Mi riesce difficile, anzi impossibile capire le politiche che questo governo, e i passati  governi intendono mettere in essere per aumentare l’occupazione. I discorsi che si  sentono fare, non solo da parte dei politici, ma anche da economisti importanti (o che  si credono tali) sono che l’Italia ha bisogno di riforme, di abbassare il costo del lavoro,  di aumentare i profitti e quindi gli investimenti, di aumentare la competitività e di  diminuire tasse e spesa pubblica. Provo brevemente a vedere una cosa volta.  Le riforme, non si dicono quali siano le riforme che porteranno a un aumento di  occupazione, se non quelle relative al mercato del lavoro e alla spesa pubblica e  quindi ricadiamo nelle altre proposte.  Abbassare il costo del lavoro? Il costo del lavoro è dato dal rapporto tra retribuzione  diviso produttività. Visto che le retribuzioni nette hanno raggiunto un limite inferiore  che a mala pena permette la sopravvivenza e che è in continua decrescita a causa  dell’inflazione e dell’aumento delle tasse, si ricade negli altri due punti: produttività e  tasse.

La produttività non ha senso misurarla in valore assoluto e quindi ciò che si nota è  che negli ultimi anni la crescita della produttività è stata troppo bassa. Sembra che  per aumentarla l’unico intervento sia quello di far lavorare di più, attraverso riforme  del mercato del lavoro. In particolare la flessibilità (articolo 18 e altre stupidaggini),  ma una veloce ricerca di studi sul tema dimostra che la flessibilità non fa aumentare  produttività e tantomeno occupazione. Capisco i politici, ma anche gli economisti non  leggono? La produttività può aumentare soltanto attraverso investimenti a contenuto  tecnologico più elevato, quindi il problema non è che non si fanno investimenti  perché in Italia è bassa la produttività del lavoro, ma è il contrario, la produttività del  lavoro è bassa proprio perché non si fanno investimenti. Il problema, che  affronteremo in seguito, quindi è: perché non si fanno investimenti?  Costo del lavoro alto a causa del cuneo fiscale, tasse alte e profitti bassi. In effetti il  livello di tassazione in Italia è molto alto e, dato l’elevata evasione fiscale, molto più  alto di quello che appare nelle statistiche ufficiali.

Il problema è che la spesa pubblica  ha raggiunto livelli difficilmente comprimibili o meglio, come stiamo vedendo,  comprimibili soltanto facendo lievitare il costo (o simmetricamente la qualità) dellasalute, dell’istruzione e l’impoverimento nella vecchiaia. Che fare, beh qui il solo  intervento sarebbe quello di aumentare il deficit pubblico, cosa che in modo  demenziale abbiamo reso anticostituzionale. La spremitura ormai ha raggiunto una  situazione insopportabile e sono soltanto l’invenzione di parole inglesi (spending  review, fiscal compact, job act, ecc.) che mascherano questa situazione.  Ma gli sprechi? Già gli sprechi nella spesa pubblica, chi mai ne nega l’esistenza? Ma  gli sprechi sono dovuti essenzialmente all’organizzazione del lavoro nella pubblica  amministrazione, nelle leggi farraginose e nella corruzione. Sono tutte cose che non  solo non si risolvono con i tagli, ma si aggravano. Visto che gran parte degli sprechi  sono dovuti a potenti gruppi di interesse o a incapacità della dirigenza ai vari livelli, è  logico che, quando si tratta di tagliare, gli sprechi saranno gli ultimi ad essere tagliati  da coloro che proprio da questi sprechi traggono i maggiori benefici.  Veniamo al punto chiave: gli investimenti. Perché non si fanno gli investimenti? Gli  investimenti pubblici non si possono fare a causa del vincolo di bilancio in pareggio,  gli investimenti privati invece si possono fare solo se ci sono aspettative di profitto.

Le aspettative di profitto di un investimento dipendono essenzialmente da tre fattori:  la disponibilità di denaro (o di indebitamento), l’interesse ad aumentare la  produttività, l’interesse a aumentare la produzione. La disponibilità di denaro è bassa  sia perché quasi mai le imprese usano il profitto per finanziare gli investimenti  (preferiscono investimenti finanziari), sia perché le banche hanno ridotto il credito (a  parte quello appoggiato politicamente) a causa della politica restrittiva della Banca  centrale europea.  La spinta all’aumento della produttività è anch’essa bassa in quanto si punta, con la  complicità del governo, a ridurre le retribuzioni e aumentare il carico di lavoro. Ciò  che, nel breve periodo, è cosa più facile e meno rischiosa di un investimento, ma nel  lungo periodo dannoso anche per gli stessi industriali (ma chi pensa al lungo  periodo?)

L’aumento di produzione potrebbe essere l’obiettivo di stimolo all’aumento degli  investimenti, ma l’aumento di produzione diventerebbe uno stimolo soltanto in  previsione di aumenti di domanda. Questa cosa è ben lontana dalla realtà, in quanto  la domanda pubblica viene ristretta a causa dei tagli, la domanda privata viene  ristretta a causa della tendenziale e continua diminuzione del reddito reale delle  famiglie; per quanto riguarda la domanda estera, siamo già in forte attivo della bilancia commerciale, attivo che non è facile immaginare che possa aver un continuo  e forte incremento.  La conclusione è che l’unico strumento per una diminuzione o per un non continuo  aumento della disoccupazione sono gli investimenti pubblici e privati che non si  fanno. Ne consegue che l’unico modo di uscire da questa situazione è ribaltare, in  senso espansivo, la politica economica europea, ma per fare questo bisogna ribaltare  le strutture e le idee che l’hanno guidata sinora.  Cosa non facile, il parlamento europeo non conta quasi nulla, sono gli stati e i governi  a poterlo fare, in questo senso le elezioni europee, con una sconfitta dei partiti  subalterni o complici di questa politica, potrebbero dare questo segnale ai governi: o  si cambia, oppure questa situazione scoppierà nelle loro mani con conseguenze  imprevedibili e drammatiche, per la popolazione sicuramente, ma anche per chi ha  inutilmente e dannosamente sinora governato.

Paolo Palazzi

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