La Libia e la lunga crisi che sembra non avere fine

Secondo un detto libico, tutte le cose succedono a Bengasi. A partire dal discorso fatto da re Idris con cui proclama l’indipendenza del paese nel 1951, passando per i moti rivoluzionari del 2011 fino ad arrivare alla partenza dei mezzi militari del generale Haftar in direzione Tripoli dei giorni scorsi. Ma per quale motivo il signore di Bengasi ha deciso in maniera così drastica di dirigersi verso l’ovest del paese?

Il generale Haftar

Khalifa Haftar è stato uno degli uomini di Gheddafi durante il suo colpo di stato del 1961, tanto che nel 1987 durante la guerra con il Ciad ricopre il ruolo di ufficiale di comando. In Ciad avviene la rottura con il Raìs poiché Gheddafi si rifiuta di riconoscere i prigionieri di guerra. Allora Haftar decide di partecipare ad un colpo di stato contro il dittatore che termina senza successo e con la fuga dello stesso Haftar negli Stati Uniti. Durante la rivolta del 2011 ritorna in Libia per appoggiare i ribelli ma senza alcun esito. Torna definitivamente nel 2014 con l’operazione Dignità, una forza militare messa insieme grazie all’appoggio di diverse tribù libiche per combattere contro l’occupazione degli estremisti islamici.

La prima guerra civile

A seguito delle primavere arabe che hanno preso piede in alcuni paesi del nord Africa come Egitto ed Algeria l’effetto domino si è fatto sentire anche in Libia. Nel mese di febbraio 2011 Bengasi è stata la protagonista assoluta delle manifestazioni di piazza, in cui le persone si sono riversate per protestare contro il regime di Gheddafi. Diverse le cause, come l’alto tasso di disoccupazione, le politiche di censura del regime e il numero di migranti provenienti dai paesi sub-sahariani. Ma a far scattare la scintilla è l’arresto di un leader dei diritti umani che da il via alle manifestazioni di piazza che le forze armate del regime provano a reprimere con le armi. In pochi giorni le proteste si spostano anche in Tripolitania, dove le forze lealiste continuano a sparare sulla folla utilizzando anche alcuni raid aerei. Il 17 marzo viene instaurata una zona d’interdizione di volo con la risoluzione 1973 varata dal Consiglio di Sicurezze delle Nazioni Unite, legittimando così l’intervento dell’aeronautica di diversi stati e l’embargo di armi verso la Libia. Durante la stessa settimana, dopo circa un mese di guerriglia, le forze lealiste riescono a far indietreggiare i ribelli i quali poi durante il mese di agosto riusciranno a conquistare Tripoli, aiutati dai raid aerei delle potenze della Nato. Ad agosto i ribelli iniziano ad attaccare Sirte, dove nel frattempo si era rifugiato Gheddafi e dopo un assedio di quasi due mesi il 21 ottobre 2011 la città crolla e il Raìs muore pochi giorni dopo.

Le elezioni del 2012 e la seconda guerra civile

Anche se non era fiorita, si può dire che la situazione in Libia sia peggiorata dopo la morte di Gheddafi. I gruppi islamici hanno preso piede in particolare in Tripolitania, saccheggiando l’arsenale del Raìs e creando non pochi problemi dopo le prime elezioni tenute nel luglio 2012. La coalizione di centro e dei progressisti ha la meglio su quella islamica, ma nel maggio successivo la coalizione di opposizione presenta una proposta di legge al Congresso Nazionale Generale (Cng) che avrebbe vietato di ricoprire incarichi pubblici a tutti coloro che avevano collaborato con Gheddafi. La votazione avviene dopo l’irruzione di alcune forze armate in diversi ministeri con l’obiettivo di neutralizzare una parte del Cng, composto per la maggior parte da persone che avevano ricoperto diverse mansioni sotto il comando di Gheddafi. Nel dicembre 2013 il Cng decide che la Sah’aria deve essere la fonte di ogni legge.

Il 14 febbraio 2014 entra in gioco Haftar, dichiarando lo scioglimento del Cng e l’istituzione di una Commissione Presidenziale che avrebbe retto fino a nuove elezioni. Nel mese di maggio lancia l’operazione Dignità ed in poco tempo riesce ad occupare il parlamento di Tripoli in nome della lotta contro l’estremismo islamico. Nel mese di giugno si giunge a nuove elezioni che, però, a causa delle violenze che si registrano nel paese, vedranno l’affluenza del solo 18%. I risultati elettorali portano ad una netta sconfitta della coalizione islamica. Il parlamento, che avrebbe dovuto trovarsi a Bengasi secondo i nuovi accordi elettorali verrà, invece, spostato nella città di Tobruk a causa dei continui scontri tra Dignità ed Alba Libica nel bengasino. Nel mese di agosto le forze islamiche di Alba Libica riescono a recuperare l’aeroporto di Tripoli infliggendo una sconfitta agli alleati di Haftar e nel giro di alcuni giorni proclamano un Nuovo Congresso Nazionale Generale. In questa situazione la Libia si trova divisa a metà, con due governi situati uno nella città di Tripoli ed uno nella città di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale.

La mediazione dell’Onu e la versione di León

Il 27 agosto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva all’unanimità la Risoluzione n. 2174 (2014) al fine di chiedere alle parti l’immediata cessazione degli scontri e l’inizio di un dialogo politico inclusivo, mentre durante il mese di settembre Bernardino León riceve la nomina di Sottosegretario Generale dell’Onu in qualità di rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la Libia. Dopo circa un anno di trattative tra i due governi della Libia e diversi paesi membri delle Nazioni Unite viene nominato come primo ministro del nuovo parlamento Fayez al-Sarraj. Nel mese di dicembre viene firmata una pace da alcuni esponenti dei due parlamenti nella cittadina di Skhirat e il 23 dello stesso mese con la Risoluzione 2259 il Consiglio di Sicurezza riconosce quello di al-Sarraj come unico e legittimo governo della Libia.

Il nuovo governo al-Sarraj e la situazione attuale

Il nuovo presidente della Libia riconosciuto dalle Nazioni Unite Fayez al-Sarraj propone nei primi giorni di gennaio 2016 una lista di 32 nomi per la formazione di un nuovo governo che però viene respinta dalla Camera dei Rappresentanti che darà poi mandato ad al-Sarraj di proporre una nuova lista in 30 giorni, cosa che avverrà il 14 febbraio successivo. Il 30 marzo, invece, avviene l’insediamento a Tripoli del nuovo governo di al-Sarraj che però, a causa del governo islamico di Tripoli, sarà costretto a rimanere in una base militare del porto della stessa città. La situazione diventa in questo modo ancora più caotica, con ben 3 governi a fronteggiarsi: quello di Tobruk e i due governi di Tripoli. Proprio nella capitale libica, anche se il nuovo governo al-Sarraj e l’Onu non riconoscono alcun diritto al vecchio governo filo-islamico e nonostante gli accordi di pace presi nella cittadina marocchina di Skhirat, Khalifa al-Ghawil, ormai ex-primo ministro del governo di Tripoli, fonda la Guardia Nazionale Libica (LNG) attraverso la quale proverà a mantenere la sua presenza nella capitale ma senza alcun successo.

Rimangono così solamente i due schieramenti di Tripoli e di Bengasi tra i quali non è mai scorso buon sangue. Proprio nell’ultimo mese, infatti, è iniziata la marcia delle forze armate di Haftar (LNA) verso Tripoli dove si trovano le forze leali al Governo di Unità Nazionale (GNA). I morti registrati fino ad ora sono tanti e la situazione è ancora in via di sviluppo.

Prospettive future

La Libia è ormai da parecchi anni uno dei più grandi punti interrogativi del Mediterraneo. Sono molti gli interessi internazionali nella regione a partire da quelli italiani, considerato che la Libia è un’ex-colonia ed è il punto da cui si sviluppano la maggior parte dei flussi migratori diretti verso l’Italia. L’immigrazione è uno dei punti più dolenti toccati anche dai due leader libici al-Sarraj ed Haftar, in quanto si dice siano pronte a partire circa 800.000 persone. Cifre affidabili o meno la speranza è che l’Italia insieme a tutti i paesi dell’Unione Europea si facciano trovare pronti con un piano d’accoglienza prestabilito. Un altro tasto dolente della Libia è sicuramente il petrolio. L’oro nero, la più grande entrata dello stato libico fino allo scoppio della prima guerra civile, è sempre stato l’obiettivo delle fazioni estremiste come l’Isis che ora hanno perso quasi tutto il loro potere nella regione. Al giorno d’oggi i pozzi petroliferi sono quasi tutti sotto le mani di Haftar che, appoggiato da diverse potenze internazionali come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti o la Francia, ha deciso di muoversi verso occidente alla conquista di Tripoli considerato anche il momento di difficoltà dell’Algeria. La cosa peculiare della Libia è che la comunità internazionale non abbia mai fatto nulla di concreto per decretare una fine alle ostilità che ormai vanno avanti da 8 anni. Anche qui la speranza è che nei prossimi incontri tra le due parti si riesca a raggiungere un accordo definitivo che smetta una volta per tutte di creare sofferenza in migliaia di persone.

Andrea Corradini

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