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Parlare di razzismo in Italia è estremamente complesso: è un fenomeno così ampio, pervasivo, storico quanto attuale, mutevole e – soprattutto – distorto, falsato, frainteso… che qualsiasi sia la narrazione che se ne conduce, essa risulterà spinosa, pesante, indigesta.
Senza ombra di dubbio, tale tendenza è legata al problema stesso: l’Italia rifiuta una narrazione razzista di sé perché è razzista. Blackface a Tale e Quale Show: perché è razzismo (anche in Italia)?
Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Questa realtà si riflette nella società e nella cultura italiana intera: dai più circoscritti avvenimenti della quotidianità a tendenze collettive, dai fatti di cronaca alla politica e al mondo dello spettacolo. Si pensi alla polemica social (e non solo) scoppiata in reazione all’uso sistematico della blackface (uno stratagemma di scena attraverso cui una persona bianca si dipinge il viso per assomigliare ad una nera) nel programma Rai Tale e Quale Show: l’italiano medio la percepisce come un’esagerazione, un falso-problema ben lontano dal razzismo.

Ma chi definisce cosa sia razzista?

Ancora una volta, parte dell’Italia rifiuta di ascoltare la voce della comunità nera italiana, di accoglierla come parte integrante di sé.
Perché, dunque, la scelta di Tale e Quale Show – compiuta in tutta probabilità inconsapevolmente – è offensiva per la comunità nera italiana e specchio di una società razzista?

la polemica: blackface a Tale e Quale Show 

La polemica social esplode nel 2019 con l’esibizione di Roberta Bonanno nei panni di Beyoncé: tweet e post indirizzati al programma richiedono l’abolizione della pratica di scena e delle scuse verso la black community. La blackface però, è un must sin dagli esordi del programma: già nei primi episodi del 2012 artisti bianchi hanno imitato col viso dipinto di nero personaggi dal calibro di Whitney Houston, James Brown, Aretha Franklin, Michael Jackson e molti altri. 

Valerio Scanu interpreta Stevie Wonder in blackface nel 2014

Per la prima volta dall’esplosione della polemica, a seguito dell’esibizione di Sergio Muniz nei panni di Ghali lo scorso 20 novembre, è stato proprio l’artista imitato a prendere posizione contro l’ennesima blackface riproposta dal programma: «lo spettacolo non ne ha bisogno […] siamo gli unici, non lo fa più nessuno […] quando la comunità nera ha chiesto più volte a questo programma di smetterla».

Lo sfogo di Ghali su Instagram

come nasce la blackface…

Per comprendere il sostrato razzista che la blackface conserva nella realtà di oggi, occorre volgere lo
sguardo verso il passato.

William Webster Van de Grift, in arte Billy B. Wan, nella locandina pubblicitaria del minstrel show “Billy Van The Monologue Comedian” (primi anni del ‘900) si “trasforma” da bianco a nero.

Il fenomeno nasce nell’America schiavista di fine XIX secolo: nei minstrel show – spettacoli itineranti in voga fra il pubblico medio-alto borghese, un pubblico prettamente bianco – l’inferiorità delle persone nere diventa occasione di intrattenimento.

Gli attori bianchi, attraverso il trucco, esagerano la dimensione degli occhi e delle labbra e si dipingono il volto di nero (da qui: blackface) con carbone, lucido da scarpe o sughero bruciato.

Si esibiscono, quindi, in sbeffeggianti parodie stereotipiche, assumendo movimenti, atteggiamenti e accenti caricaturali.

Illustrazione di T. Rice in blackface nei panni di Jim Crow

I minstrel show ripropongono maschere ricorrenti dette dispregiativamente e “affettuosamente” coon: le persone nere sono così ridotte a omaccioni tonti e buoni, goffi imitatori dell’eleganza del dandy bianco, schiavi o provocanti ragazze mulatte. Il coon più celebre è Jim Crow, interpretato dal 1830 da Thomas Rice: il contadino sciancato protagonista della coon songJump Jim Crow”.
L’eredità razzista del fenomeno è così potente che le leggi di segregazione razziale emanate negli USA tra il 1876 ed il 1965 prendono il nome di Jim Crow Laws.  

…e cosa rappresenta oggi?

E’ chiaro che l’America schiavista di fine ‘800 sia una realtà ben lontana dalla nostra, ma non può passare come un aspetto trascurabile o irrilevante: in essa risiede l’innegabile sostrato razzista, discriminatorio e offensivo della blackface di oggi che – seppur soggetta alla caducità del tempo e ormai aderente a una realtà diversamente (ma ancora!) razzista – conserva la medesima essenza.

Per questo motivo la blackface, a prescindere dalle intenzioni con cui viene riproposta ogni anno da Tale e Quale Show, è un atto discriminatorio anche in Italia: la comunità nera italiana, la cui voce è considerata irrilevante a livello culturale, sociale e politico (si pensi allo ius soli), vede ridotta la propria identità etnica a quella stessa, purtroppo familiare, maschera di intrattenimento.

come non risultare razzisti?

Cosa fare per invertire la narrazione di un’Italia perlopiù retrograda, razzista, insofferente?
Non esiste una soluzione univoca, una formula del tutto esauriente: cambiare le cose, lo sappiamo, è spaventoso, complicato; il tema è caldissimo ed è ostico orientarsi nelle sue mutevoli sfaccettature.

Tuttavia possiamo esaminare criticamente, riconoscere ed eliminare quei preconcetti e quei comportamenti che alimentano, inconsapevolmente o meno, una comunità razzista e accogliere finalmente la comunità nera italiana: contrariamente a quanto molti si rifiutino di accettare, è una realtà impossibile da tagliare fuori (e da rimandare a casa propria).

Smettere di lamentarsi del “troppo politically correct. Che un tema così complesso sia sempre più di rado affrontato da persone realmente competenti, che sappiano pesare le parole, trasmettere efficacemente messaggi, divulgare cultura in maniera congeniale al nostro tempo, è un dato di fatto. Ma il termine politically correct è ormai tacciato di un’accezione eccessivamente negativa: non si può dire più nulla! Ogni giorno ne esce una nuova!
Problematiche come il razzismo – la storia parla chiaro – sono presenti da sempre ma emergono in maniera più o meno incisiva al mutare della sensibilità delle società. Per questo motivo se è solo negli ultimi anni che le voci delle minoranze hanno iniziato a emergere non significa che le loro proposte siano irrilevanti capricci di serie B.

Imparare a riconoscere il privilegio bianco. Una persona bianca che fa parte di un contesto razzista come quello italiano può osservare, studiare, reagire ad un fenomeno discriminatorio nei confronti della comunità nera, ma non può viverlo sulla propria pelle. Ciò ha come naturale conseguenza l’impossibilità di comprendere autonomamente la natura razzista di qualsiasi fenomeno: non si immagina neanche, non subendo la blackface sulla propria pelle, quanta sofferenza possa causare ad un’etnia che di sofferenze, specialmente in Italia, già ne vive abbondantemente.


Illustrazione di Worry Lines

Ascoltare, empatizzare, sostenere, dare spazio. Riconosciuto il proprio privilegio, viene da sé comprendere quanto sia importante ascoltare i diretti interessati: è alla comunità nera che spetta indicare cosa è offensivo, cosa è improprio per l’etnia a cui appartengono, come sarebbe più opportuno agire per evitare di discriminare (consapevolmente o inconsapevolmente) in un’ottica di empatia, sostegno, ascolto. Non più esclusione, discriminazione, pretesa.

L’appello della comunità nera italiana, appoggiata dalla polemica social, verso Tale e Quale Show è semplice: una sentita richiesta di scuse, la proposta di dare spazio ai talenti neri italiani (sì, ci sono!) o semplicemente di cambiare le regole, continuando ad assegnare artisti neri a imitatori bianchi pur non ricorrendo alla blackface.

Channing Tatum nei panni di Beyoncé nel programma “Lip Sync Battle”, imitazione perfettamente riuscita anche senza l’uso della blackface.

Accogliere tale appello significherebbe muovere un primo, simbolico, passo verso una reale accoglienza delle minoranze in Italia. La speranza di imporsi con una volontà concreta nel considerare le loro necessità non più come capricci di serie B, ma diritti inviolabili. Perché lo sono. 

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