La difficoltà riscontrata dai laureati negli ultimi decenni ad inserirsi all’interno del mercato del lavoro sulla base di una qualifica professionale corrispondente al titolo conseguito è una problematica sociale sviscerata da tante di quelle trattazioni politiche, economiche e sociologiche che qualsiasi altra parola pronunciata in merito non può che suonare ridondante.All’interno della vastità di letteratura prodotta in materia, spicca ancora oggi l’acuta satira prodotta da Sydney Sibilia nel film “Smetto quando voglio”, distribuito nelle sale cinematografiche nel 2013, per la sagacia con cui ha saputo raccontare della precarietà sofferta nel settore universitario da tutti i professori e ricercatori penalizzati dai tagli sui finanziamenti a causa della grave crisi economica innescatasi nel 2008. A distanza di quasi 10 anni possiamo domandarci:come vengono valutate ad oggi nello scenario economico e sociale le risorse derivanti da un titolo di laurea e come questo influenza i giovani nella scelta del proprio percorso di formazione professionale?

Ridere di fronte alla precarietà occupazionale dei laureati: la comicità critica di Sibilia

“Smetto quando voglio”, film d’esordio del regista salernitano Sydney Sibilia,  si è aggiudicato il Nastro d’Argento 2014 al miglior produttore, più altre nomination all’interno della stessa competizione ed ha ricevuto dieci candidature al David di Donatello 2014.

Protagonista della storia è Pietro Zinni, interpretato da Edoardo Leo, ricercatore universitario presso l’Università La Sapienza di Roma che si distingue per la sua mente brillante: a ventiquattro anni si è laureato in neurobiologia con il massimo dei voti e possiede due master, uno in neuroscienze computazionali e uno in dinamica molecolare.Nonostante le sue evidenti capacità Pietro non viene minimamente valorizzato all’interno del contesto universitario, dove sembrano non comprendere la portata innovativa delle sue idee, e fatica ad affermare la propria autorevolezza persino tra i ragazzi a cui svolge ripetizioni pomeridiane di chimica.

Quando con la sua ultima ricerca scientifica, un nuovo algoritmo per sintetizzare molecole, non riesce ad ottenere l’unico finanziamento rimasto a disposizione dopo un taglio sui fondi essendo il suo progetto troppo complesso per la stessa commissione, la frustrazione e la ricezione di un’ingiunzione di pagamento lo portano a deragliare nell’avvio di un’attività clandestina:decide di utilizzare il suo algoritmo per creare una molecola rientrante all’interno delle “smart drugs”, ovvero non presente nell’elenco delle sostanze illegali del Ministero della Salute e avviandone uno spaccio con l’aiuto di un gruppo di amici.I suoi complici vengono definiti da Pietro stesso come “le migliori menti in circolazione”, accomunati dal fatto di essere stati penalizzati dai tagli alla ricerca e costretti ormai a vivere “ai margini della società”: latinisti di fama internazionali costretti a fare i benzinai notturni, un professore universitario ingaggiato come lavapiatti ad un ristorante, un antropologo i cui saggi sono tradotti in 50 lingue diverse ormai disoccupato, un archeologo altamente specializzato all’undicesimo anno da precariato e un economista attaccato come un parassita alle finanze della sua compagna di origine sinti.

La disperazione che li porta ad avviare questo business estremamente fruttuoso ma dalle conseguenze inimmaginabili viene espressa con crudezza da Pietro, quando per persuadere i suoi colleghi a partecipare afferma:”Dai su, guardiamoci in faccia:sappiamo solamente studiare.Non ce lo fanno fare?E allora ho studiato un modo per riprenderci quello che ci meritiamo”.

La rivincita della corona d’alloro

A distanza di quasi dieci anni dall’uscita del film, i mutamenti legati alle prospettive e agli sbocchi lavorativi forniti da un titolo universitario fanno sì che suoni ormai anacronistico affermare che “tanto la laurea è solo un pezzo di carta”. Infatti, i dati ISTAT sul legame tra livello di istruzione e ritorni occupazionali mostrano come se nel 2008 il differenziale nel tasso di occupazione dei 25-64enni con titolo terziario(ossia laureati) e con titolo secondario superiore(ovvero solo diplomati) si attestava fosse del 6,4%, nel 2014 esso è salito all’8% per toccare il picco nel 2018 con un valore del 10,2% calando poi al 9,4% nel 2019, prima dello scoppio della pandemia.

Completando il quadro con la XXIII indagine sulla condizione occupazionale dei laureati svolta dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, il tasso di occupazione dei laureati degli anni 2007-2019 intervistati a un anno dal conseguimento del titolo corrispondeva al 65,7% nel 2014 per chi aveva concluso una triennale e al 70,1% nel caso delle magistrali biennali, salendo poi i valori rispettivamente al 72,1%  e al 73,7% nel 2018 fino ad arrivare al 74,1% e al 76,2% nel 2019.Analizzare i dati successivi e registrati durante la fase pandemica complicherebbe non poco l’analisi ma possiamo affermare che in generale ci sia stato un miglioramento sensibile dell’assorbimento di tale categoria all’interno del mercato del lavoro.Il vantaggio occupazionale offerto da un percorso di laurea ha portato ad un aumento considerevole degli investimenti svolti in tale percorso accademico, tanto da far risultare ormai misero un titolo di primo livello che non sia avvalorato da un’esperienza di Erasmus o cui faccia seguito un corso di laurea magistrale, un master o qualsiasi altra modalità di specializzazione ulteriore.

Questa monetizzazione del percorso accademico viene perseguita anche attraverso una scelta di tipo utilitaristico della facoltà da intraprendere, tanto che se i dati ISTAT mostrano come il numero di immatricolati all’università in Italia per anno accademico dal 2013/2014 al 2020/2021 abbia seguito un andamento di tipo crescente, passando da 269.478 nuovi iscritti a 330.898, una buona percentuale si è orientata verso facoltà come Economia ed Ingegneria, in grado di garantire da subito uno sbocco lavorativo concreto.Ad esempio, dei 299.241 immatricolati dell’anno accademico 2018/2019 sono ben 45.915 gli aspiranti economisti e 38.088 i possibili ingegneri del domani, mentre nell’ambito di tipo letterario e umanistico si scende a 13.038 iscritti.

Quale il compromesso da evitare al giorno d’oggi?

In conclusione possiamo possiamo affermare che negli ultimi 10 anni abbiamo assistito ad una rivalutazione delle risorse offerte dal possesso di un titolo di laurea ma anche ad un mutamento della concezione sociale dello stesso:infatti, se prima la scelta di intraprendere una formazione universitaria poteva essere considerata in contrasto con il perseguimento di logiche di mercato, oggi quella stessa formazione è assorbita e sfruttata il più possibile nel contesto lavorativo sotto forma di capitale intellettuale e culturale.

In uno scenario in cui sembra non esserci più posto per inclinazioni naturali che non risultino economicamente vantaggiose, sorridere ripensando alla drastica soluzione escogitata da Pietro Zinni per riscattare le proprie doti intellettuali ci ammonisce su come possa essere avvilente tanto veder sminuire le proprie capacità, quanto doverle asservire a fini diversi rispetto al perseguimento della propria autorealizzazione capace di fornire un personale contributo a livello sociale e non solo economico.

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