La strage di Ustica: la persistenza del mistero

Il 27 giugno 2020 è stata la data che ha segnato l’anniversario della strage di Ustica. 40 anni sono passati dal disastro aereo del 1980 in cui persero la vita 81 persone, tra cui tredici bambini, passeggeri di un volo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo.

A distanza di decenni, tra ipotesi e depistaggi, versioni ufficiali e contro-indagini indipendenti, inchieste giornalistiche, commissioni parlamentari e ministeriali, e infine tre tronconi di processi della magistratura, diversi aspetti non sono ancora stati chiariti facendo così entrare di diritto Ustica tra i grandi misteri italiani.
40 anni sono passati dalla strage e ancora si è alla ricerca di una verità, e di giustizia per le 81 vittime.
Ma cosa successe la notte del 27 giugno 1980?

Il volo di linea Itavia IH870

La sera del 27 giugno 1980 un aereo DC-9 della compagnia Itavia (concorrente della compagnia di bandiera Alitalia) decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna in direzione Punta Raisi di Palermo con a bordo 77 passeggeri più 4 membri dell’equipaggio.
Ha quasi due ore di ritardo, accumulati nei servizi precedenti ma nonostante ciò rispetta la rotta assegnata, l’aerovia Ambra 13, comunicando regolarmente con il centro di controllo di Ciampino: non appaiono esserci problemi, l’aereo procede il suo volo ad un’altezza di circa 7000 m di altezza, tra l’isola di Ponza e quella di Ustica.

Alle ore 20:59 il DC-9, però, improvvisamente scompare dai radar di Roma; qualche minuto dopo nessuna risposta riceve la torre di controllo di Palermo che intanto si era messa in contatto per coordinare la discesa. L’aereo viene dato per disperso.
Già a partire dalla notte, numerosi elicotteri, aerei e navi partecipano alle ricerche di perlustrazione nell’area dell’isola di Ustica, presunto luogo dell’eventuale incidente.

Ma saranno solo le prime luci dell’alba a mostrare i pochi detriti riaffiorare dalle acque a circa 100 km a nord di Ustica: l’aereo DC-9 giace infatti in una zona del mar Tirreno la cui profondità supera i tremila metri, e con esso gli 81 corpi senza vita.

Incidente o strage di Ustica?

Le prime indagini vengono svolte parallelamente dalla magistratura – che ha a disposizione solo una manciata di rottami recuperati e un muro di gomma da parte delle istituzioni– e una commissione ministeriale.

L’aeronautica militare si precipita intanto nel sostenere si tratti di un incidente, in particolare causato da un cedimento strutturale del velivolo, effettivamente vecchio ma anche ritenuto idoneo al volo: inoltre, la registrazione dei tranquilli dialoghi tra il comandante Domenico Gatti e il copilota Enzo Fontana poco prima dell’improvviso silenzio sarebbe in contrasto con problematiche di questo genere, le quali avrebbero permesso ai due piloti almeno di avvertire il centro di controllo della situazione in essere.

L’associazione dei familiari delle vittime, con il supporto di inchieste giornalistiche e nuove commissioni, rigettò con forza questa prima versione ufficiale.
Una bomba a bordo, allora? Se ne discute, legata soprattutto all’ipotesi di terrorismo di matrice palestinese che in quegli anni sembra risparmiare l’Italia (protetta – si scoprirà in seguito – dal cosiddetto “lodo Moro”) mentre insanguina il resto d’Europa. Ma anche questa traccia viene rifiutata dai parenti delle vittime che la bollano come parte integrante dei depistaggi. Saranno d’altronde i pubblici ministeri a ridicolizzare tale ipotesi parlando di «bomba ballerina» di fronte alle difficoltà di rintracciare prove a sostegno di un’esplosione all’interno dell’aereo (nessun segno di carbonizzazione né sui cadaveri né sulle componenti del relitto).

Il Mig libico e la «guerra non dichiarata»

Soltanto dopo 40 anni veniamo a conoscenza dell’ultima conversazione avvenuta nella cabina di pilotaggio: il copilota Fontana pronuncia come ultime parole «Guarda cos’è?». Poi l’interruzione. Il silenzio. E infine, forse, l’impatto. Ma con cosa?

Dopo circa un mese dalla strage di Ustica, sulle montagne della Calabria viene ritrovato un aereo da combattimento libico abbattuto. Nessuna rivendicazione, nessuna notizia di scontro aereo ma a molti viene facile associare il ritrovamento del relitto con ciò che è accaduto la notte del 27 giugno.

Iniziano a farsi largo due ipotesi contigue: il DC-9 è stato abbattuto da un missile lanciato da un aereo militare che l’avrebbe scambiato per un Mig libico; oppure, il DC-9 sarebbe entrato in collisione con un aereo militare che era all’inseguimento di un caccia libico.

In base alle registrazioni radar di diversi centri del sud Italia, il mar Tirreno durante la sera del 27 giugno sarebbe stato un vero e proprio scenario di «guerra non dichiarata», come la ebbe a definire il giudice Priore: una ventina di caccia, molti dei quali non identificati, si sarebbero scontrati in una battaglia aerea tra i cieli italiani, vedendo contrapposta l’aviazione della NATO (aerei americani, britannici e francesi) e almeno due caccia libici.

A sostegno di tale tesi, supportata da inchieste giornalistiche (su tutti quella di Purgatori), scoop televisivi (da Samarcanda alla testimonianza in diretta televisiva nel programma di Corrado Augias Telefono Giallo), e la ricostruzione giudiziaria del giudice Priore, ci fu infine la controversa intervista di Cossiga, già presidente della Repubblica e capo del governo proprio nel 1980, che nel 2007 dichiarò di essere stato all’epoca informato dai servizi segreti circa l’abbattimento del DC-9 da parte di un missile dell’aviazione francese.

I processi civili

Il 2 agosto 1980 alle 10:25 presso la stazione ferroviaria di Bologna Centrale un ordigno a tempo contenuto in una valigia abbandonata viene fatto esplodere causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio: 85 persone muoiono e più di 200 rimangono ferite. La strage di Bologna è l’atto finale della cosiddetta strategia della tensione che scuote l’Italia da più di un decennio tra attentati e minacce eversive.
La strage di Ustica per qualche tempo pare così andare incontro alla minaccia di eclissarsi di fronte ad una nuova pagina di terrore, o peggio ancora, entrare a far parte dei misteri insoluti che caratterizzano la storia insanguinata d’Italia.

Passi in avanti invece vengono fatti verso la verità, districandosi tra una rete di depistaggi nazionale ed internazionale, la reticenza delle istituzioni e il prolungamento negli anni di un dolore che aspettava di trovare solo giustizia e pace: è soprattutto grazie alla mai venuta meno combattività dei familiari delle vittime e alla grande mole di lavoro che confluirà nell’“Istruttoria Priore” se molte ombre verranno dissipate.

Se i processi penali non trovarono responsabili – è però ancora in corso una nuova indagine da parte della procura di Roma: il reato di strage non cade mai in prescrizione – né vennero emesse condanne di colpevolezza neppure sui depistaggi (i generali dell’aeronautica sono stati assolti in Cassazione nel 2007), i processi penali portarono a partire dal 2013 al riconoscimento di maxi risarcimenti ai familiari delle vittime condannando in particolare i ministeri di Difesa e Trasporti con l’accusa di non aver vigilato sui cieli italiani per evitare la strage, oltre ad aver ostacolato le indagini, stabilendo processualmente che il DC-9 fu abbattuto per errore nel corso di uno scontro aereo.

Per Priore, in definitiva, l’aereo partito da Bologna diretto a Palermo fu abbattuto la sera del 27 giugno 1980 in «un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti.»

Il quadro internazionale

Se davvero dunque il DC-9 si trovò nel momento sbagliato in mezzo a un teatro di guerra, chi furono i combattenti di questo scontro?
Imprescindibile per rispondere a tale interrogativo e quindi per avvicinarsi a un pezzo di verità, è tenere presente il contesto internazionale del 1980. Se da una parte abbiamo un’America di un remissivo Carter controbilanciata da un rinnovato protagonismo, anche aggressivo, della Francia in ambito geopolitico all’interno del perimetro della NATO, dall’altro abbiamo la Libia di Gheddafi, probabilmente il nemico numero uno in Medio Oriente per il mondo Occidentale: ufficialmente dunque nemico, ufficiosamente il Colonnello Gheddafi è in realtà uno dei maggiori partner dell’Italia attraverso accordi sottobanco a garantire petrolio in cambio di commesse militari.

Era questa ambiguità politica – e morale – a caratterizzare la strategia internazionale dei governi italiani. Era questo tortuoso quadro geopolitico fatto di intrighi internazionali, complicate mediazioni tra parti avverse e, soprattutto, questioni economiche e finanziarie – in questo senso è da leggere la grande avversione della Francia per Gheddafi – a fare da sfondo alla notte del 27 giugno 1980 in cui, addirittura, forse si pensò che a bordo dell’aereo potesse viaggiare il Colonnello di Tripoli.

Nato e Libia (ed Egitto)

La complessità delle relazioni internazionali, dove ci sono equilibri da rispettare, dove la protezione tra apparati e istituzioni, specialmente se militari, è assicurata e dove la realpolitik supera qualsiasi ostacolo morale e persino ideologico, è la medesima giustificazione che viene adottata di fronte alla richiesta di verità per il recente “mistero” italiano, quello che coinvolge la figura del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni, ritrovato privo di vita e con evidenti segni di tortura il 3 febbraio 2016. Sono passati quattro anni, si sono succeduti tre presidenti del Consiglio ed altrettanti ministri degli Esteri; abbiamo assistito anche in questa occasione a depistaggi, resistenze e reticenze. Gli appelli delle organizzazioni umanitarie come Amnesty International e della famiglia di Giulio si sono scontrati con il silenzio della comunità internazionale, in primis la Francia di Macron solidale con l’alleato Al-Sisi.

Ebbene, il recente accordo che vede l’Italia impegnata a garantire all’Egitto una maxi commessa di equipaggiamento e mezzi militari da oltre 9 miliardi (il più ricco contratto mai rilasciato dall’Italia dal secondo dopoguerra) è l’ultimo clamoroso sfregio alla memoria di Giulio e della famiglia Regeni, e un insulto beffardo nei confronti di Patrick Zaky, studente dell’Università di Bologna, torturato e ancora imprigionato in Egitto senza un accusa.

Sull’altare dei rapporti finanziari ed internazionali – in particolare la situazione libica: Al-Sisi, il presidente egiziano, rappresenta uno dei maggiori sponsor di Haftar in Libia e interlocutore di primo piano per giungere ad una soluzione in quell’area che tanto interessa all’Italia – è stata sacrificata la verità per Regeni.

Nonostante i grandi cambiamenti geopolitici dal 1980 al 2020, non sono effettivamente mutate le logiche del potere: in piccolo, e con le dovute differenze, la ricerca di giustizia e verità per il giovane ricercatore italiano è stata accantonata per mantenere, rafforzare o stringere nuovi rapporti internazionali, come all’epoca della strage di Ustica fu barattata la giustizia per 81 cittadini italiani per l’adempimento degli equilibri internazionali.

Ci sarebbe una possibilità, un’unica via che può condurre alla giustizia: spezzare i legami affaristici, economici e di potere che legano lo Stato italiano con realtà colluse o anche solo refrattarie alla ricerca della verità. Se i principi valoriali e morali – formalmente condivisi da molti Paesi della comunità internazionale – non risultano essere argomentazioni adeguate, che siano le armi economiche le leve per fare pressione sui governi e le istituzioni.

Tutto ciò appare, com’è evidente, ancora ad oggi, una grande utopia. Ma fino a quando ciò non avverrà le sincere parole del Presidente Mattarella (dolore ancora impresso «nella memoria della Repubblica con caratteri che non si potranno cancellare»), le commemorazioni e gli appelli delle istituzioni («trovare risposte risolutive, giungere a una loro ricostruzione piena e univoca richiede l’impegno delle istituzioni e l’aperta collaborazione di Paesi alleati con i quali condividiamo comuni valori») rischieranno sempre di apparire irrimediabilmente macchiati da una fastidiosa patina di ipocrisia.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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