Valentina Milluzzo, Savita Halappanavar, Izabela Sajbor e tante altre donne sono morte della malattia che prende solo le donne e le trasforma in casalinghe”. Malate proprio come Anne, giovane studentessa di lettere, costretta a ricorrere ad un aborto clandestino per poter continuare i propri studi. Anne è la protagonista del film “La scelta di Anne – l’évènement” della regista francese Audrey Diwan, adattamento cinematografico del romanzo autobiografico “L’evento” di Annie Ernaux e vincitore del Leone d’oro al miglior film della 78 ª edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La pellicola racconta in modo audace e realistico le pene fisiche, le umiliazioni e la solitudine che qualsiasi donna francese ha provato sulla sua pelle prima dell’entrata in vigore nel 1975 della legge Veil in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Storie di donne in balia di macellai clandestini o nel peggiore dei casi che si praticavano l’aborto da sole con una stampella o del bicarbonato. Storie di donne etichettate come “assassine” o “poco di buono” e costrette all’emarginazione sociale. Storie di donne familiari nella nostra penisola, nella quale l’omonima legge è entrata in vigore solo nel 1978. Il percorso per la sua promulgazione è stato complesso e ancora oggi la sua stabilità è vacillante. Tutto è iniziato con la raccolta firme da parte del Partito Radicale, del Movimento liberazione della donna, di Lotta continua, di Avanguardia operaia e del PdUP per un referendum abrogativo ad oggetto gli artt.545 e segg. del codice penale che disciplinavano l’IVG in qualsiasi sua forma come reato. Referendum mai svoltosi a causa dello scioglimento anticipato delle Camere dall’allora Presidente Leone. Poi l’approvazione della legge che porta la firma del PSI, PCI, PRI, PLI, DP e PSDI. Infine, il referendum abrogativo promosso dal Movimento per la Vita appoggiato da DC e MSI con la benedizione di Papa Giovanni Paolo II nel 1980, bocciato al vaglio popolare con il 68% dei voti non favorevoli all’abrogazione della 194.

Nonostante ciò le storie delle donne citate a inizio post sono molto recenti. Nel mondo i cd movimenti pro-life hanno sempre più popolarità e la conseguenza è la promulgazione di leggi antiabortive che mettono in pericolo la salute delle donne, come nei recenti casi di Polonia o Alabama. Anche in Italia si sta verificando un’avanzata di queste istanze che promuovono l’abolizione della 194 per tutelare la vita del nascituro, oppure nei casi più estremi, strumentalizzando la possibilità disciplinata dalla stessa legge di ricorrere all’IVG in caso di malformazione del feto, per propagandare genocidio nei confronti delle persone con disabilità. Inoltre, nel nostro paese si rileva una distorsione nell’applicazione dell’art.9 della 194 che disciplina l’istituto dell’obbiezione di coscienza. L’articolo non prevede l’obbiezione di struttura e affida alle Regioni il compito di vigilare sul corretto funzionamento delle strutture adibite a tale pratica. Eppure il 70% del personale sanitario è obbiettore e tale percentuale sale al 90-92% osservando i dati di singole Regioni come l’Umbria e il Piemonte, o il Molise dove recentemente è andato in pensione l’unico ginecologo non obbiettore. Concretamente questa si traduce in strutture dov’è impossibile ricorrere all’IVG, e in situazioni di abuso psicologico e violenza nei confronti di pazienti lasciate gridare per ore senza assistenza medica. Oltre ciò i movimenti femministi valorizzano l’esigenza di apportare modifiche alla suddetta legge per inserirvi il principio all’autodeterminazione femminile in quanto concerne solo casi di “serio pericolo per la sua salute fisica o psichica”.

L’autodeterminazione è la tematica su cui maggiormente insiste il pensiero femminista dai suoi albori per decostruire un’immagine storicamente determinata della donna come moglie e madre naturale. Dall’antica Roma dove l’identità femminile venne cancellata rilegando la donna al nome della famiglia, alla più recente società protocapistalistica anglosassone dove la personalità giuridica della moglie si dissolveva in favore di quella del marito. La cultura cristiana che incarna l’ideale femminile nella dicotomia Eva/Maria. Eva (non notate alcuna somiglianza con la figura di Pandora nella cultura greca?)  nata da una costola di Adamo per esserne compagna, volubile e corruttibile, cedette al peccato condannando l’umanità a una condizione di sofferenza e, Maria nata senza peccato originale, pura e vergine.

In questo contesto il corpo diventa il campo di battaglia per liberarsi dalle catene della subalternità all’uomo e poter scegliere di disporre di sé stesse, capendo che la massima espressione dell’individualità femminile si ottiene attraverso una molteplicità di fattori. La donna come moglie e madre è colei su cui ricadono tutte le problematiche della sfera familiare. La dimensione della cura casalinga si ritrova nel primo film della regista Audrey Diwan “Mais Vous Êtes Fous” che racconta le vicende di una donna che nei panni di madre si trova costretta a difendere le figlie dal padre tossicodipendente e nel ruolo di moglie di ritrovare fiducia nell’uomo che ama. Il movimento femminista fa emergere come ci sia l’esigenza di promuovere una legislazione che aiuti le donne a emanciparsi dal contesto familiare, poiché la quasi totalità delle donne che subiscono violenza sono economicamente dipendenti, e una rivoluzione culturale che preveda un bilanciamento delle prerogative familiari.

Disse Simone de Beavoir nel dialogo con Betty Friedan nel 1975: “Finché la famiglia e il mito della famiglia e il mito della maternità e l’istinto materno non saranno soppressi, le donne saranno oppresse”.

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