Da decenni il Medio Oriente continua ad essere teatro di conflitti geopolitici che coinvolgono non solo potenze locali, ma anche interessi globali.
É il caso delle tensioni che riguardano Israele, Gaza e Iran, dove la violenza adoperata e i crimini di guerra commessi sono frequentemente camuffati dai silenzi omertosi delle istituzioni internazionali.
Analizzare nel dettaglio i fatti inerenti agli Stati menzionati, può essere utile per comprendere meglio la complessità di tale questione.
Il ruolo strategico di Israele come potenza filo-occidentale
Nel novembre del 1947 una risoluzione ONU stabiliva la spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico palestinese e uno arabo palestinese.
Così dopo millenni di diaspora (dispersione) del popolo ebraico, il 14 maggio del 1948 fu fondato lo Stato ebraico di Israele.
Sin da quel momento, Israele ricevette il riconoscimento da parte della potenza occidentale degli Stati Uniti. In primis per affinità di tipo politico, essendo Israele una democrazia parlamentare e poi per affinità di tipo religioso e ideologico, in quanto i gruppi protestanti-evangelici nati in America consideravano la protezione israeliana come parte della missione affidata loro da Dio.
Eppure, quest’ultima motivazione non risulta alquanto contraddittoria, se si pensa alla lunga persecuzione degli ebrei e al fatto che post Seconda Guerra mondiale gli ebrei furono spediti in Palestina e non in Europa o negli Stati Uniti, in quanto rifiutati da questi due Stati occidentali ?
Ma prima di parlare del secondo fine, o meglio della strategia che si cela dietro il riconoscimento americano del neo Stato, è bene risalire al punto di svolta che incentivò gli Stati Uniti a consolidare progressivamente una relazione con Israele: la Guerra dei Sei giorni del 1967.
Tale guerra vide Israele scontrarsi con Egitto, Siria e Giordania e uscirne trionfante, tanto da divenire la potenza mediorientale dominante.
Fautrici di tale consolidamento furono le logiche della Guerra Fredda basate sulla contesa dei vari Paesi del Medio Oriente: se da una parte l’Unione Sovietica appoggiava il nazionalismo arabo, dall’altra gli Stati Uniti sostenevano Israele.
Ed ecco qui delinearsi i motivi celati dietro la scelta degli USA di appoggiare lo Stato ebraico: il timore che Israele potesse finire sotto il controllo del nemico, ovvero l’URSS, ma soprattutto l’obbiettivo di farne una sorta di baluardo strategico della democrazia occidentale nello scacchiere del Medio Oriente.
Dunque, un’alleanza strategica, quella che venne a consolidarsi in quegli anni tra USA e Israele, che si è manifestata sino ad oggi attraverso:
- il sostegno militare: sin dal 1985 gli USA hanno fornito ad Israele 3,8 miliardi di dollari annuali e la fornitura di armi avanzate, come droni e tecnologie di difesa di ultima generazione;
- la cooperazione nei sistemi di difesa: come l’Iron Dome, il contro razzi a corto raggio;
- la condivisione di informazioni segrete: come quelle inerenti al terrorismo;
- le relazioni economiche e tecnologiche: gli USA continuano a finanziare Israele, uno dei centri mondiali per l’innovazione tecnologica come cybersecurity, intelligenza artificiale;
- l’appoggio diplomatico e politico: gli USA hanno difeso per ben 42 volte Israele nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ponendo il veto a risoluzioni che criticano lo Stato ebraico e hanno creato una lobby pro- Israel, come AIPAC (American Israel Public Affairs Comittee).
Proprio dietro tali aspetti, apparentemente positivi, si nasconde la realtà negativa dei fatti, nel senso che dietro ogni guerra che coinvolge Israele sono coinvolti anche gli USA, basti pensare al fatto che le armi con cui combatte Israele sono le stesse che gli vengono fornite dagli Stati Uniti.
Eppure, gli USA non si ritengono fautori di queste guerre né tantomeno riconoscono Israele come colpevole. Tra i conflitti arabo-israeliani che dal passato ad oggi continuano a fomentare fuoco e opinione pubblica, sono clamorosi i casi di Gaza e dell’Iran.
Il conflitto tra Israele e Gaza
Il 7ottobre 2023 l’organizzazione politica e militare palestinese, denominata Hamas, finanziata parzialmente dall’Iran, attaccò Israele, causando 250 morti, più di 1500 feriti e prendendo in ostaggio 50 israeliani nella Striscia di Gaza.
L’indomani, l’8 ottobre, Israele rispose all’attacco dichiarando lo Stato di guerra con un’offensiva avente lo scopo della liberazione degli israeliani, la cancellazione di Hamas e l’occupazione permanente della Striscia di Gaza.
Dato l’urgente bisogno di soccorso, il 24 novembre fu concordata tra Hamas e Israele una tregua di quattro giorni per consentire l’ingresso di aiuti umanitari. Tregua che venne prorogata ben due volte fino all’1 dicembre, quando le due fazioni hanno dichiarato nuovamente la ripresa della guerra che non ha fatto altro che peggiorare la situazione di vittime e ferite.
Il 25 marzo 2024 l’ONU, infatti, ha intimato il “cessate il fuoco” nella Striscia di Gaza, ma non è stato concretizzato. Anzi, la guerra continua ancora oggi, causando una crisi umanitaria che conta più di 50 mila morti, 15 mila dei quali bambini.
Il conflitto tra Israele e Iran
I rapporti tra Israele e Iran non sono stati sempre ostili come quelli odierni. Durante la Guerra Fredda, infatti, i due Paesi erano entrambi alleati del blocco occidentale ed erano legati da un sodalizio sia di tipo commerciale, in quanto l’Iran riforniva di petrolio Israele; sia di tipo difensivo, dal momento che combattevano insieme contro le fazioni di opposizione iraniane e israeliane.
Tuttavia, dopo la fine della Guerra Fredda i rapporti tra i due Stati iniziarono ad inasprirsi, in quanto entrambi puntavano a divenire la principale potenza regionale del Medio Oriente.
Terminata la Rivoluzione iraniana del 1979, con cui l’Iran assunse una posizione ancora più critica nei confronti di Israele e falliti i tentativi israeliani di bloccare il programma nucleare iraniano contro la Siria, le tensioni si inaspriscono maggiormente. Ancor di più dopo il conflitto Israele-Hamas, in quanto il gruppo militante palestinese era parzialmente finanziato dall’Iran, motivo che spinge Israele e a prendere ancora più di mira l’Iran.
Si giunse così allo scoppio del conflitto tra Israele e Iran tra la notte del 12 e 13 giugno 2025, quando Israele lanciò a sorpresa attacchi missilistici prima su due impianti nucleari, a Natanz e Tabriz e poi su alcuni quartieri residenziali a Teheran, capitale iraniana. L’Iran rispose attaccando Telaviv, la capitale israeliana.
Nella notte del 22 giugno gli Stati Uniti intervennero nel conflitto al fianco di Israele, compiendo attacchi aerei contro tre siti nucleari iraniani, rispettivamente a Fordow, Natanz, e Esfanhan.
Il 24 giugno l’Iran attaccò le basi militari statunitensi a Qatar e il Presidente americano Trump annunciò su Truth Social di aver raggiunto un accordo basato sul “cessate il fuoco”, della durata di 12 ore e che se rispettato da entrambe le parti, avrebbe portato alla fine del conflitto.
Fu così che il conflitto, denominato guerra dei dodici giorni, terminò con 1054 morti.
E il diritto internazionale ?
Tali conflitti in Medio Oriente non sono altro che lo specchio del fallimento del diritto internazionale. Basti pensare a quante organizzazioni dei diritti umani accusano Israele di crimini di guerra e di genocidio, come si legge in un rapporto di Amnesty International:
“Le nostre conclusioni devono servire a svegliare le comunità internazionali. Questo è un genocidio. Deve cessare ora”.
Tuttavia, nessuna misura è stata presa per fermare la violenza messa in atto.
Ma allora perché lo Stato ebraico non è mai stato punito per i crimini commessi, anzi è stato sostenuto dall’Occidente; mentre i crimini compiuti da altri Paesi, ad esempio dalla Russia contro l’Ucraina sono stati fortemente puniti dalle sanzioni occidentali?
L’assenza di una reazione politica significativa della comunità internazionale nel Medio Oriente é dovuta proprio al sostegno dei Paesi occidentali, che pur esprimendo preoccupazione per la situazione umanitaria, continuano a fornire ad Israele sia sostegno militare che politico, attraverso il veto nel Consiglio di Sicurezza.
Il fine di tale silenzio omertoso non può che essere di tipo geopolitico: Israele è un alleato troppo importante dal punto di vista politico, militare, economico e strategico per essere messo in discussione. Ma tale incapacità di agire viola la credibilità delle stesse istituzioni internazionali. Infatti, il principio di autodeterminazione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, sembra non valere per gli arabi palestinesi; così come il diritto all’autodifesa è diventato una scusante dietro cui si celano azioni militari che vanno contro ogni diritto fondamentale dell’uomo e che non fanno altro che causare morti inutili.
Anzi è in nome dei diritti fondamentali dell’individuo e di tutte le vittime di guerra che occorre attuare una sfida che miri a ricostruire un sistema internazionale che superi le logiche di potere e gli interessi geopolitici e garantisca il dialogo e il confronto.
Quante vittime ancora devono essere mietute dalle guerre per far sì che le cose cambino?










