Chi come me, che avevo appena undici anni, ha vissuto il dramma del terremoto nel periodo pre-adolescenziale sa cosa significhi ritrovarsi con le amiche a passeggiare all’interno del solito centro commerciale e farselo bastare come luogo di attrattiva.

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Fiori deposti il 6 aprile scorso in ricordo delle vittime del sisma del 2009.

Chi ha all’incirca la mia età, però, ha anche visto nel corso degli anni le strade dell’Aquila trasformarsi rispetto a come le avevamo conosciute, le abbiamo viste riempirsi di persone nel weekend e di turisti durante i mesi estivi. Abbiamo visto palazzi e chiese risorgere in tutto il loro antico fascino e riaprire al passeggio molti vicoli caratterizzanti la città. Ciò non toglie che, però, molte cose restino ancora da fare e che sia ancora necessario rimboccarsi le maniche.

Una passeggiata a L’Aquila tra passato e presente 

In questa mia camminata virtuale tra le vie della città, ho deciso di cominciare proprio dal Parco della Memoria che così tante storie racconta, di cui protagoniste sono le numerosissime vite per cui quella scossa delle 3.32 è stata fatale. Scelgo di partire da qui perché, come accennato precedentemente, il luogo deputato al ricordo sorge proprio in corrispondenza delle tre vie che hanno fatto registrare il maggior numero di decessi quella notte: Via XX Settembre, Via Campo di Fossa e Via Luigi Sturzo. Muovere i primi passi da qui ha anche il significato simbolico di guardare al presente non perdendo mai di vista il dolore e gli errori del passato.

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Nel corso degli anni molto è cambiato e, soprattutto, si sono aperti dei vuoti laddove un vuoto incolmabile si è generato nelle vite delle persone che hanno perso i propri cari, giovanissimi in questo caso: la tristemente nota Casa dello studente in Via XX Settembre, che ospitava al suo interno gli studenti più meritevoli, è stata abbattuta nel 2017 togliendo per sempre dalla vista quel che restava della struttura sotto cui hanno perso la vita otto ragazzi e ragazze. Nel luogo dove sorgeva la Casa dello studente avrà luogo, in base al progetto formalizzato dal Comune, uno spazio-ricordo dei cinquantacinque studenti universitari morti sotto le macerie della città, come servisse a ribadire l’impossibilità di costruire un futuro dalle solide fondamenta senza memoria del passato. Nel frattempo, percorrendo il marciapiede che costeggia l’area, a colpire è il vuoto lasciato dalla demolizione e un grande manifesto su cui sono elencati tutti i nomi degli e delle studenti che hanno perso la vita, insieme all’esplicitazione della pena stabilita per coloro ritenuti colpevoli del crollo: condanna definitiva. Nella parte inferiore del manifesto, anche in relazione alla sentenza giudiziaria, spicca la citazione al verso iniziale di una poesia di Neruda: “È proibito piangere senza imparare“.

Spostandoci, tornando indietro, in Via Campo di Fossa ed addentrandoci al suo interno, è possibile percepire i lavori in corso attraverso l’udito ancor prima di verificarli con la vista, specialmente se ci si reca nelle ore mattutine. Anche questa via, come altre, si presenta ancora parzialmente in corso di ricostruzione nonostante i notevoli progressi degli ultimi anni. L’area è tristemente nota per il crollo di un palazzo sotto le cui macerie trovarono la morte ventisette persone, tragedia alla quale seguì una lunga vicenda giudiziaria che ha portato ad una condanna di risarcimento, per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al figlio di due vittime del crollo. L’edificio, infatti, presentava evidenti difformità che gli avevano impedito di resistere all’azione sismica. Negli scorsi anni anche il palazzo che sorgeva al suo fianco è stato abbattuto, lasciando anche qui un vuoto colmato solo dalla memoria e, in questo caso, anche dalla rabbia di chi piange i morti.

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Corso Vittorio Emanuele II.

Spostandoci in pieno centro storico, sia agli occhi di chi ha vissuto la città prima del sisma, sia di chi ne ha potuto godere solo dopo perché allora troppo piccolo, appare evidente come tredici anni di lavori solo occasionalmente interrotti abbiano portato a considerevoli passi avanti nella ricostruzione. Partendo dalla Villa Comunale e proseguendo il cammino prima in Corso Federico II che termina in Piazza Duomo, per poi percorrere Corso Vittorio Emanuele, è difficile non condurre gli occhi ad ammirare i palazzi neoclassici della città dove prima, negli anni immediatamente successivi al sisma, imponenti impalcature chiudevano l’orizzonte. L’Aquila è così, man mano, tornata ad attrarre la curiosità di turisti da ogni dove e, anche grazie al ritorno di molte attività commerciali e servizi di ristorazione, di giovanissimi che sono tornati a popolare il centro storico nel weekend e nel tradizionale giovedì sera aquilano, momento d’incontro degli studenti universitari. Dall’estate 2020, poi, un importante tratto dei portici è tornato finalmente accessibile al passeggio, riportando così alla vita uno dei simboli della città mentre si attende che anche l’ultimo tratto, ancora inaccessibile, si svesta dalle impalcature.

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I portici dell’Aquila.
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Tratto dei portici non ancora accessibile.

Se il centro storico è tornato, seppur ancora in parte, ad essere effettivo “centro” della convivialità aquilana, tanti risultano essere ancora i tasselli da ricomporre per poter dire di essere tornati a tutti gli effetti ad una normalità pre-sisma. Sicuramente, uno dei nodi ancora irrisolti è quello delle scuole: cinquantandue in tutto sono le strutture danneggiate dal terremoto del 2009, inagibili quindi da parte degli studenti. In loro sostituzione, protezione civile e governo costruirono celermente trentasei moduli provvisori che, proprio perché provvisori, dovevano svolgere la loro funzione solo per i cinque anni successivi che avrebbero consentito la ricostruzione dei plessi.

Ad oggi, solo due di queste strutture sono state riconsegnate agli studenti, mentre parte dei piccoli aquilani continuano a crescere ed imparare nei grandi container diventati parte del paesaggio a cui la cittadinanza si è ormai abituata. Uscendo un attimo dal centro storico strettamente inteso, per una delle scuole più grandi dell’Aquila una svolta in positivo sembra essere giunta proprio alla vigilia del tredicesimo anniversario del sisma: la scuola media Giuseppe Mazzini, inagibile dal 2009, tornerà probabilmente ad ospitare alunni e insegnanti tra tre anni, secondo il Provveditorato Opere Pubbliche interregionale che ha accelerato i tempi su un appalto da oltre sette milioni di euro. Storia lunga e travagliata quella della Mazzini, le cui foto degli interni ancora mostrano la vita quotidiana di una scuola in cui il tempo sembra essersi fermato: armadietti ancora in piedi, compiti in classe degli alunni, esperimenti, planisferi e cartelloni. Una vita che è ripresa altrove, in un modulo provvisorio con le pareti in lamiera anziché in muratura.

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Scuola media Edmondo De Amicis oggi.

Ed ancora la scuola media Edmondo De Amicis, un plesso che ha visto formarsi generazioni di aquilani e a cui la città è sempre stata molto legata, collocata in pieno centro storico a lato della bellissima Basilica di San Bernardino. La struttura, chiusa già da poco prima del sisma, ha subito notevoli danni la notte del 6 aprile e ad oggi, passandoci davanti, la facciata non risulta visibile perché coperta da teloni da cantiere a sostituzione delle imponenti impalcature nere che l’hanno cinta per anni. Entro fine 2022, secondo il progetto, i lavori dovrebbero concludersi anche se, sulla funzione che l’edificio ricostruito si troverà a svolgere, resta ancora un alone di mistero. La struttura infatti, almeno per quanto ad oggi siamo a conoscenza, non sarà riadibita a scuola.

Terminato il mio giro virtuale all’interno del centro storico dell’Aquila, una domanda dovrebbe sorgere spontanea al lettore quanto ai cittadini aquilani che ogni anno, in corrispondenza del 6 aprile, tornano a interrogarsi sulle vicende della città nel complesso: Ma allora, a che punto siamo con la ricostruzione? Sicuramente, nel privato questa ha proceduto in maniera molto spedita, tanto che in un breve lasso di tempo dovrebbe poter dirsi ultimata. Diverso è il discorso da fare per la ricostruzione pubblica, ferma a poco più della metà secondo gli ultimi dati, secondo cui restano ancora penalizzati anche le frazioni e i borghi che ruotano attorno alla città, molti dei quali vivono una condizione di spopolamento.

A restare aperta è anche la questione dei famosi Progetti C.A.S.E. voluti, per fronteggiare l’emergenza, dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Queste palazzine residenziali, costruite su piattaforme antisismiche in cemento armato, furono costruite per alloggiare parte delle persone che avevano perso la propria abitazione a causa del terremoto. Ad oggi, in diversi punti dell’area cittadina, le new tows trovano ancora posto dove prima del sisma, nella maggior parte dei casi, si estendevano grandi spazi verdi. Una parte degli appartamenti dei Progetti C.A.S.E., oggi, sono vuoti e se questo certamente costituisce un buon segno, in quanto significa che a molti aquilani è stata riconsegnata la propria abitazione, da questo scaturisce anche un interrogativo di non poca importanza: cosa farne, alla fine, di queste palazzine? Edifici che, in parte, presentano già diversi problemi dal punto di vista strutturale e che, in parte, sono inagibili proprio per questa ragione. È qui che si incontrano due momenti storici lontani nel tempo ma accomunati da un simile senso di precarietà vissuto dalla popolazione civile: molti degli appartamenti sfitti dei Progetti C.A.S.E. e dei MAP (acronimo che sta per “moduli abitativi provvisori”) ospiteranno i profughi provenienti dall’Ucraina. È così che L’Aquila si adopera ancora una volta per l’accoglienza di chi non ha più una casa ma che, stavolta, non l’ha persa a causa di un evento naturale bensì per mano dell’uomo.

Una comunità che non si arrende, quella dell’Aquila, e che sta man mano risorgendo dalle proprie macerie più forte di prima. Un messaggio di resilienza, questo, che si fa esempio e speranza per chi nel cuore dell’Europa guarda le proprie strade riempirsi di calcinacci, polvere e dolore. La luce emanata dal fuoco delle fiaccole, quest’anno, era anche destinata a loro.

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