Nel 2022 ci saranno le elezioni in Francia e il Presidente Macron, la cui popolarità è in calo a causa della cattiva gestione della pandemia, sta utilizzando una politica sempre più identitaria, che inasprisce l’islamofobia in quello che è il Paese europeo che ospita la più grande comunità musulmana. Il comportamento del governo francese, che si pone come paladino della laicità e della libertà, è emblematico: storicamente l’Occidente si è sempre sentito in dovere di “civilizzare” gli altri Paesi, calpestando quegli stessi diritti di cui si fa portavoce. La questione del velo Direttore responsabile: Claudio Palazzi

Nell’immaginario comune il “velo” viene erroneamente ridotto a simbolo dell’oppressione delle donne.

Il velo nel Corano

Nel Testo Sacro non c’è alcuna traccia esplicita che faccia riferimento ad un capo di vestiario che obbligatoriamente copri le donne.  La convinzione dell’obbligatorietà del velo si basa sul versetto 31 nella sura XXIV e sul versetto 59 nella sura XXXIII.

  1. Nel versetto 31 viene intimato alle donne di “far scendere il loro khumur fin sul petto”.

Il termine, al singolare khimar, identifica un pezzo di stoffa che copre la testa. Da questo passo viene quindi considerato obbligatorio coprire petto e testa.

  1. Il versetto 59 recita

“O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro jalabib” dii modo che siano distinte dalle altre e non vengano offese.

I jalabib sono degli abiti lunghi e larghi. Il discorso fa riferimento, più in generale, alla modestia, al pudore e al riserbo, concetti che caratterizzano poi anche la tradizione cristiana. Per lo stesso motivo gli uomini non potrebbero indossare pantaloni troppo corti, né seta o oro.

Il termine “hijab” sta ad indicare invece una “cortina” che separa il luogo pubblico da quello privato e che permette alle donne di uscire senza essere importunate. Secondo un’altra interpretazione l’utilizzo dell’hijab sarebbe circoscritto alle mogli del Profeta, come tratto distintivo dello status sociale, altri ancora credono che per le Madri fosse obbligatorio il niqab, mentre le musulmane debbano limitarsi a coprire il capo.

C’è chi sostiene che il velo sia stato assimilato nella cultura dell’Islam dalla pratica diffusa in tutto il mondo delle donne appartenenti a classi sociali elevate, a prescindere dal credo religioso, di indossare veli e copricapi.

Tipologie di velo

L’Islam è una religione dinamica, si adatta alle tradizioni e alla cultura dello Stato in cui si risiede e/o si nasce, al momento storico, di conseguenza anche le tipologie di velo variano.

Il Novecento e il processo di svelamento

I Paesi arabi, al contrario dell’immaginario occidentale, sono una realtà eterogenea e mobile. Il dibattito relativo all’abbandono del velo, che ha un diverso significato a seconda del Paese o del momento storico, ha caratterizzato nel corso del Novecento e molti Stati.

In Turchia la politica di Ataturk di laicizzazione e modernizzazione dello Stato portò all’affermazione del modello di una “donna nuova”, sempre però caratterizzata dalla modestia e dall’assenza di sessualità.

A partire dal 1924 in Tunisia è stata effettuata una campagna contro il velo.

Nel 1936 in Iran venne approvata una legge che vietava l’utilizzo del velo, provvedimento percepito come un’imposizione dall’alto. Il velo costituì una manifestazione di dissenso contro il regime, tanto che  nel 1979 divenne il simbolo della sollevazione popolare, per poi diventare obbligatorio.

In Egitto lo svelamento è stato graduale, non si è mai arrivati ad una legge. Negli anni ’70, con l’ascesa dei gruppi politici islamisti, il velo è tornato in voga.

In Algeria il velo era il simbolo della resistenza anticoloniale, rappresentava i valori del mondo arabo, la volontà di non cedere alla minaccia francese e consentiva anche alle donne di trasportare armi indisturbate.

XXI secolo

Nel XXI secolo è stata riscoperta la dimensione religiosa, non solo in relazione all’Islam, in una nuova accezione: si tenta di valorizzare la femminilità, la modestia e la dimensione interiore in reazione a quella che è la modernità, incentrata sull’apparenza e sul giudizio.

Alcune donne esprimono la propria religiosità tramite il velo, altre scelgono di non farlo o sono contrarie.

Il dibattito francese e la criminalizzazione del velo

Storicamente in ogni Paese è sempre stato dato un valore politico al corpo della donna, in un senso o nell’altro, senza prenderne in considerazione la volontà.

Le posizioni riguardo la questione del velo in Francia sono estremamente polarizzate, probabilmente anche in virtù del passato coloniale del Paese.

Nel 1989 il preside Ernest Chénière allontana dalla scuola Fatima Achabhoun, Leila Achabhoun e Samira Saidani perché, indossando il velo, violano il principio di laicità. Il Consiglio di Stato si pronuncia a favore delle studentesse: i simboli non sono volti ad attività di propaganda, proselitismo e provocazione, dunque non sono contrari a tale principio.

Nel 1994 la posizione del Consiglio rimane la stessa quando l’ormai deputato Chénière e il ministro dell’Educazione Bayrou promuovono iniziative per bandire i simboli di affiliazione religiosa dalle scuole.

Nel 2003 si riapre il dibattito pubblico. Tre studentesse, convertite all’Islam contro la volontà o le aspettative delle famiglie, si rifiutano di togliere il velo e vengono espulse. Da questo episodio risulta evidente come la volontà delle dirette interessate non sia mai presa in considerazione.

Nel 2004 viene approvata una legge che “difende” il principio di laicità e colpisce qualsiasi ostentazione religiosa, vietando l’utilizzo del velo nelle scuole elementari, medie e superiori, ma anche della kippah, del turbante dei sikh o di grandi croci. Le conseguenze sono disastrose: circa 48 studenti vengono espulsi dalle scuole pubbliche, altri optano per l’istruzione privata. Una legge che si pone a tutela delle donne, senza sentirne il parere, va di fatto ad escludere la possibilità delle musulmane di partecipare all’attività sociale, scolastica e lavorativa, isolandole.

Nel 2011, nonostante il parere contrario del Consiglio, una nuova legge vieta il niquab e il burqua in virtù del principio di uguaglianza tra uomo e donna.

Il disegno di legge del 2021

Il Senato francese ha approvato un disegno di legge che prevede:

  • Divieto dell’Hijab per le ragazze minori di 18 anni e per le studentesse universitarie
  • Divieto di partecipare alle gite scolastiche per le mamme con l’Hijab
  • Facoltà per le piscine pubbliche di rifiutare il burkini
  • Divieto di ricevere un’istruzione domestica
  • Divieto di scegliere medici in base al sesso per motivi religiosi o di altro tipo

A partire da Luglio 2021 sarà inoltre vietata la macellazione halal del pollo.

Il divieto di indossare il velo non si applica alle suore, considerate devote e non sottomesse.

In Europa

La Francia non è il solo Paese ad aver criminalizzato il velo.

In Italia è stato prima utilizzato il meccanismo di ordinanze amministrative, poi è stata modificata la legge 52 del 1975, volta a vietare mezzi che rendono difficile il riconoscimento della persona, inserendo un riferimento esplicito al burqa e al niqab.

In Belgio vige un divieto dell’hijab che è stato legittimato anche nel 2020 dalla Corte Costituzionale belga. Alcune università si sono opposte, rifiutando di imporre tale divieto, raccogliendo la protesta di milioni di studentesse, che hanno rivendicato il proprio diritto allo studio con il lancio dell’hashtag #nontoccareimieistudi.

A Marzo la Svizzera ha stabilito con un referendum popolare il divieto di indossare l’Hijab nei luoghi pubblici.

L’Islam è una religione, non una nazionalità

Le musulmane che manifestano contro le leggi francesi si velano con i colori della Repubblica francese, come a ribadire il proprio senso di appartenenza ad un’identità plurima, alla Francia e all’Islam allo stesso tempo. Le misure restrittive non permettono loro di esprimersi e di vivere tranquillamente nel proprio Paese.

Se indossare il velo, come afferma anche il Consiglio di Stato, non viola il principio di laicità, queste leggi sono contrarie al principio di autodeterminazione, alle libertà religiose e ai diritti europei. L’unica giustificazione ammissibile sarebbe l’eventualità di un legame tra il velo e la minaccia alla sicurezza pubblica, dimostrabile in relazione a un caso specifico.

Indossare o meno il velo deve essere una scelta della singola donna, non una decisione politica del governo, che sia questa un’imposizione o un divieto. L’Iran che obbliga ad indossare l’hijab è paragonabile alla Francia che impone di non indossarlo, pena multe ed eventualmente reclusione. L’attivista Amani denuncia questa forma di controllo come “Systemic anti-Muslim hate”.

Libertà di scelta

Molti sono convinti che la scelta non sia autonoma, ma frutto di un condizionamento sociale o della famiglia. La prima argomentazione contraria a questa affermazione è che si tratta di una religione, non di una nazionalità, dunque la realtà in cui vivono e il contesto da cui sono influenzate le musulmane varia a seconda del Paese di appartenenza. Se poi si ritiene che siano donne oppresse, isolarle, ignorare la loro volontà o addirittura calpestare i loro diritti, non è di certo la soluzione.

Proprio perché si tratta di una scelta individuale, basata sulle proprie convinzioni o sulla propria interpretazione del Corano, ci sono musulmane che indossano il velo, altre che non lo fanno, tutte per motivi differenti. Il punto è che in relazione all’Islam non viene tutelata questa libertà di scelta.

Il bando dell’Hijab è figlio dell’islamofobia e della volontà di politicizzare i corpi femminili, stabilendo cosa possano o non possano indossare. Istituzionalizzare l’islamofobia non fa che mettere in pericolo la sicurezza e le libertà delle donne musulmane.

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