Italia e Arabia Saudita, la situazione si complica. Il premier Conte: “stop alla vendita delle armi”

“L’Italia non è favorevole alla vendita di armi all’Arabia Saudita”. Questa la dichiarazione del Presidente del Consiglio alla conferenza stampa del 28 dicembre scorso, a Palazzo Chigi. La decisione è stata presa, spiega Conte, soprattutto per due motivi: l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e la guerra in corso in Yemen. Tuttavia, i rapporti tra Italia e Arabia Saudita sono sempre stati complessi e il provvedimento del premier sembra essere di difficile attuazione.

Il caso Khashoggi e le bombe italiane in Yemen

Nell’Ottobre del 2018, l’omicidio di Jamal Khashoggi ha causato un’ondata di indignazione pressoché globale. Secondo la CIA, il giornalista dissidente sarebbe stato ucciso in seguito a un ordine diretto del principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman. La vicenda ha portato diversi stati europei a cessare la vendita di armi agli arabi: Germania, Danimarca e Austria sono stati i primi a interrompere i rifornimenti. L’Italia ha cominciato a muoversi sulla stessa linea, sebbene con cautela, manifestando sgomento per l’accaduto e ritenendo necessari provvedimenti adeguati.

Altro evento che ha coinvolto direttamente lo stato italiano è stata la guerra arabo-yemenita, cominciata nel 2015. La catastrofe umanitaria cui si assiste tutt’oggi, porta anche la firma del nostro Paese. Lo ha rivelato nel 2017 un’inchiesta del New York Times: le bombe sganciate dall’Arabia Saudita contro la popolazione civile dello Yemen, nell’ottobre del 2016, provenivano dalla fabbrica sarda RWM. La scoperta ha confermato il ruolo dell’Italia come uno dei principali fornitori di armi al paese arabo, in palese contrasto con la Costituzione.

Di fatto, la Legge 185 del 1990 vieta espressamente l’export di materiali di armamento verso Paesi “in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”.

Il problema si basa, però, sul rischio che una definizione simile possa ritenersi datata. Le sempre più diffuse guerre “asimmetriche”, in cui non sono chiare le parti in gioco, rendono difficile definire il ruolo dell’Arabia Saudita. Lo stato arabo potrebbe considerarsi coinvolto in un conflitto armato perché interviene con altri Paesi a sostegno del governo dello Yemen, ritenuto legittimo, contro le fazioni ribelli. L’Italia in questo caso non starebbe violando nessuna legge.

Le difficoltà del governo italiano

Data la situazione, l’affermazione di Conte sullo stop alla vendita di armi non risulta chiara né semplice da contestualizzare. Non si comprende, ad esempio, se si riferisca alla guerra in corso nello Yemen o all’export militare verso l’Arabia Saudita nel suo complesso.

A settembre del 2018, il governo italiano non si era mostrato compatto sull’atteggiamento da tenere nei confronti del Paese arabo. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, aveva chiesto alla Farnesina di valutare il rispetto della norma circa le forniture di armi dirette all’Arabia Saudita. Il sottosegretario agli Esteri, il leghista Guglielmo Picchi, aveva però dichiarato la legittimità delle vendite in questione, invitando ad essere “consapevoli di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale” nel caso di un “diverso indirizzo politico”.

Su questo punto l’Italia si è trovata in crescente difficoltà, specialmente a livello economico. Un’eventuale interruzione dei rapporti con l’Arabia Saudita sarebbe in netta controtendenza rispetto alle scelte di altri Paesi, escludendo un importante comparto industriale da un mercato in costante ascesa. Nel 2017, secondo i dati di un autorevole istituto di Stoccolma, il Sipri, l’Arabia Saudita è stato il terzo Paese al mondo per spesa militare dopo Stati Uniti e Cina, con quasi 70 miliardi di dollari spesi nel settore, il 9,2 % in più rispetto all’anno prima.

È evidente perciò, che la questione della vendita di armi non sia affatto risolta. Lo dimostra chiaramente l’uso che di queste viene fatto per scopi repressivi, con conseguenze disumane per migliaia di persone. Sarebbe opportuno per l’Italia riflettere sulla situazione ed effettuare una scelta politicamente forte, rinunciando ad avere rapporti con un Paese che viola da sempre i diritti umani della popolazione. Al momento, però, l’unica preoccupazione sembra essere quella di tutelare i grandi interessi finanziari e politici, lucrando senza scrupoli sulla pelle di vittime inermi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Bernardoni
Nato a Roma il 6 Febbraio 1993, mi sono diplomato al Liceo Scientifico Statale Cavour. Ho conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne all'Università Sapienza di Roma e sono un laureando in Storia Moderna e Contemporanea nella stessa università. Questo tirocinio è la mia prima esperienza in campo giornalistico.

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