Giordania: un viaggio alla scoperta di odori, volti e consapevolezze

Amman, Giordania, 30 Agosto 2019 ore 23.30

È quasi notte ma ad Amman, capitale della Giordania, è come se fosse pieno giorno. La mia prospettiva occidentale mi porta a paragonare una tale vivacità e frenesia con l’ora di punta europea per antonomasia: mezzogiorno.

Ma in un paese come la Giordania si scopre ben presto che i paragoni sono inutili e, ancor peggio, limitano fortemente le esperienze di viaggio.

Così decido di lasciarmi trasportare.

Mi siedo al tavolino di un ristorante all’aperto, uno dei tanti presi d’assalto, e mi guardo intorno per cercare di scorgere, se non un menù, almeno le foto dei piatti serviti. Invece non trovo niente, nessuna foto di succulenti hummus o falafel, nessuna foto di kebab. In compenso, le pareti della cucina e dell’unica zona semi chiusa del locale, che segna il confine con la strada, sono piene di foto dell’ex re di Giordania: Hussein.

Immediatamente, senza rivolgermi la parola, un giovane cameriere mi serve hummus, falafel, pomodori, cipolle, salse di vari tipi, alcune pite e una tazza di tè.
Così, in un minuto e senza interagire con nessuno, si ha la sensazione di far parte della normale routine quotidiana, di essere parte integrante della città.

Invece, come spesso accade, la percezione di qualcosa non rispecchia la realtà dei fatti: subito mi rendo conto di essere l’unica turista, l’unica con i capelli al vento, l’unica con le gambe semi scoperte.
Nella mia prima mezz’ora ad Amman ho già assaporato ciò che si rivelerà un tratto tipico della capitale e di tutto il paese: ospitalità gratuita, sorrisi, senso di comunità, cibo e odore di spezie misto a fumo.

La mattina seguente la meta da raggiungere è la Cittadella di Amman, che sorge sulla sommità della collina più alta della città (Jebel Al Qala’a) e che costituisce uno dei più antichi luoghi abitati al mondo. Decido di raggiungerla a piedi e, fin da subito, mi rendo conto di una contraddizione costante che mi accompagnerà per tutto il viaggio: l’ingenua spontaneità dei semplici cittadini e lo strategico, seppur sempre discreto, modo di fare di quegli abitanti e di quei lavoratori che hanno visto nel turismo un ottimo guadagno.

Mentre cammino tra le piccole strade assolate per raggiungere la collina, passo di fianco a case diroccate che avrebbero tutti i motivi per essere disabitate ma non lo sono, passo accanto a caffè chiusi o dimessi, panni stesi, gatti assonnati e a un gruppo di bambini che, improvvisamente, al mio passaggio si ammutolisce e mi fissa, con uno sguardo misto tra il confuso e l’incuriosito.

Continuo a camminare e arrivo all’ingresso della Cittadella che, a differenza dello scenario di poche decine di metri prima, è a tutti gli effetti un luogo turistico: c’è un bar, un agente della polizia all’ingresso, ci sono turiste americane in vestitini dai colori improbabili e un tassista che tenta ostinatamente di offrire passaggi a tutti fino a Jerash.

Mi lascio travolgere dalla sorpresa di assistere a due atteggiamenti così diversi: lo stupore dei bambini e la sfrontatezza del tassista, quasi come se non fossero gli abitanti della stessa città.

Entro nella Cittadella e rimango affascinata da un luogo così antico, con uno sfondo di case bianchissime che si estendono quasi a perdita d’occhio, mostrando la vastità della città più popolosa della Giordania.

Una città che, da fuori, appare proprio come quella che è: un groviglio di strade e vicoli, un intenso e incessante profumo di bucato, cibo e fumo di sigarette. Un eterno andirivieni, di giorno e di notte, ristoranti sempre aperti e sempre pieni, bambini che giocano a calcio in strada, magari gli stessi che vendono bibite nel piccolo alimentari all’angolo. Una città che vive di vita propria e non di turismo e nella quale il turista può, comunque, sentirsene parte integrante.

Il giorno successivo è un giorno di spostamento, come lo saranno anche molti altri. Con una macchina a noleggio scendo da Amman fino a Madaba.

Le strade che collegano una città all’altra sono grandi, assolate e spaventosamente vuote. Niente a che vedere con il traffico caotico della capitale. Ogni strada è come un immenso sentiero che si inoltra in un deserto roccioso.

Ai lati della strada o nel bel mezzo del deserto di roccia granitica, a qualche centinaio di metri dalla carreggiata, capita spesso di vedere degli accampamenti. Si tratta per lo più di piccoli agglomerati di tende bianche, bassissime. Si capisce che sono abitate perché spesso accanto ci sono panni stesi (appesi ad un filo legato a due tronchi di alberi o a due pali tenuti in piedi dalle rocce) e fuochi accesi. Anche se ti augureresti che non lo fossero. O meglio, spereresti che ciò che ha spinto le persone a rifugiarsi in Giordania e a vivere in quel modo non esistesse.

Il Paese, infatti, ospita moltissimi profughi. Il 40% della popolazione è composta da palestinesi, arrivati in Giordania come conseguenza delle guerre arabo-israeliane del 1948 e del 1967. Ma i palestinesi non sono l’unica popolazione in fuga nel Paese. Secondo dati dell’UNHCR, alla fine del 2018 il totale di rifugiati e richiedenti asilo in Giordania era di 759.195 persone, di cui 671.847 siriani, 66.965 iracheni e circa 20.383 di altre nazionalità (tra cui yemeniti, sudanesi, somali). Una zona di pace e di tregua per chi fugge dalla guerra e dallo Stato Islamico.

Uno scenario di salvezza e disperazione insieme. Una panorama che, paradossalmente, allo stesso tempo preoccupa e rassicura chi, come me, può semplicemente limitarsi a osservare, documentare e raccontare.

Con il peso di tutto ciò che vorrei fare, senza però averne i mezzi, arrivo a Madaba, “la città dei mosaici.”

Madaba è una piccola città, a 30 chilometri a sud-ovest della capitale, celebre soprattutto per i suoi mosaici di epoca bizantina. In questa città storica hanno trovato rifugio migliaia di persone, in particolare a partire dallo scoppio della guerra nella vicina Siria nel 2011. Sempre secondo dati dell’UNHCR, ad oggi sono circa 13.000 i rifugiati registrati a Madaba, su una popolazione di circa 80.000 persone.

A Madaba la zona più turistica della città è molto circoscritta e ridotta a quattro vicoletti, situati al centro, pieni di ristoranti e botteghe artigianali di abbigliamento e gioielli. Ma basta allontanarsi di qualche centinaio di metri per riassaporare la frenesia e gli intensi odori di Amman: le strade sono piene di negozi di abbigliamento da donna e di chioschi con frutta e verdura.

I commercianti aspettano pazientemente, all’interno delle loro piccole botteghe, l’ingresso di qualche cliente e, nel frattempo, vivono: mangiano, dormono, bevono tè, ascoltano la radio, discutono. Fanno qualcosa che nella società occidentale, sempre in cerca di profitto, parrebbe illogico data la generale povertà del paese: attendono di guadagnare giusto il necessario per poter vivere, non nell’agio ma serenamente.

Convincendomi di quanto i paragoni siano inutili, mi limito a fare tesoro di questo esempio e continuo a camminare e osservare. Ciò che più colpisce della città è la presenza, visibile, di una delle più grandi comunità cristiane della Giordania. Circa un terzo della popolazione (20.000 abitanti) infatti è legata alla tradizione greco-ortodossa, che vede nella Chiesa di San Giorgio una delle chiese cristiane più importanti del paese e uno dei principali centri di raduno della comunità.

La sera, al tramonto, ascolto il canto del muezzin, il richiamo alla preghiera che proviene dall’alto dei minareti, mentre osservo la croce ortodossa sulla facciata della chiesa di fronte a me. Tutto scorre lentamente e pacificamente, dando un chiaro esempio di perfetta convivenza etnica e religiosa.

La sosta a Madaba dura poco, giusto il tempo di mangiare il tradizionale mansaf e di comprarmi un pantalone sufficientemente largo e comodo per la prossima tappa: il Wadi Rum.

Sì, perché un’altra cosa da fare mettendo da parte le nostre abitudini quando ci si prepara ad un viaggio in Giordania, è la valigia. Contrariamente a quanto siamo abituati a fare, coprirsi è l’unico modo per ripararsi dal caldo e dal sole rovente.

Il deserto del Wadi Rum è distante circa 300 km da Madaba. 300 km in cui scelgo di costeggiare il Mar Morto e attraversare piccoli paesi. Mi fermo ad ammirare la calma piatta e silenziosa del lago salato situato nella più bassa depressione del mondo. Il bianco del sale lungo le coste contrasta con la scala di colori, dal rosso al marrone, del deserto roccioso circostante. 

Proseguo la strada e passo attraverso piccoli villaggi, fatti unicamente di tende ai bordi della strada, o piccole città, con qualche negozio e una moschea. Mi imbatto nell’uscita da scuola di bambini e ragazzi. Noto che le ragazze indossano tutte un’uniforme verde e hanno il volto coperto da un velo bianco.

Vedo spesso anche bambini, ragazzi e ragazze che camminano, solitari, ai bordi della strada deserta con i libri in mano e capisco che sono abituati a macinare chilometri, ogni giorno, nel tragitto da casa a scuola. Come per tutti i bambini del mondo, immagino che la scuola possa essere noiosa e che le maestre possano essere esigenti ma, all’improvviso, sento che qui, la scuola, assume anche tutt’altro significato. Percepisco una voglia di riscatto e la vedo indirizzarsi verso la strada della cultura. Una sensazione che avevo avuto anche passeggiando per le strade di Amman, alla vista delle numerose librerie e edicole sparse ovunque.

Con un bagaglio di emozioni e sensazioni sempre più pesante, arrivo finalmente all’ingresso dell’area protetta del deserto del Wadi Rum. Qui lascio la macchina e faccio la conoscenza di Yousef, che sarà la mia guida per tutto il giorno.

Con Yousef percorro il deserto in jeep e mi fermo spesso: per visitare le antiche rovine di un tempio dei Nabatei, per scalare una collina rocciosa con l’unica sorgente d’acqua dolce dell’area e per riposarmi nei numerose accampamenti beduini a bere tè e ad ascoltare le loro storie.

Per pranzo raggiungiamo una zona all’ombra di una roccia e lì troviamo un gruppo di beduini, che successivamente scoprirò essere i cugini di Yousef, seduti intorno al fuoco intenti a bere tè e parlare. Yousef raccoglie tronchi di piante secche, accende un altro fuoco e stende un telo. La preparazione del pranzo è lenta, metodica e io aspetto, per un’ora, in silenzio. Quando finalmente il pranzo è pronto, mangiamo tutti insieme: una zuppa piccante di fagioli, pomodori e cipolle, humus, mutabbal, formaggio di capra e una grande quantità di verdure, il tutto accompagnato dalle immancabili pite.

Durante il pranzo Yousef mi racconta che fa questo lavoro da 7 anni. Ha 24 anni, non ha i genitori e vive nell’accampamento in cui dormirò stanotte insieme ai suoi fratelli. Mi dice che questo è il lavoro che fa per lui e gli piace. Gli chiedo se ha mai viaggiato al di fuori della Giordania e mi risponde di no ma si ritiene fortunato: fa un lavoro che gli permette di conoscere tante culture diverse e così, un po’, gli sembra di aver conosciuto tutto il mondo. Gli sorrido e non posso dargli torto. Prima di ripartire mi confida che lavora anche per realizzare due progetti: costruirsi una casa vera al di fuori del deserto e viaggiare. Gli rispondo che sono sicura che ce la farà, poi mi faccio offrire l’ultima tazza di tè e ripartiamo per il tour nel  deserto.

Il pomeriggio scorre velocemente tra passeggiate sulle dune, brevi arrampicate e soste negli accampamenti beduini. All’ora del tramonto arriviamo in cima ad una roccia e davanti a me, in pochi minuti, scorre uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrire: il sole, di un rosso intenso, scompare tra le rocce granitiche illuminando il deserto. In lontananza scorgo dei cammelli che camminano lenti, probabilmente per rientrare, stanchissimi, all’accampamento dopo una giornata passata a trasportare turisti.

Ma per me la giornata non è ancora finita e con Yousef raggiungiamo il campo dove trascorrerò la notte. Ho appena il tempo di sbirciare la tenda in cui dormirò e subito Ahmed, il fratello maggiore di Yousef, mi dice che la cena sarà servita di lì a poco e mi invita a vedere come è stata cucinata. Mi avvicino quindi a due buche nel terreno, una delle quali è coperta dalla sabbia.

Ahmed e il cuoco cominciano a togliere la sabbia con due pale. Sotto c’è una coperta di lana di cammello e sotto ancora un tappo in metallo. Una volta tolto il tappo, viene estratto dal terreno un portavivande fatto a ripiani pieno di patate, carote, cipolle e carne di pollo. Affascinata, divertita e sorpresa, scopro che questa tecnica di cottura si chiama Zarb ed è tipica della cucina beduina.

Mi godo la cena e, una volta finita, ci riuniamo intorno al fuoco a bere tè e osservare le stelle. Mentre vedo nitidissima la Via Lattea, Ahmed inizia a parlare e a raccontare la sua storia e quella del suo paese. Improvvisamente, il bagaglio di sensazioni di cui avevo fatto tesoro nei giorni precedenti e quella voglia di riscatto che avevo sentito aleggiare nell’aria, si concretizza nelle parole di Ahmed.

Parla della Giordania come di un’isola felice in mezzo ai tanti paesi in guerra che la circondano e ringrazia il suo governo per la libertà concessa ai cittadini di professare le proprie fedi e nel promuovere l’integrazioni tra popoli e religioni diverse. In particolare la questione religiosa è molto importante per Ahmed.

Lui, musulmano, condanna e si dispiace per la narrazione di un islam radicale e violento, generata dallo Stato Islamico, che divide il mondo in soldati di Dio e infedeli. “Chi uccide nel nome di Dio non è musulmano”, dice. “Lo Stato Islamico rifiuta le leggi dell’uomo e impone un dominio basato su una interpretazione distorta della religione. Il mio compito e il compito del mio paese è quello di dimostrare che si può essere musulmani accoglienti e aperti alle diversità, perché questo è il vero insegnamento dell’Islam. Confido nel poter dare il buon esempio e una buona immagine del mio paese e del mio credo in Occidente.”

Ahmed parla in inglese e usa parole semplici ma si capisce che ciò che vuole esprimere è molto importante e gli viene dal cuore. Lo ringrazio e ci diamo la buonanotte. Vado a letto felice e con il cuore pieno. È pieno di fiducia, speranza, di occhi che mi sorridono e di voglia di riscatto che si è fatta concreta, tanto nel piccolo commerciante o agricoltore nella sperduta periferia di Amman, quanto in Ahmed ormai proprietario, con il suo campo, di una vera e propria piccola azienda. È una voglia di mettersi in gioco che poco ha a che fare con la pura ricerca del guadagno e che ha radici nel motto del “lavorare per vivere” (e per vivere liberi, aggiungerei).

La mattina successiva mi sveglio prima dell’alba per fare un giro in cammello e vedere il sole sorgere. Non conosco il nome del beduino che mi accompagna perché non si presenta e mi saluta semplicemente con un sorriso. Credo non parli neanche una parola d’inglese ma sembra a suo agio. E lo sono anch’io. Chissà quando mi ricapiterà tutto questo silenzio.

Finito il giro, Yousef mi riaccompagna in jeep al di fuori dell’area protetta, ci salutiamo con un grosso abbraccio ed entrambi abbiamo gli occhi lucidi.

Riprendo la mia macchina e guido ancora più a sud, direzione Aqaba, che dista circa 75 km.
Ad Aqaba mi aspetta il mio volo per l’Italia, che adesso mi sembra lontanissima. Così come sembrano lontani i conflitti, la guerra in Libano, Siria, Iraq, gli scontri tra i regimi di Iran e Arabia Saudita, in cui le vittime sono sempre e solo i civili, e l’ennesima campagna elettorale di Netanyahu che promette di annettere i territori della Valle del Giordano e della Cisgiordania allo Stato d’Israele. Tutto sembra così lontano ed è, invece, terribilmente vicino. E tutto pesa sulle spalle della Giordania, che prova a dare esempio di accoglienza e che cerca di farsi strada tra le macerie dei pregiudizi e della povertà.

Salgo sull’aereo e concludo il viaggio con una speranza: la Giordania è un paese a cui l’Europa dovrebbe guardare non solo come territorio in grado di fare del turismo un’arma di liberazione ma anche come esempio per i territori limitrofi, segnati da guerre in cui, purtroppo, l’Occidente non solo rimane a guardare ma ne alimenta, economicamente e militarmente, gli scontri.

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