Il primo social network è stato SixDegrees, creato nel 1996 da Andrew Weinreich e chiamato così per la teoria dei sei gradi di separazione secondo la quale ogni individuo è collegato a qualunque altra persona al mondo attraverso una catena di conoscenze composta da un massimo di 5 intermediari. Durerà però molto poco, tanto che nel 2000, dopo un periodo di staticità a livello di iscritti, verrà cancellato. Ma a me che frega di cosa sta mangiando lei a colazione? Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Nel 2003 viene messo online Myspace, primo vero social network: crei un profilo personale e puoi connetterti ad una rete sociale fatta di altri profili, blog, musica, gruppi musicali. Riguardo la musica c’è da dire che Myspace ha giocato un ruolo fondamentale per la nascita di molti dei più famosi artisti del momento( vedi Nicki Minaj o gli Arctic Monkeys).

Nonostante l’enorme successo, viene surclassato da Facebook ( rima Facemash e utilizzato solo ad Harvard), creato da Mark Zuckerberg e lanciato nel 2004 da lui e i suoi colleghi (Eduardo Severin, Chris Hughes, Andrew McCollum e Dustin Moskovitz ).

Media4tech di Claudio Palazzi

La divisione temporale “Prima di Cristo” e “Dopo Cristo” è ormai superata, bisognerebbe cominciare a contare gli anni con “Prima di Facebook” e “Dopo Facebook”.
E nel D.F. c’è un crescendo: Instangram, Snapchat, Twitter, Tik Tok (prima Musically), Twitch, LinkedIn, YouTube, Telegram, Pinterest.
La gente vuole essere online e, sopratutto, vuole essere vista.

La mia generazione, la generazione Zeta, ne è stata completamente risucchiata.

Ho deciso di fare qualche domanda a Matteo( nome di fantasia), 19 anni.

Risposta secca: Cosa pensi dei social?
L’idea ci sta, è fico poter essere sempre collegati con i tuoi amici, lo abbiamo visto durante la quarantena. Ma poi a livello pratico è diventato tutto un altro concetto.

Cioè?
I social rappresentano i difetti della nostra società: superficialità, apatia, menefreghismo. Ma sopratutto sono fondamentalmente inutili, almeno per l’uso che ne fa la maggior parte degli utenti: ti riempiono la giornata ma alla fine non concludi niente, rimani statico con la convinzione di esserti mosso.E’ l’oppio del popolo. 

Ma c’è qualcosa di buono, o no?
Assolutamente si!
Basti pensare al fatto che ti permette di rimanere in contatto con persone che abitano in altri continenti, di guardare video di fatti che avvengono dall’altro lato del mondo.
La curiosità e qualsiasi tipo di interesse possono essere soddisfatti: ci sono milioni e milioni di canali YouTube o pagine Instagram che ti insegnano a fare qualsiasi cosa: Vuoi imparare il cinese? Vuoi sapere tutto sulla meteorologia? Vuoi imparare a fare dei vasi di argilla? Ora puoi farlo.
Di per se, sono geniali. Permettono risposte immediate, permettono lo scambio di notizie, informazioni, di gusti, di consigli. Aiutano a sentirsi vicini anche quando si è lontani.

Secondo te quand’è che questo degenera?
Quando dimentichiamo la vita reale o, meglio, confondiamo la vita sui social per la vita reale.
La verità è che è molto più semplice vivere online, in tutto e per tutto. Puoi essere chi vuoi, puoi fare finta di essere spiritoso, estroverso quando magari dal vivo non dici nemmeno due parole in croce.
Quando le notizie vengono falsificate per vantaggio di qualcun altro o semplicemente per ignoranza, dovremmo essere nell’epoca dell’informazione e invece non facciamo altro che leggere bufale su bufale su ogni argomento e poi la gente se ne convince anche.

Una cosa che ti piace e una cosa che non sopporti?
Una cosa che non sopporto è l’eccessivo egocentrismo e l’enorme vanità che producono. Mi da fastidio questo perenne bisogno di apparire. Ogni tanto scorro le storie e mi chiedo “Ma a me che frega di cosa sta mangiando lei a colazione?” E’ come se ogni momento della nostra vita dovesse essere condiviso.
Una cosa che invece mi piace è la presenza di tutte quelle pagine, come Vice, Next Tech, ma anche pagine di giornali, come Internazionale, il Corriere, che danno informazioni, scrivono articoli e probabilmente indirettamente è anche un modo per arrivare alla massa. La cosa che mi dispiace è che ci sarebbero davvero tante possibilità, potrebbe essere davvero utile, ma praticamente tutti si fermano alla prima foto della ragazza in spiaggia o a un meme di cattivo gusto.

Cosa dovrebbe cambiare?
Secondo me non i social in se o come sono strutturati, è l’utenza che deve cambiare, noi che dovremmo cambiare mentalità ma per ora la vedo molo difficile.

E per quanto riguarda il rapporto dei tuoi coetanei con i social?
Devastante. E’ come se i telefoni fossero il nostro terzo arto. Ai concerti la maggior parte della gente, pur essendo lì, in live, guarda il concerto attraverso lo schermo della videocamera dell’iPhone perché poi quel video va postato per far vedere che tu c’eri.
D’estate Instagram è pieno di storie di tramonti, di albe, di serate, di gite in barca. Eppure i momenti in cui siamo davvero felici non sono mai ripresi. Poi c’è un continuo bisogno di apparire, di farsi vedere. Le ragazze postano duemiliardi di selfie, di foto iper modificate in cui potrebbe essere chiunque perché fanno sempre le stesse espressioni perché è quello che ci si aspetta, è quello che di moda. Siamo coloro che incontrano l’amore online, che si lasciano online, che stringono amicizia online. Siamo la generazione in cui un “mi piace” vale quanto un complimento e chi ne supera i 100 diventa la nuova stella di Hollywood. Siamo la generazione che prende come luminari personaggi tipo Giulia de Lellis, Gianluca Vacchi, ecc. Niente da togliere a queste persone ma non hanno alcuna utilità. Vengono pagati per immortalare ogni attimo delle loro giornate, non danno alcun reale contributo alla società.

Questa estate ho deciso di prendermi un periodo di pausa dal mondo dei social e, per due mesi, ho utilizzato solo Whatsapp. Dopo la quarantena, in cui il mio tempo di utilizzo del telefono è andato a sfiorare le tredici ore giornaliere, mi è sembrato giusto staccare un attimo.
Mi sono resa conto, in questi due mesi, di quanto nei social sia presente una fortissima pressione sociale: devi prendere un tot di like, devi pubblicare delle foto tue, seguite da foto artistiche e da foto con amici, non puoi mica postare un solo tipo di contenuto, devi mettere la storia con la localizzazione di dove sei il venerdì sera, devi condividere la foto nera per BlackLivesMatter, devi mettere arcobaleni sulle tue pagine per mostrare agli altri che sostieni la comunità LGBTQ,..

All’inizio, devo ammettere, è stato strano. Mi chiedevo cosa ci dovessi fare con le foto che scattavo ai paesaggi al mare se non potevo postarle, mi chiedevo come avrei fatto a rimanere informata sui miei amici, come potevo passare il tempo morto senza scrollare la home di qualche social.
Poi è stato meraviglioso, mi si è aperto un mondo: ho riscoperto il piacere di un buon libro, di fare foto con la macchinetta usaegetta per poi stamparle, di guardare un’alba con gli amici senza dovermi preoccupare dell’inquadratura giusta, di farmi scattare una foto senza controllare di essere venuta bene, di non essere grassa.

Quello che vorrei specificare è che i social di per se non sono il male del mondo, anzi. Come Matteo, anche io ritengo quanto sia importante la possibilità di poter parlare con chiunque in qualunque momento in qualsiasi punto del globo ti trovi, di poter imparare a cucinare il piatto tipico del Kazakistan, di poter leggere e informarsi gratis, di partecipare a iniziative interessanti, di scoprire mostre e ristoranti. C’è un mondo bellissimo dentro i social network ed è davvero un peccato che la maggior parte degli utenti non se ne renda conto.

La situazione è degenerata negli ultimi anni, ci sono stati casi di suicidi per cyberbullismo, di disturbi psicofici, sempre più casi di dipendenza, di ansia e panico, per la paura di non aver più informazioni o rimanere soli.
Cosa si può fare?
Forse tentare con le nuove generazioni di imporre dei limiti di tempo e di utilizzo in generale, di fare maggiore sensibilizzazione su i rischi, di cercare di portare le persone sui social a un età in cui si ha abbastanza sicurezza di se stessi da non aver bisogno di “prostituirsi”.

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