SILVIA ROMANO E LA TOLLERANZA RELIGIOSA: UN CONFRONTO TRA STATO LAICO E STATO TEOCRATICO

“Neo-terrorista”, “va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”, “impiccatela”. Queste sono solo alcune delle ingiurie e minacce che hanno accolto Silvia Romano al suo rientro in Italia il 10 maggio scorso. Il minimo comune denominatore di questi attacchi è la sua conversione all’Islam. Non sarà questa la sede per giudicare se essa sia stata una scelta libera o imposta. Per un semplice motivo: nessuno di noi ha vissuto gli ultimi 18 mesi in uno stato di prigionia in Somalia, in mano ai terroristi di Al-Shabaab. Ci sarà tempo e modo per chiarire questo aspetto. Quel che invece fa riflettere è che gli insulti succitati siano stati pronunciati da alcuni parlamentari ed esponenti politici di una certa destra islamofobica, sessista e retrograda.

Va riconosciuto che la spettacolarizzazione del rilascio di Silvia Romano da parte del governo – quasi a voler ostentare il risultato ottenuto – nonché alcuni dettagli filtrati sulla stampa (falsi o veri che siano, poco importa ai tempi dei social), abbiano contribuito a creare uno stato di diffidenza e odio in una parte dell’opinione pubblica intorno alla vicenda. Ma che di fronte alla liberazione di una nostra concittadina ci siano uomini delle istituzioni che cavalchino questo clima è inaccettabile. L’episodio di intolleranza religiosa a cui abbiamo assistito è uno stimolo per far luce su quali siano i rapporti tra Stato e religione in Italia, in una prospettiva comparativa con uno Stato dalla forma di governo assai distante dalla nostra: l’Arabia Saudita.

ITALIA: UNO STATO LAICO

L’Italia è una Repubblica parlamentare basata su una democrazia rappresentativa. Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall’esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario. Il presidente della Repubblica è la massima carica dello Stato e ne rappresenta l’unità. La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l’ordinamento. Tra i principi fondamentali della Costituzione sono stabiliti i rapporti che intercorrono tra Stato, Chiesa cattolica e altre confessioni religiose.

Innanzitutto, l’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; mentre l’articolo 3 ne riconosce la pari dignità sociale e l’eguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di religione. L’articolo 7 della Costituzione riconosce lo Stato e la Chiesa come enti indipendenti e sovrani e “costituzionalizza” i Patti lateranensi del 1929 – rivisti con l’Accordo di revisione del 1984 che abrogò il principio della “religione di Stato”, a conferma della “neutralità” dello stesso in materia religiosa – stabilendo la natura “pattizia” dei rapporti tra Repubblica italiana e confessione cattolica, facente capo ad un ordinamento giuridico autonomo, lo Stato della Città del Vaticano. L’articolo 8 sancisce invece il principio del pluralismo delle confessioni religiose, assicurandone l’eguale autonomia e indipendenza nei confronti dello Stato, e la stessa tutela dinanzi alla legge. Tra i diritti dei cittadini, la Costituzione garantisce inoltre la libertà religiosa e il divieto di discriminazione. In particolare, l’articolo 19 riconosce il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e praticarne il culto; mentre l’articolo 20, in ossequio al principio di eguaglianza, riconosce la facoltà dei singoli e delle associazioni religiose di costituire enti a carattere ecclesiastico e a fine di religione o di culto.

LA LAICITÀ OLTRE LA GIURISDIZIONE

Dagli articoli esposti si evince come lo Stato italiano sia una Repubblica democratica laica e aconfessionale, senza cioè una religione ufficiale. La laicità dello Stato è indubbiamente un principio costituzionale acquisito, nel nostro come negli altri paesi democratici. Ma la laicità non va intesa solo come una condizione giuridica, ma anche come un comportamento, un modo di rapportarsi agli altri. Essa deve essere inclusiva e tollerante delle diverse espressioni religiose: la libertà, l’eguaglianza, il rispetto sono dovuti a tutti gli esseri umani, in particolare a quelli che condividono il nostro spazio politico. A questo proposito è interessante presentare brevemente la tesi esposta da John Rawls nel suo libro Liberalismo politico (Edizioni di comunità, 1994). Secondo il filosofo statunitense, l’interpretazione più valida e profonda del funzionamento della democrazia in una società non omogenea è la realizzazione di un “consenso per intersezione” tra le diverse concezioni religiose. Le decisioni politiche devono essere giustificate sulla base di ragioni derivanti da una cultura e una pratica politica che si basi su principi e valori autonomi, e non sulla base di convinzioni etiche che non possono essere imposte a chi già non le condivide. La laicità va intesa come il modo di stare insieme politicamente tra con-cittadini che pur non condividendo la stessa fede condividono le stesse istituzioni politiche, lo stesso spazio pubblico.

Lo Stato deve essere neutrale, non sostenere alcuna religione, non perché le religioni vadano marginalizzate, ma perché ciò è necessario per consentire a tutti i cittadini di godere di libertà ed eguaglianza. Il principio ultimo dunque è quello dell’eguale rispetto che le istituzioni devono manifestare verso tutti i cittadini e tutte le credenze. La tolleranza è una condizione ineliminabile della democrazia perché è accettazione del pluralismo non semplicemente come modus vivendi, ma per adesione profonda a un regime di libertà e ai suoi principi. Nel libro La laicità al tempo della bioetica (il Mulino, 2009), la filosofa Claudia Mancina sostiene che le continue interferenze tra Stato e religione in Italia siano la testimonianza della “crisi della democrazia, dei suoi fondamenti etici e della sua capacità di produrre decisioni condivise”. C’è in tutto questo un aspetto puramente politico che riguarda, da un lato, la mancanza di autonomia dei partiti, che utilizzano il riferimento alla chiesa cattolica come strumento di consenso, e dall’altro l’evidente ed esplicita tendenza di questa ad esercitare un ruolo direttamente politico, occupando tutti gli spazi che i partiti le lasciano.

ARABIA SAUDITA: UNO STATO TEOCRATICO

L’Arabia Saudita è uno stato islamico teocratico e la sua forma di governo è la monarchia assoluta. Il sovrano è insieme capo di Stato del paese, Primo ministro, somma autorità religiosa e comandante supremo delle forze armate. Guida la politica generale dello Stato, garantisce l’applicazione della legge islamica e sovrintende l’amministrazione e la difesa della Nazione. Il paese è sprovvisto di Parlamento e non esistono partiti politici. L’Arabia Saudita è il paese islamico che applica la legge della Sharia nella sua maniera più rigida. Non dispone di una propria costituzione, riconoscendone gli attributi al Corano e alla Sunna, fonti principali della Sharia. Ne fa parzialmente le veci la Legge Fondamentale di Governo promulgata nel 1992, il cui primo articolo recita: “Il Regno dell’Arabia Saudita è uno stato sovrano arabo e islamico, con l’Islam come sua religione; il Sacro Corano e la Sunna del Profeta sono la sua costituzione”.

I principi sanciti nella Legge Fondamentale sono conformi alla Sharia islamica, fonte primaria del diritto e di ogni questione giudiziaria. La Corte della Sharia si occupa della maggior parte dei processi nel sistema giudiziario saudita. Nella Sharia, e di conseguenza in Arabia Saudita, non c’è distinzione tra la sfera religiosa e quella secolare all’interno della società. La libertà di religione è pressoché inesistente. I non musulmani non sono autorizzati ad ottenere la cittadinanza saudita e non possono entrare nella città santa, La Mecca. I bambini nati da padri di fede islamica sono per legge considerati essere musulmani, mentre la conversione dall’Islam ad un’altra religione viene considerata un’apostasia condannabile con la pena di morte. Il governo vieta severamente la pratica pubblica di altre religioni. L’islamicità del regno trova una sua appariscente sottolineatura nell’istituzione della Muttawa, la polizia religiosa islamica incaricata ufficialmente di far rispettare il divieto di pratica pubblica delle religioni non musulmane e di sorvegliare che siano onorati alcuni precetti islamici di natura tanto giuridica quanto sociale. La legge della Sharia si applica a tutte le persone all’interno dell’Arabia Saudita, a prescindere dalla religione che essi professano.

SPOSTARE L’ATTENZIONE      

A questo punto sono doverose un paio di precisazioni. Primo: l’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo a considerare il Corano come la propria “costituzione”. Sebbene in alcuni stati a maggioranza musulmana – tra cui Iran, Pakistan, Afghanistan, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Kuwait – la Sharia venga considerata come una fonte di diritto positivo, nell’Islam delle origini essa è più propriamente un codice di comportamento etico che dovrebbe essere privo di potere coercitivo. Secondo: La religione ufficiale del regno arabo saudita è l’Islam sunnita, nella sua versione giuridico-teologica del Wahhabismo neo-hanbalita. Il wahhabismo è un movimento di riforma religiosa puritano e intollerante, fondato nel Settecento, che promuove un’interpretazione letterale del Corano e costituisce una forma estremamente rigida di Islam. Ma cosa c’entra tutto questo con il nostro punto di partenza? Ebbene, si da il caso che Silvia Romano sia stata prigioniera di un gruppo terroristico wahhabita. Lungi dal voler dimostrare qui una correlazione pedissequa tra l’Arabia Saudita e Al Shabaab – sebbene molti studi e rapporti internazionali rivelino i finanziamenti elargiti dall’Arabia Saudita a gruppi terroristici wahhabiti, al fine di sostenere i propri obiettivi geopolitici – quel che è certamente noto è l’azione di proselitismo che il governo saudita wahhabita ha messo in atto in diversi paesi, attraverso un ministero per gli affari islamici, organizzazioni di beneficienza internazionali, costruzione di scuole, università, moschee.

Come scritto di recente dalla giornalista statunitense Krithika Varagur sul The Guardian, “oggi esiste una dawa saudita ufficiale in più di venti paesi, a cui si affiancano attività non ufficiali in molti altri”. Ma perché mai tutto questo dovrebbe riguardarci? Primo: la lapidazione mediatica (e per certi versi istituzionale) – non con le pietre ma con le parole – a cui è stata sottoposta Silvia Romano non ha nulla a che fare con una Repubblica democratica laica come l’Italia, ma si addice maggiormente al modus operandi saudita. La sua scelta è secondo la Costituzione e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 18) del tutto legittima; viceversa, meritevole della pena di morte in Arabia Saudita (così come si sono augurati alcuni nostri connazionali). Secondo: se le preoccupazioni fossero realmente la destinazione e l’utilizzo improprio dell’eventuale riscatto (smentito dal Ministro degli Esteri Di Maio), e la condizione femminile nell’Islam (cui non vorremmo fosse sottoposta Silvia) – e non un mero sciacallaggio politico – lo Stato italiano dovrebbe fare una riflessione etica più profonda e rivedere le proprie relazioni diplomatiche e strategie commerciali in Medio Oriente.

Più che giudicare – senza conoscere – il velo di Aisha Romano, una Repubblica democratica laica dovrebbe rimuovere il velo dell’ipocrisia europea e mondiale sugli affari economici con paesi come l’Arabia Saudita. Eppure, all’Italia (e a tutto l’Occidente) non interessa che le armi esportate in Arabia Saudita vengano utilizzate in scontri armati, in primis la guerra in Yemen. Di nuovo, l’Italia – e tutto l’Occidente – non si chiede come l’Arabia Saudita utilizzi i proventi delle vendite del petrolio (magari costruendo moschee, scuole e università per diffondere l’Islam wahhabita in vari paesi). Ancora, l’Italia non si fa scrupoli a giocare la Supercoppa italiana di calcio in Arabia Saudita, sebbene i diritti delle donne siano fortemente limitati. Tre questioni su tutte: il commercio di armi, il petrolio e il calcio. Ebbene, forse l’attenzione delle istituzioni dovrebbe spostarsi su questi temi e gioire semplicemente per il ritorno di una sua figlia. Ma si sa, quando si tratta di affari le questioni morali vengono taciute.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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