Sono passati ormai cinquant’anni da quel 30 gennaio 1972, in cui durante una manifestazione a Derry, in Irlanda del Nord, soldati del primo battaglione del Regimento Paracadutisti dell’Esercito Britannico spararono sulla folla colpendo 26 civili ed uccidendone 14. Prese il nome di Bloody Sunday (Domenica di sangue) ed è considerato uno degli eventi più simbolici e tragici del conflitto nordirlandese che in Trent’anni di disordini portò alla morte di più di 3500 persone di cui il 52% furono civili. Se l’Accordo del Venerdì Santo del 10 aprile 1998 e l’appartenenza di Repubblica d’Irlanda e Regno Unito all’Unione Europea hanno mantenuto una certa stabilità e favorito la distensione fra unionisti ed indipendentisti in Irlanda del Nord, la Brexit ha provocato una forte scossa che rischia di rimettere tutto in discussione e far cessare quel pur delicato equilibrio che ha caratterizzato l’area dal 1998 ad oggi.

Quella domenica di cinquant’anni fa a Darry si stava svolgendo una manifestazione pacifica per i diritti civili. Attorno alle quattro di pomeriggio, i soldati spararono sulla folla uccidendo sul momento 13 civili ed uno ulteriore troverà la morte tempo dopo per le ferite riportate. La prima inchiesta per accertare le dinamiche, il rapporto del giudice Widgery, fu completata in soli dieci giorni e confermò la versione dei soldati ossia che questi ultimi avessero aperto il fuoco solo su coloro che possedevano armi o che stessero lanciando bombe. Ritenuta da molti per anni insoddisfacente, fu aperta un’ulteriore inchiesta, la più massiccia, ricca di nuove testimonianze e nuove prove che avrà inizio niente di meno che nel gennaio del 1998 sotto richiesta di Tony Blair allora Primo Ministro. Tale inchiesta, il rapporto Saville, è considerata la più lunga indagine nella storia del Regno Unito. Questa durò circa 11 anni, comprese l’ascolto di oltre 900 testimoni e costò in totale 195 milioni di sterline, circa 240 milioni di euro.

Il rapporto Saville ribaltò completamente il rapporto Widgery. Nel rapporto più recente si afferma infatti che nessuno dei civili uccisi o feriti dai paracadutisti fosse armato, che nessun colpo fosse stato esploso nei confronti dei militari, che dunque nessun civile ucciso o ferito rappresentasse alcun pericolo per i soldati. Oltre ciò si constata come i paracadutisti non avessero in alcun modo avvertito i manifestanti prima di aprire il fuoco e che i primi avessero “volontariamente avanzato false accuse per cercare di giustificare il loro sparo”. Il Bloody Sunday dunque passò alla storia non solo come uno degli eventi più salienti del Conflitto Nordirlandese e non solo come il fatto che forse più di tutti incitò un arruolamento massiccio nelle fila dell’IRA ma per l’opinione pubblica rimase uno dei più importanti e gravi casi di insabbiamento perpetrato dalle autorità britanniche. Quanto meno l’indignazione non rimase soltanto a livello di opinione pubblica ma numerosi mea culpa arrivarono, seppur con largo ritardo, da parte di autorità pubbliche. Jonathan Powell, capo di gabinetto di Tony Blair definì pubblicamente l’inchiesta Widgery “un insabbiamento assoluto e totale” o ancora il 15 giugno 2010 il primo ministro David Cameron nel presentare alla Camera dei Comuni i risultati dell’inchiesta Saville dichiarò: “Queste sono conclusioni scioccanti da leggere e sono parole scioccanti da dover dire. Ma non si può giustificare l’Esercito britannico difendendo l’indifendibile”.

Tuttavia nonostante l’estensione, la gravità e la durata del conflitto Nordirlandese, l’Accordo del Venerdì Santo e l’appartenenza di Repubblica d’Irlanda e Regno Unito all’Unione Europea avevano assicurato una certa stabilità. Questa si poteva apprezzare sia dai continui sondaggi pre-Brexit condotti in Irlanda del Nord in cui la prospettiva della riunificazione è estremamente lontana dai desideri dei cittadini sia dai risultati elettorali ottenuti dal DUP, il partito unionista, che ha quasi sempre avuto la maggioranza relativa nel parlamento nordirlandese e che ha registrato per esempio nelle elezioni del 2011 il 30% dei suffragi. Seppur con i distinguo del caso e seppur chiarendo come non sia affatto certo il risultato di un eventuale referendum condotto oggi, nondimeno risulta essere estremamente indicativo il risultato elettorale del partito indipendentista Sinn Féin alle ultime elezioni del 5 maggio 2022 che lo hanno consacrato per la prima volta in assoluto il maggiore partito in parlamento con il 29% dei voti e 27 seggi su 90. Il DUP ha invece toccato il suo minimo da quasi un ventennio totalizzando il 21.3% dei suffragi. Il risultato è estremamente rilevante, è la prima volta da 101 anni, ossia dall’istituzione della stessa Irlanda del Nord che diventi il primo partito ed esprima il primo ministro un partito nazionalista per la riunificazione, oltretutto quello stesso partito che all’Accordo del Venerdì Santo rappresentò l’IRA, una milizia paramilitare che durante il conflitto nordirlandese si stima che contò circa 10.000 componenti, fu artefice di attentati e a cui si attribuisce la responsabilità di oltre 1700 morti durante la loro campagna militare fra cui circa 1000 componenti delle forze di sicurezza britanniche e circa 700 civili. Il fragile equilibrio non può che aver subito l’impatto di una Brexit voluta soltanto da Inghilterra e Galles.

Se la premier Scozzese Nicola Sturgeon ha già chiesto che abbia luogo nel 2023 un nuovo referendum sull’indipendenza, in Irlanda la situazione è se possibile ancor più complessa e fragile. A causa della volontà di uscire dal Mercato Unico Europeo da parte del Regno Unito la situazione che rischia di crearsi è un confine ancor più netto e concreto fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Il nodo delle merci è cruciale, se si desidera che queste circolino liberamente in tutta l’Irlanda geograficamente intesa rispettando dunque le norme comuni europee sugli standard che i prodotti devono soddisfare, ciò implicherebbe un confine de facto fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, soluzione nient’affatto percorribile per gli unionisti. Se invece si volesse evitare il confine marittimo de facto fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, il rischio è che si potrebbe creare il cosiddetto hard border, un confine duro fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda che è la situazione che più di ogni altra si vuole evitare perché potrebbe realisticamente far andare in mille pezzi quel fragile equilibrio conquistato al prezzo di decenni di lotta, violenza e terrorismo.

Il dilemma non è affatto di facile soluzione e il percorso per trovare una mediazione fra le due vie appare accidentato. A cinquant’anni, però, da quella domenica di sangue, la ricorrenza deve necessariamente fungere da memento per evitare di cancellare come se nulla fosse una pace ed una convivenza pagati a carissimo prezzo. Contrariamente, quelle 14 vittime del Bloody Sunday e le altre migliaia che assieme a loro durante gli anni in cui si svolse il conflitto pagarono il prezzo più alto, sarebbero state perse invano. E questo sarebbe di certo francamente imperdonabile.

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