Nei giorni estivi sempre più torridi in cui i record di temperature elevate annunciati ai telegiornali sono ormai un costante ed infelice sottofondo, i cittadini più fortunati si spostano sul territorio in cerca di un sempre più raro refrigerio. Chi non può andare verso nord, quantomeno tenta di salire di quota. Dalla città di Roma, ad un centinaio di chilometri, si trova proprio quella che ha preso il pretenzioso soprannome di “montagna di Roma”, il monte Terminillo. Dagli anni ’30 agli anni ’60 meta sciistica dell’élite borghese e poi sempre più tappa del turismo di massa, il Terminillo è sempre stata meta piuttosto frequentata per la sua cospicua altezza di 2217 metri, la sua vicinanza alla Capitale e la sua forte promozione turistica durante il ventennio fascista con tanto di varie foto del Duce che durante le sue ricorrenti visite al massiccio posava risolutamente a petto nudo e sci inforcati per incentivare lo sport e il turismo invernali.

L’antropizzazione della montagna inizia con la costruzione della strada e successivamente del primo albergo nel 1936. La prima funivia fu inaugurata nel 1938 e ad essa seguì nel corso degli anni e col mutare delle esigenze la costruzione di ulteriori numerosi impianti di risalita con altrettante strutture ricettive per soddisfare la domanda del turismo di massa. L’apice delle presenze si raggiunse attorno agli anni ’60 per poi iniziare attorno agli anni ’80 il suo declino. La decisa e costante diminuzione delle presenze che ancora oggi si verifica è da attribuire certamente anche all’apertura nel 1969 dell’autostrada A24, la quale permise di raggiungere più agevolmente gli impianti sciistici abruzzesi sempre più competitivi e il Gran Sasso, montagna più alta degli appennini. Innegabile però è l’immenso problema che affligge tutte le montagne e che tutti gli abitanti delle zone montane confermeranno certamente senza nemmeno necessità di guardare alle francamente scoraggianti rilevazioni sullo stato di montagne e ghiacciai: non c’è più neve.

Già lungo i tornanti che corrono sulle pendici della montagna si scorge il fitto e splendido bosco di faggi che caratterizza la zona. La vista è mozzafiato e la natura rigogliosa. Arrivando a quota 1620 metri si trova Pian de’ Valli, un delizioso paese che funge da base principale per tutti coloro che per turismo decidono di trascorrere del tempo sul massiccio. Qui sono concentrate la maggior parte delle strutture ricettive e commerciali del Terminillo ed è il luogo in cui si trova la sua prima funivia. Le sue pittoresche strutture architettoniche riportano ai tempi del boom economico e tutto pare si sia fermato agli anni ’80.

Così come le strutture, sembra siano rimasti agli anni ’80 anche quei progetti di valorizzazione dell’area che invece sono tutt’affatto recenti, in cui si persiste con accanimento a concepire la montagna unicamente come gradevole cornice delle piste da sci. Ultimo dei vari progetti che auspicano ad un rilancio dello sci sul Terminillo è il cosiddetto TSM2 (Terminillo Stazione Montana) che prevedrebbe la costruzione di ulteriori 17 impianti di risalita e 37 chilometri di nuove piste da sci oltre a tutte le infrastrutture per l’innevamento artificiale ed altri rifugi. Chi è il convitato di pietra di tutto l’entusiasmante progetto? La neve tragicamente assente. Dal 2000 al 2018, secondo l’Eurac research di Bolzano, c’è stata una riduzione dell’innevamento e del manto nevoso nel 78% delle montagne di tutto il mondo, dai 1500-2000 metri in su l’aumento della temperatura è doppio rispetto a quello registrato a livello globale e più si sale più l’incremento è significativo. Nel massiccio studio internazionale “The Hindu Kush Himalaya Assessment” condotto da 210 scienziati si evidenzia invece come entro fine secolo potrebbe sciogliersi fino al 90% dei ghiacciai e potrebbe sparire sino al 70% di tutta la neve normalmente presente ad oggi sugli attuali comprensori sciistici. In risposta a tutto ciò si è previsto per il Terminillo un progetto che intende disboscare 18 ettari di faggeto, per costruirvi chilometri di piste e funivie, al fine di sciare su piste di neve artificiale, generata da macchine sparaneve spaventosamente energivore, che in tutta Italia consumano ogni anno decine di milioni di metri cubi d’acqua, anch’essa spaventosamente sempre più carente. Per tutte le criticità ambientali del caso il progetto ha visto alti e bassi. Approvato nel 2020 dalla Regione Lazio, viene poi sospeso nel 2021 dal Ministero della Transizione Ecologica per le criticità ambientali in seguito alla richiesta di riesame e annullamento del progetto avanzata da Europa Verde. Nel 2022 invece il TAR del Lazio ha rigettato il ricorso presentato da una serie di associazioni ambientaliste.

Quale esito avrà il progetto è dunque ancora incerto. Certa è invece la necessità di ragionare sul futuro delle nostre montagne e su come si intende concepire il turismo montano. Durante l’annus horribilis della pandemia, in seguito alle restrizioni di movimento, molti cittadini hanno riscoperto le montagne a loro più prossime all’insegna del godimento dell’enorme patrimonio naturalistico che queste hanno da offrire. Moltissime sono state le attività che hanno ripreso vigore fra cui il trekking in ogni stagione e la riscoperta di tradizioni e prodotti locali. Non resta dunque che decidere se le cime debbono essere solo uno dei tanti altri luoghi da disboscare, cementificare e antropizzare sistematicamente o se si desidera davvero realizzare le promesse di protezione forestale e della biodiversità aumentando quanto più possibile le aree protette prima che sia troppo tardi. Le nuove generazioni non mancheranno di certo di valutare l’operato.

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