Locuste, corno d’Africa e riscaldamento globale

“Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo : divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna.
Riempiranno le tue case, le case di tutti i tuoi ministri e le case di tutti gli Egiziani, cosa che non videro i tuoi padri, ne i padri dei tuoi padri, da quando furono su questo suolo fino ad oggi”. [Esodo 10- 8a]

Media4tech di Claudio Palazzi

Così l’Antico Testamento descrive quella che per il mondo antico fu una delle peggiori piaghe mai immaginabili, le locuste.

Per il mondo antico, ma anche per il presente.

Il 20 Gennaio 2020 la FAO ha rilasciato un bollettino dai toni decisamente allarmati. Il testo è chiaro: “Sciami di Locuste del Deserto in Etiopia, Kenya e Somalia. Senza precedenti per dimensioni e potenziale distruttivo”.

Il corno d’Africa sta vivendo in questi ultimi mesi una delle peggiori infestazioni degli ultimi anni. In Etiopia non si registrava un fenomeno di questa portata da 25 anni, in Kenya da 60.

Ma esattamente, di che animale stiamo parlando ?

La Locusta del Deserto (Schistocerca Gregaria)

Nel mondo esistono diverse specie di locuste, sparse su un’area del globo che va dall’Europa all’Australia.

La nostra interessata però, la Locusta del Deserto (Schistocerca Gregaria) è decisamente più grande e famelica della locusta italiana cui siamo abituati (Calliptamus Italicus).

La vita di un esemplare è di circa 3 mesi. Le uova si schiudono dopo due settimane dalla deposizione e già nel giro di due mesi le larve diventano adulti in grado di riprodursi.

Il suo potenziale distruttivo è allarmante. Uno sciame di 1 Km2 (circa 80 milioni di adulti) può consumare il fabbisogno alimentare per 35mila persone. Gli sciami che attualmente stanno investendo il sud del Kenya sono nell’ordine dei 40Km2.

Come se non bastasse hanno una mobilità altissima (150 Km al giorno) e crescono in misura esponenziale (20 volte in 3 mesi, 400 in 6 ecc…).

Lo stato dell’emergenza

La situazione è grave. Secondo l’ultimo bollettino di aggiornamento della FAO (Febbraio 2020) l’invasione coinvolge Etiopia, Somalia e Kenya. Nei prossimi giorni si estenderà a Uganda e Sud Sudan.

La piaga coinvolge anche le sponde del Mar Rosso con la formazione di nuovi sciami tra Egitto, Sudan, Eritrea, Yemen e Arabia Saudita. Come se non bastasse le molte precipitazione stanno creando anche in Iran e nell’ Indo Pakistan le condizioni ideali per la proliferazione dell’insetto.

E’ prevista la schiusa di nuove uova per Febbraio, i cui effetti si vedranno ad Aprile con la maturazione delle larve.

La situazione è costantemente monitorata da un apposito organo della FAO, il Desert Locust Information Service (DLIS), pronto a fornire informazioni e coordinamento alle realtà potenzialmente a rischio.

Il Direttore generale della FAO, Qu Dongyu, ha dichiarato che il fenomeno provocherà una crisi umanitaria di vaste proporzioni se non si dovesse agire con la dovuta tempestività.

Le Nazioni Unite attraverso il Central Emergency Response Fund (CERF) hanno già stanziato 10 milioni di dollari per intervenire, ma la stessa FAO stima che per un intervento efficace ne serviranno almeno 70.

Attualmente le operazioni coinvolgono un ampio spettro di attività, da monitoraggi aerei affiancati all’uso di pesticidi, fino alla fornitura di tecnologie e infrastrutture per coordinare gli attori coinvolti.

Il 27 Gennaio, i leaders di Eritrea, Somalia ed Etiopia si sono incontrati per fronteggiare insieme la calamità.

Alcune valutazioni

I paesi colpiti da questa piaga stanno già subendo da anni un aumento delle carestie legato all’innalzarsi delle temperature, con le siccità che ne derivano.

Secondo la FAO anche il presentarsi di condizioni ottimali per la locusta sarebbe riconducibile al cambiamento climatico.

Nel frattempo i paesi che gravano maggiormente sulle emissioni globali di CO2 sembrano voler affrontare solo marginalmente il problema, la dove non lo negano (come sancisce l’allontanamento USA dagli accordi di Parigi).

Le conseguenze di questa noncuranza, destinate a raggiungere anche noi, colpiscono attualmente regioni già precarie sotto molti aspetti, primo fra tutti quello alimentare.
Come se non bastasse, rifiutiamo di aprirci verso le inevitabili migrazioni che questi fenomeni provocano e continueranno a provocare in misura crescente.

Sono i “migranti climatici” i cui paesi, lo ricordiamo, hanno contribuito meno di tutti all’emergenza climatica che stanno subendo.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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