Covid-19, ripercussioni sull’economia globale

Viviamo in un momento storico ed economico molto particolare. A causa della pandemia dovuta al covid-19 alcune tra le maggiori potenze globali stanno affrontando un periodo di forte recessione economica, probabilmente la più grave dalla Seconda Guerra mondiale, e di cambiamenti interni al mercato dei consumi e del lavoro. L’impatto economico si è verificato in primis in Cina, con un calo dell’offerta drastico dovuto al periodo di reclusione iniziato a gennaio.

Data l’importanza della componente cinese nella produzione internazionale, questo calo ha portato delle ripercussioni sulle catene di fornitura internazionale, cui consegue un relativo calo della domanda che ha danneggiato consumi ed investimenti anche in Europa, Stati Uniti ed America Latina, tutte nazioni che oltre al danno di importazione si ritroveranno, poco dopo la Cina, a dover gestire gli effetti diretti della pandemia e del lockdown.

Punto di partenza: la Cina

Come anticipato, in Cina le disposizioni per limitare il contagio sono partite a gennaio, poco prima del Capodanno cinese. Il forte potere politico e l’esperienza avvenuta già qualche anno fa con la SARS hanno permesso di chiudere immediatamente tutte le attività non ritenute necessarie e di avere una preparazione maggiore in ambito sanitario. Come in occidente i provvedimenti presi per limitare i contagi hanno provocato un crollo delle borse e la chiusura delle attività ha fatto sì che si degenerasse in una crisi economica.

I settori maggiormente colpiti sono quelli del turismo, si pensi che solo nella settimana del Capodanno sono andati persi circa 500 miliardi di Yuan (circa 61 miliardi di euro), dei trasporti, a causa degli spostamenti bloccati nel territorio, dell’immobiliare e dei beni di lunga durata non essenziali. Numericamente parlando si è verificato un crollo dei consumi al dettaglio intorno al 20% e dei volumi di scambi commerciali di poco inferiore. In risposta alle restrizioni di movimento molti lavoratori ed aziende sono stati costretti a rinnovare la struttura commerciale. Le imprese sono state indirizzate al web per la vendita dei propri beni, provocando un aumento record di nuove iscrizioni per i siti di vendita online.

Tra i settori che hanno tratto vantaggio dal periodo di reclusione abbiamo quello dell’intrattenimento, cinematografico, ludico ed online, quello assicurativo, con un picco di richieste di polizze assicurative sanitarie, e quello sanitario, spinto alla produzione di strumenti per la prevenzione e la sicurezza personale. Di non trascurabile importanza è la capacità di adattamento dei cinesi, che li porterà a riemergere facilmente, ed il fatto che Pechino, una volta superato lo stato di emergenza in Cina, ha mandato aiuti a molti stati in difficoltà, cosa nel pieno interesse della potenza orientale al fine di tornare il prima possibile ad una situazione di normalità internazionale e di salvaguardare i propri rapporti commerciali.

A causa della crisi una reale retrocessione potrebbe verificarsi nei rapporti con gli Stati Uniti, con cui potrebbe ricominciare lo scontro per limitarsi a vicenda, molto agevolato dall’atteggiamento anticinese nella gestione della pandemia di Donald Trump, oppure si potrebbero mantenere i rapporti attuali, specialmente in vista dell’anno elettorale negli USA.

La nostra realtà: l’Italia

In Italia la pandemia inizia a dilagare dallo scorso febbraio, le conseguenze economiche sono particolarmente tangibili e vanno ad intaccare un sistema già indebolito rispetto alle altre potenze europee. I dati a fine giugno riportano un deficit del PIL al -12,8% ed un aumento del debito pubblico al 166%. Il crollo congiunto di offerta e domanda è dovuto, come negli altri paesi, alla chiusura di molte attività. Per valutare la situazione economica attuale si prenda ad esempio uno dei settori più importanti dell’economia nazionale, quello turistico, che subisce un notevole crollo a causa delle misure di contenimento e per cui il ritorno alla normalità sarà molto graduale, comportando perdite di miliardi di euro, cifra non indifferente essendo buona parte del PIL nazionale.

Un altro settore che ha subito i danni dovuti alla pandemia è quello relativo all’export italiano. Non essendo l’Italia l’unica nazione ad essere colpita dal covid-19 ed essendo maggiormente in crisi i principali paesi di destinazione dei prodotti italiani, senza tralasciare i relativi problemi logistici relativi alla spedizione in sé, l’export subirà un calo tra i più elevati nell’economia europea. In una situazione simile sono state trovate delle prospettive di sviluppo solo in alcuni ambiti, tra cui il settore farmaceutico e quello delle telecomunicazioni. Il passaggio ad uno stile di vita totalmente diverso ha portato un cambiamento ed una diminuzione anche nei consumi familiari, si passa ad acquisti volti a procurarsi i beni di prima necessità a sfavore di tutte quelle spese secondarie, quali abbigliamento, servizi ricreativi e ristorazione.

Una grande potenza europea: la Germania

Per rendersi realmente conto della situazione economica in Germania bisogna fare un paragone con le altre potenze europee. Prendendo in esame il primo trimestre del 2020 si pensi al fatto che la Francia, anch’essa toccata dalla crisi per la pandemia, ha subito un deficit del PIL del -5,8%, la Spagna del -5,2% ed il Belgio del -3,9%. In un quadro europeo simile la Germania ha visto una diminuzione del PIL del 2,2%, prendendo in esame lo stesso lasso di tempo.

Il vero shock subito dall’economia tedesca non è inerente al mercato finanziario, che risulta già in piena ripresa, ma alla crisi nel sistema economico internazionale che provoca dei rallentamenti a livello commerciale. Il sistema tedesco infatti è basato sull’export-led (modello economico volto all’esportazione) che non trae sicuramente beneficio da una situazione come quella attuale. Un altro importante fattore è che, essendo molto collegata alle catene produttive globali, sull’economia tedesca si ripercuote qualsiasi deficit delle aziende a cui è legata e la pandemia ha danneggiato due importanti fornitori per quanto riguarda le produzioni di componentistica, l’Italia e la Cina.

Il problema non è sormontabile in autonomia, un po’ perché molte aziende hanno una politica di acquisto di pezzi per cui questi vengono comprati solo in caso di bisogno, un po’ perché molte delle componenti sono altamente specializzate e prodotte solo in determinate industrie, comportando l’assenza di fornitori alternativi. In ogni caso la Germania si appresta a risolvere i propri problemi economici ed acquisire una maggiore importanza nel panorama europeo a causa della nomina di Angela Merkel come Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, con una campagna a favore dello sviluppo sostenibile e dell’innovazione, resa particolarmente condivisibile per la credibilità della cancelliera tedesca, tornata ad i massimi livelli in seguito alla gestione della pandemia.

Una situazione particolare: Regno Unito

Il Regno Unito parte da una situazione in bilico già dall’inizio dell’anno a causa della Brexit, con cui si è tirato fuori dall’Unione Europea. A questo va aggiunto che si tratta dell’ultimo paese ad imporre la chiusura delle attività e la quarantena a causa della pandemia e dell’ultimo a dare il “via libera”. La coesistenza di questi fattori ha portato la nazione a subire il maggiore calo registrato da quando vengono pubblicati i dati economici mensili, con una diminuzione del PIL pari al 20,4% nel mese di aprile, una crisi peggiore di quella del 2008, soprattutto data l’importanza del settore manufatturiero, che contribuisce per il 21% alla composizione del PIL nazionale, in stato di stasi per i provvedimenti contro il covid-19.  Il tutto è aggravato dalla leggerezza e lentezza con cui Boris Johnson ha affrontato la pandemia, proponendo addirittura, come soluzione primaria, l’immunità di gregge. Come per gli altri paesi la ripresa economica sarà lenta, intaccata non solo dalla pandemia, ma anche dal dover ridiscutere alcuni termini della Brexit, per introdurre delle clausole a tutela della ripresa nazionale.

Il gigante oltreoceano: gli Stati Uniti

La pandemia non poteva non intaccare anche la maggiore potenza globale. Anche negli Stati Uniti ci troviamo in una situazione affrontata in modo tardivo e sottovalutata dal presidente Donald Trump, che inizialmente sosteneva che il mondo si fosse fermato per un’influenza. Facendo un discorso in senso cronologico si può notare come nel mese di dicembre la disoccupazione negli USA fosse in diminuzione arrivando al 3,5% e i salari e la borsa americana fossero in crescita.

A gennaio è stato concluso uno dei più importanti accordi commerciali che prevede l’acquisto da parte della Cina di una quantità di prodotti per un valore di 200 miliardi di dollari, uno stimolo importante ad un’ulteriore crescita economica che non dipende dalla domanda interna. Nel mese di maggio la situazione si modifica notevolmente, il PIL passa dal +2.1% al -4.5% e la disoccupazione dal 3,5% al 14%. La risposta del governo è stata una riduzione dei tassi da parte della FED e un piano di aiuti pari a 2700 miliardi di dollari. Fornire questi sostegni non farà totalmente ripartire l’economia americana ma si aveva comunque la necessità di aiutare migliaia di persone che avevano perso il lavoro, soprattutto dati i costi sanitari degli USA.

Per avere un quadro completo nella settimana antecedente al lockdown le richieste di sussidio sono state circa 70 mila, a partire dalle imposizioni di quarantena sono aumentate a 3 milioni e 300 mila. Già nel mese di giugno si è verificato un aumento di oltre due milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è sceso di oltre un punto percentuale e le attività sono state riaperte, alcune con qualche limitazione, in tutti gli stati. L’economia americana dimostra una forte reattività, confermata da un immediato aumento delle borse.

Un grande rischio: l’America Latina

L’America latina sta vivendo momenti di particolare difficoltà. Si tratta di un subcontinente che da anni non vede una crescita significativa e con problemi crescenti di indebitamento, con difficoltà a livello finanziario, poche opportunità di investimento e minime possibilità di recupero nei prossimi due anni. In un panorama simile il numero elevato di casi di covid-19 sicuramente non crea giovamento.

In molti paesi le quarantene sono terminate in modo precario, senza aspettare che la curva di contagi si stabilizzasse, principalmente a causa della spinta degli imprenditori che non vogliono tenere ferme le loro attività per un lasso di tempo troppo elevato. L’economia sudamericana si sta bloccando e a risentirne sono tre perni fondamentali su cui si basa: il turismo, a causa delle limitazioni negli spostamenti, il commercio, per i limiti nelle esportazioni con conseguente calo del prezzo delle materie prime, e i flussi finanziari, con un calo degli investimenti esteri che raggiunge il 50%.

Prendendo qualche esempio più specifico vediamo la situazione attuale in Brasile ed Argentina. Quest’ultima è alle prese con la crisi da prima della pandemia che la vede impegnata in trattative per sanare il debito generato dal governo Macrì. Il primo caso di covid-19 è stato riscontrato il 7 marzo e, da subito, sono state messe in atto le norme di confinamento, che hanno provocato il fallimento di molte attività. Tutti questi fattori hanno causato una maggiore contrazione dell’economia e dell’impiego con l’aumento dei livelli di povertà, già gravi dopo il sopracitato governo. Una situazione da cui, secondo l’ONU, l’Argentina potrà uscire solo mediante un programma di sostegno internazionale. Per ciò che concerne il Brasile l’argomento è ancora più delicato.

L’atteggiamento di Bolsonaro, recentemente risultato positivo al virus per ironia della sorte, non ha aiutato i cittadini a capire la gravità della situazione, al contrario, in un periodo di confinamento per limitare per quanto possibile il numero di vittime, il presidente incitava le persone ad uscire dato che tutti sarebbero morti di fame nel caso di un blocco dell’economia. Nella nazione il tasso di disoccupazione sta crescendo in maniera molto rapida e la crisi dovuta alla pandemia ha aggravato ulteriormente la nota disuguaglianza sociale.

In conclusione, le nazioni di tutto il mondo sono state colpite da una crisi molto difficile da gestire in quanto indipendente dalle singole economie. Il cessare delle attività di diverso tipo ha provocato un inevitabile crollo dei PIL di tutto il mondo, ulteriormente aggravato dalle limitazioni in materia di spostamenti che hanno creato danneggiato le esportazioni. Le possibilità di ripresa in tempi brevi sono plausibili per le maggiori potenze mondiali e per le nazioni con le economie più reattive, si vedano gli Stati Uniti e la Cina, mentre per i paesi più deboli la camminata verso la ritrovata stabilità economica sarà più lunga e difficoltosa.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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