“A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”. È attorno a tale frase che si disarticola la pellicola “The Imitation Game” uscita fatalità proprio nel 2014, anno in cui in est Europa sembra si sia accesa la miccia che ha condotto ai quasi imprevedibili – ma sicuramente funesti – eventi che si verificano da quasi un mese sul territorio ucraino.

Regista e opere

Tuttavia, il film non è ambientato “ai giorni nostri”, ma durante la Seconda Guerra Mondiale, e ci spiega magistralmente dei fatti a lungo rimasti “top secret” che furono determinanti nel deciderne le sorti.

Diretto da Morten Tyldum – regista norvegese ed autore, tra le varie pellicole, di Passengers (2016) – si tratta di un film biografico sulla vita del matematico inglese Alan Turing, che nel 2015 otterrà 8 candidature ai Premi Oscar, e ne vincerà quello di Migliore sceneggiatura non originale, grazie al lavoro di Graham Moore.

Il regista, si forma alla School of Visual Arts di New York, e lo stampo americano si percepisce nei suoi lavori, grazie a produzioni di impatto, costruzioni narrative incalzanti, costantemente a cavallo tra il dramma ed il giallo, con un certo gusto per l’etica e le nuove problematiche imposte dall’evoluzione tecnologica.

In Passengers tale dilemma trova la sua ambientazione entro l’immensa astronave Avalon. I temi ricorrenti sembrano essere la solitudine, il costante paragone tra l’essere umano e la macchina, la claustrofobia della scelta. In The Imitation Game, esso si materializza sulla terra, e più precisamente nell’ambito di una Guerra, ancora lungi dall’essere vinta, le cui sorti rimarranno sbiadite sino a quando non verranno affidate ad una macchina.

Ma sebbene sembrasse questa la sfida impossibile, i protagonisti si accorgeranno presto, che la messa in moto della macchina sarà solo l’inizio di una serie di scelte difficili, se non, questa volta veramente, impossibili: ecco che la claustrofobia torna in campo.

The Imitation Game

Ma facciamo un passo indietro. Il film si apre alla stregua di un racconto. Si tratta di sfasature temporali ove in un presente “grigio” sebbene vittorioso, ci introduce alla narrazione, la vicenda di un detective che si occupa del caso Turing: un matematico bizzarro che nega vi sia stata una rapina in casa sua sebbene qualcuno ne abbia denunciato i trambusti. Alle indagini dell’ufficiale, il dialogo procederà senza troppa affinità tra i due, e come al solito la sua personalità poco convenzionale, desterà sospetto. Non ci vorrà molto prima che egli si renda conto che qualcosa non quadra.

Da questo momento in poi, si apriranno i flashback: prima del periodo di Alan Turing nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, e del suo lavoro per il Governo; poi del periodo della sua giovinezza, che sarà cruciale per decriptare l’enigmatico personaggio, nonché l’intera pellicola.

Le immagini che mostrano il contesto storico, riviste ai giorni odierni, impressionano. Un ragazzo annuncia in piedi ad una stazione ferroviaria che il paese è entrato in guerra e sono attesi bombardamenti tedeschi: già 800 mila bambini sono stati evacuati. Si tratta di un parallelismo non indifferente con quanto viene mostrato nei reportage urlati dai giornalisti ora a pochi passi dall’Unione Europea. Quando Alan si reca a Londra al fine di reclutare nuovi colleghi per il suo mandato, vediamo una città arroccata, in trincea, cosparsa di sacchetti di sabbia identici a quelli che oramai delineano Kiev.

Alla stazione dei treni, il protagonista si recava ad un colloquio: intendeva proporsi per la decrittazione di Enigma, una macchina utilizzata dai tedeschi per rendere indecifrabili le loro comunicazioni. Si trattava di un rebus, un “gioco” irrisolvibile. Interessante come egli stava per essere cacciato dopo aver rivelato di non parlare tedesco. Era un gioco di comunicazione per il quale si ragionava sulla lingua: di certo non si aspettavano matematici come candidati, ma linguisti.

Eppure, tutto il film ruota attorno a tale aspetto: come spiegherà l’amico – ed amore – d’infanzia Christopher ad Alan, si tratta di trovare una chiave. I messaggi tedeschi, passano attraverso Enigma, e solo in seguito, si rendono incomprensibili. Si possono vedere, ma non comprendere.

Ad ogni modo, i rapporti tra costui ed il resto della sua equipe non procedono per il meglio. E per una prima buona parte del film, sembra che una guerra di logoramento avvenga anche tra di loro, ed i sensi di colpa si sprecano. Sarà l’ingresso di una figura femminile, Joan Clarke a costituire la chiave di cui Turing aveva bisogno, per decrittare i comportamenti dei suoi colleghi, e grazie a tale presenza forte e conciliante al tempo stesso, la guerra “entre eux” si dilaterà sino alla creazione di legami di stima e fiducia reciproca.

Legami che saranno messi a dura prova, quando finalmente verrà realizzata la macchina di Turing. Anzitutto, la prima prova sarà l’attesa. Questo perché l’averla creata, non immediatamente implicherà il “saper farla funzionare” – esattamente come possedere Enigma, non volesse dire poter decriptare i codici tedeschi. In secondo luogo, una volta in funzione, la seconda prova si realizzerà nell’aspetto più umano della vicenda: decidere cosa fare di quelle informazioni. Ed è lì che farà il suo ingresso il dilemma morale.

Divulgare immediatamente le informazioni e sventare ogni attacco avrebbe voluto dire dichiararsi ai tedeschi, e conseguentemente perdere la guerra. Ma allora, cosa farsene di cotanta conoscenza? Quali vite salvare e quali sacrificare? Chi può arrogarsi il diritto di decidere? Ed ecco che si farà nuovamente ricorso alla matematica e alle statistiche.

Nel frattempo, nel presente, sembra si sia scoperto cosa nasconda Turing: è omosessuale. E dunque il mistero ruotava attorno a “reati d’oscenità”, contrariamente a quanto il detective si aspettava, oramai artefice anch’egli di un’atrocità non prevista: la castrazione chimica, una terapia ormonale che si pensa condurrà il matematico al suicidio. Ed ecco che ciclicamente il filo narrativo si ricongiunge all’interrogatorio iniziale.

Ma i salti temporali continuano, ed ora nella forma di una “confessione” condotta dal protagonista e si ritorna nel passato ponendo ulteriore luce sulla vicenda: si scopre chi fossero le spie sovietiche, Alan e Joan – ora sposati – vanno in contro ad una rottura, e, dopo due anni, la guerra viene vinta.

Si sprecano immagini di festeggiamenti e gioia, discorsi dei leader politici alle nazioni, e folle in delirio per le strade, ma oramai il gioco impossibile è rallegrarsi alla vista di tali scene. La guerra fu vinta, ma a quale prezzo?

Insomma, il matematico viene condannato. Ed il film si chiude all’insegna, ancora una volta, della sua intrinseca fragilità, con Alan ricongiunto al suo Christopher: la fragilità comunicativa degna d’un genio della comunicazione.

Qual è il vero gioco dell’imitazione? Cenni al presente

Ogni giorno eseguivamo i nostri calcoli imbrattati di sangue: ogni giorno decidevamo chi restava in vita e chi moriva, ogni giorno aiutavamo gli alleati a vincere senza che nessuno lo sapesse. […] La gente parla della guerra come di un epico scontro tra civiltà: libertà contro tirannia, democrazia contro nazismo, milioni di soldati caduti sul campo, intere flotte sul fondo degli oceani, aerei che sganciano bombe dal cielo fino ad oscurare il sole. Per noi non era questa la guerra, per noi la guerra era una mezza dozzina di fanatici del cruciverba in un villaggio dell’Inghilterra meridionale.

Riguardando tale pellicola oggi, sembra evidente come le classiche narrazioni a cui siamo abituati non reggano più. Vengono mostrate riprese di volti gaudenti che si afferrano e si abbracciano per le strade all’annuncio della vittoria, ma quando si pensa alla realtà della guerra non si capisce la gioia da cosa derivi.

Ed è evidente come anch’esso fu, in realtà, uno tra i tanti eventi nella sua essenza scordati, dimenticati, e destinati drammaticamente a ripetersi. Immagini di libertà e volti vincitori riuniti sulle ceneri dei cadaveri.

Ma grazie a tale film possiamo chiederci: chi fa sul serio la guerra? E di quale guerra parliamo? Lo stesso enigma che ritroviamo nell’interrogatorio di Alan “sono una macchina? Una persona? Un eroe o un criminale? Se lei non può giudicare, non mi è d’aiuto”.

Parole in ricerca di un’assoluzione. Ma chi ci assolverà oggi? Chi decreterà cosa siamo? Come pensiamo? Anche il detective ha vinto una guerra: Turing fu condannato, ma nemmeno in tale vittoria vi è alcuna gloria.

Può una macchina pensare? Non possono pensare come le persone, sono diverse, e pensano in modo diverso, questo vuol dire che non pensano? […] I cervelli lavorano diversamente, pensano diversamente.”

Turing voleva creare “una macchina universale, non solo programmabile ma riprogrammabile” in grado di decifrare ogni messaggio. Un cervello elettrico che potesse decidere cosa fare in seguito ad un errore. Anche noi forse con il nostro diritto internazionale, speravamo di creare una macchina simile, ma forse non era tanto universale o ingegnosa quanto speravamo. Del resto, purtroppo, quello rimane tutto umano, e non nell’eccezione più virtuosa del termine.

La macchina non basta azionarla, c’è bisogno di impostazioni, c’è bisogno di una scelta a monte: per cosa la si sta azionando? Il diritto non può che essere forma vuota. E nel frattempo la guerra procede ed “Una libera Europa capitola”, o almeno, questo è ciò che accade nel film, e che è accaduto nella storia.

Ma se anche noi volessimo prestare davvero attenzione a ciò che ci sta accadendo attorno oggi, a chi riferiremmo davvero la frase iniziale? All’aggressore attuale o a noi stessi? Chi è che sta davvero compiendo cose inimmaginabili? Quale gioco dell’imitazione si sta perpetrando oggi?

Forse, la nostra chiave sta nel tassello risolutivo del film: Christopher spiega ad Alan, come nella crittografia, non si tratti di messaggi segreti, essi sono anzi, del tutto visibili. Ciò che occorre è comprenderne il codice. È esattamente il nucleo del concetto di “comunicazione”. Un ottimo spunto per decrittare un presente costruito su un’umanità che non fa altro che comunicare, arrancando però per realmente arrivare a capirsi.

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