Il paese della solitudine.

L’impero dimenticato.

Per un cittadino abituato a vivere in una vasta metropoli è difficile capire. Svegliarsi la mattina all’alba dentro la propria Gher (tipico alloggio dei nomadi mongoli, di forma circolare e ampio circa una ventina di  m2) e dopo una stiracchiata uscire trovandosi in uno scenario unico. Il silenzio. Forse è questa la prima inconsueta sensazione che colpisce il cittadino che proviene  dall’assordante metropoli. La pace più assoluta. Ma lo spettacolo che si prospetta innanzi all’incredulo turista non è finito qui. Anche gli altri sensi di cui è dotato verranno stimolati da qualche cosa di estremamente insolito per le sue abitudini. Passeggiando intorno alla tenda non si vede altro che una distesa infinita di deserto e steppa. Uno spettacolo unico. Un piccolo campo da basket con la palla abbandonata vicino la base del canestro e dietro nulla, solo l’orizzonte che si tinge di un colore dorato tipico dell’alba nel deserto Mongolo. Anche l’olfatto non rimane insensibile in questo ambiente. Non vi è alcuna traccia di inquinamento. L’aria è più sana di quella campestre italiana. E per quanto riguarda il gusto, il palato dell’allogeno assaggerà una zuppa rinvigorente che gli permetterà di affrontare la lunga traversata del deserto che l’aspetta per il resto della giornata.

Giusto due numeri per rendere l’idea. La popolazione mongola è due terzi di quella di Roma, il 30% è costituita da nomadi. La superfice è 5 volte quella italiana. Si ha una densità di poco più di un abitante per km2 contro i nostri 200, ma nel caso della Mongolia la maggior parte della popolazione vive concentrata nelle sole sette “città” principali del territorio. Solo la capitale, Ulan Bator, conta quasi la metà della popolazione totale dell’intera Mongolia corrispondente a un terzo di quella romana, rimangono circa un milione settecentomila abitanti sparsi nei rimanenti 1.100.000 km2 di territorio. Questo porta la Mongolia ad avere la più bassa densità di abitanti al mondo.

Il nomadismo mongolo nel tempo ha cambiato volto. Ora molte di queste persone sfruttano le loro gher e i loro costumi per farne un’attrazione turistica, combattendo  le difficoltà economiche che di anno in anno si fanno sempre più sentire. L’atmosfera che si respira è talmente caratteristica che è facile essere trasportati e dimenticare che buona parte di quello che si sta vivendo è un riadattamento un po’ folkloristico per gli stranieri. Questo però non è sempre vero. Basta esplorare luoghi meno battuti dai turisti per assaggiare i veri costumi del luogo. Ci si sorprenderà a scoprire che gli autoctoni sono più curiosi della cultura del visitatore che non  il contrario.

Non è solo la ricerca della solitudine a caratterizzare il popolo mongolo. Molti degli abitanti dell’immenso territorio semidesertico sono orgogliosi del loro passato di impero e di conquistatori. Non bisogna dimenticare che l’Impero mongolo è stato il più vasto della storia, coprendo, all’apice della sua estensione, più di 26 milioni di km², con una popolazione stimata intorno ai 100 milioni di persone. Il fondatore fu Khan che nel 1206 dopo aver unificato le tribù turco-mongole compì numerose conquiste nell’Eurasia continentale. L’influenza dell’impero si estendeva sulla maggior parte dei territori che vanno dall’Asia orientale all’Europa centrale. Nel periodo della sua esistenza era passaggio obbligato per gli scambi culturali e i commerci tra Occidente, Medio Oriente ed Estremo Oriente. L’Impero mongolo era dominato dal Gran Khan. Dopo la morte di Gengis Khan, l’impero si divise in quattro parti ognuna con il proprio Khan. Una bellissima descrizione dell’impero si ha attraverso il Milione di Marco Polo, che scrive estasiato della cultura di questa popolazione. La morte di Gengis Khan determinò la disgregazione e l’inizio di dispute tra i suoi successori, fino a quando il trono cinese cadde nelle mani della dinastia Ming, nel 1368. La Cina invase la Mongolia e incendiò Karakorum, la precedente capitale imperiale, ma non riuscì a controllare tutto il territorio.

Arrivando alla storia più recente nel 1945 la conferenza di Yalta confermò il protettorato sovietico sulla Mongolia e l’anno seguente la Repubblica Popolare Mongola venne riconosciuto dalla Cina. Nella seconda metà degli anni Ottanta l’ascesa di Michail Gorbaciov alla guida dell’Unione Sovietica determinò anche in Mongolia l’inizio di un processo di democratizzazione, che raggiunse il suo culmine quando  nel luglio 1990 ci fu il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Si respira un misto di culture nel territorio mongolo. Nonostante quest’isolamento dovuto alla conformazione del territorio, i nomadi come tutti gli altri cittadini mongoli sono incuriositi da quello che le altre popolazioni hanno lasciato nella loro cultura. Ad Ulan Bator quindi non mancano indumenti e tagli di capelli all’ultima moda, musica delle top ten americane e qualche catena di fast food o centri commerciali in franchising. Ma la vera forza dei mongoli è la fierezza di appartenere alla loro etnia che comunque li mantiene unici e eccezionali. Insomma la Mongolia è consigliata a chiunque voglia conoscere un popolo piacevole e un angolo di paradiso.

Claudio Palazzi
Direttore Responsabile INpressMAGAZINE

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