Romano, classe ’47, economista keynesiano, ex presidente della BCE dal 2011 al 2019, nominato uomo dell’anno dal Financial Time e dal the Time, definito da molti “anchorman”, oggi è incaricato di formare un nuovo governo tecnico. Perché Draghi salverà l’Italia (o forse no)? Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Dietro la figura di Draghi

Il profilo del futuro premier appare impercettibile, difficile da inquadrare, tanto da porsi una sola domanda: chi si nasconde dietro a Draghi?

Il suo atteggiamento è diffidente, la sua mente “americana” probabilmente un lascito della sua formazione al MIT, prestigiosa università statunitense dove nel 1977 ottenne un dottorato di ricerca.

Tornato in Italia, negli anni Ottanta Draghi diventa il rampollo più promettente di una nuova generazione di tecnici sotto l’ala dell’ex governatore della Banca Centrale D’Italia (BCI), Carlo Azeglio Ciampi, un gruppo dove spiccano personalità come Romano Prodi e Mario Monti (entrambi ex premier e commissari europei).

Dal 1991 al 2001 è direttore generale del Tesoro e successivamente ricoprì un ruolo rilevante nel settore privato, precisamente alla Goldman Sachs.

L’appellativo di “super Mario” lo si deve alle due crisi che affrontò; una risale al 2005 quando la BCI fu in difficoltà causata dallo scandalo “Bancopoli” e, successivamente nel 2008 con la recessione della BCE e la conseguente crisi del debito pubblico. Insomma, un enfant prodige, l’uomo della “provvidenza”, colui che oggi dovrà affrontare la sfida più difficile: amministrare l’Italia.

Lo scenario politico di oggi: la sfida di Mario Draghi

 Dopo le dimissioni di Conte e il fallimento delle consultazioni tra i partiti, si apre un nuovo capitolo per la storia della politica italiana. Il nome di Draghi si affaccia sempre quando si parla di crisi di governo; ma quella che sembrava una lontana ipotesi (per molti un desiderio) oggi è realtà. L’incarico di Draghi è quello di traghettare l’Italia fuori dall’impasse e sostenerla nella lotta al Covid e nel completamento del piano vaccinale.

È una figura apprezzata nel panorama europeista e rappresenta una risposta e un motivo di sollievo al Recovery Plan che dovrà essere presentato a fine aprile a Bruxelles.

“Un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Così Mattarella mette fine alla crisi di governo aperta da Matteo Renzi lo scorso gennaio. Una formula che riecheggia nell’ immaginario italiano portandoci indietro con la memoria. Era il 2011 e l’ex Presidente Napolitano affidò la direzione del governo a Mario Monti, dando vita al governo dei professori. All’epoca l’emergenza era legata alla riduzione del debito pubblico, diversa dallo scenario attuale caratterizzato da crisi sociale ed economica, entrambe dovute alla pandemia. Oggi l’Europa ci chiede di utilizzare nel modo più opportuno i 200 miliardi di aiuti del Recovery e Draghi sembra la risposta più adatta.

Un ulteriore elemento di divergenza è stato il ruolo della classe dirigente.

Nel 2011 Monti fu imposto alla politica con un entusiasmo esasperato, mentre oggi la classe politica ha deluso, incapace di prendersi le proprie responsabilità, di decidere in modo chiaro e coerente senza giochi di potere. Mario Monti è stato imposto, Draghi è la conseguenza dell’inesperienza della politica. In questo panorama i partiti dovrebbero dare un esempio di responsabilità nazionale e di credibilità (ormai del tutto persa) a livello internazionale. Una partita ancora aperta, che non si basa certamente su contenuti ma sul carattere dei singoli personaggi politici. Ciò che è certo è che il futuro governo si indirizzerà verso una linea europeista, atlantista e ambientalista dove i temi principali verteranno sul contrasto al Covid e la ripresa economica del Paese. A questi macro-temi si aggiungono le agogniate riforme: pubblica amministrazione, fisco e giustizia.

 Conclusione

La discussione tra i sostenitori e gli oppositori di Draghi appare priva di contenuti e insignificante. La vera protagonista di questa vicenda è la democrazia rappresentativa, il suo fallimento, la sua crisi che ad oggi appare più che evidente. Una classe politica incapace di prendere una posizione, che è riuscita a “rimettersi in riga” solo con l’entrata in scena del “professore”, partiti che fanno a gara per aggiudicarsi un posto nel nuovo governo.

Mentre noi assistiamo all’ennesimo toto-ministri, il PIL continua a scendere e il piano vaccinale rallentare trovando ostacoli nella sua gestione.

Draghi rappresenta l’uomo giusto al momento giusto, piace all’elettorato ed è colui che può far riacquistare all’Italia credibilità internazionale. È l’uomo del “whatever it takes”, frase che si adatta perfettamente al periodo storico che l’Italia sta vivendo. “Costi quel che costi”, ma fino a che punto?

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