Il Portogallo è fuori dalla crisi?

I Portoghesi fin dal medioevo sono sempre stati un popolo diverso dagli altri popoli Europei. Probabilmente a causa delle sue dimensioni geografiche, o anche a causa della sua posizione il Portogallo si presenta come una piccola finestra sull’Atlantico, caratterizzato per una grande apertura culturale e politica. Oggi è l’unico dei paesi dell’Unione Europea che non ha subito in maniera consistente l’avanzare dei partiti populisti, inoltre è stato tra i pochissimi, se non l’unico Stato Europeo che è riuscito a fronteggiare la crisi economica del 2008 senza smantellare il suo sistema di welfare. Tuttavia, il livello dei redditi più basso rispetto alla media Ue e l’indice di disuguaglianza ben lontano dai parametri pre crisi portano ad alcuni punti di incoerenza che stanno facendo vacillare le certezze costruitesi in questi ultimi anni, come testimoniato da un’avanzata, seppur contenuta, da parte dei partiti populisti e di centrodestra alle ultime elezioni europee.

PANORAMICA POST CRISI

L’alternanza al governo del paese tra i social democratici e i socialisti ha presentato nel corso degli anni duemila una circostanza che praticamente si è sempre verificata. L’attuale governo del socialista Antonio Costa è riuscito ad ottenere ottimi risultati sia sul piano occupazionale, sia sul piano della riduzione del deficit. Alcuni ritengono la crescita costante del Portogallo (secondo le stime della Commissione Europea PIL +1,7% nel 2019) un successo delle politiche di austerity, altri invece che il successo sia da ricercare nella svolta impressa nel 2016 dal governo Costa, con tutta una serie di misure volte a sostenere i consumi delle classi più colpite dalla crisi economica. Una crescita, quella portoghese, che tuttavia presenta alcuni punti d’incoerenza, con un indice di disuguaglianza molto elevato, in base al quale il 20% più ricco della popolazione guadagna ben sei volte in più del 20% più povero. Inoltre, sebbene la disoccupazione sia ben al di sotto della media europea (6,3%), è anche vero che il reddito medio disponibile pro capite, pari a 21.203 dollari annui, è ben inferiore alla media OCSE, pari a 33.604 dollari annui ed alla media Ue di 27.700 dollari annui.

UNA DEMOCRATIZZAZIONE PACIFICA

Caratteristica essenziale del Portogallo è essere un paese particolarmente incline alla concertazione. Se è vero, infatti, che è stato sotto una dittatura di stampo aristocratico-fascista fino al 1974, è anche vero che tale governo autoritario è stato rovesciato in maniera pacifica. La lunghissima dittatura di Salazar, durata fino al 1968 dal 1932, e il successivo governo di Marcello Caetano, infatti, sono stati cancellati dalla così detta rivoluzione dei garofani, che nel ’74 fece partire la transizione democratica. Ciò inscrive il Portogallo nel pieno della terza ondata di democratizzazione descritta da Samuel Huntington, che nell’Europa meridionale coinvolse anche Grecia e Spagna. L’assetto istituzionale scelto dopo la rivoluzione fu quello del semipresidenzialismo, in cui, tuttavia, il Presidente della Repubblica è stato nel tempo abbastanza depauperato dei suoi poteri a favore di un Governo sempre più forte, anche nella dialettica con il Parlamento. Non è casuale sotto questo aspetto che la campagna elettorale più aspra sia quella per l’elezione del Parlamento, contestuale a quella del Primo Ministro, nella quale si scontrato le due maggiori forze politiche del Paese, il partito Social Democratico, sostanzialmente di centro, ed il Partito Socialista, che pur partendo da posizioni di sinistra, negli anni ha assunto posizioni più moderate. Se andassimo ad analizzare su un piano prettamente politologico il Portogallo, notiamo che il Paese, fatta salva una breve esperienza di governo di destra negli anni 80, presenta una continua alternanza al potere tra social democratici e socialisti. Alternanza, questa, che secondo politologi come Giovanni Sartori, da un lato è sintomo di una democrazia in salute, dall’altro crea una competizione politica tendenzialmente centripeta.

PORTOGALLO E GRECIA, DAVVERO COSI’ DIVERSI?

Interessante, ai fini del nostro discorso, può essere un parallelismo con la Grecia, laddove questi due Paesi condividono una storia che soprattutto nell’arco degli ultimi cinquant’anni, si è più volte intrecciata, ma che si è divisa in modo sostanziale nell’ultimo decennio. Entrambi, come precedentemente detto, sono stati esempi della terza ondata di democratizzazione descritta da Huntington, ma se il Portogallo ha sempre avuto un dibattito ed una stabilità politica notevole tendente alla centralizzazione, la Grecia si è negli anni caratterizzata per un dibattito politico scarso che fa da contraltare ad un sistema estremamente polarizzato. In più è sempre stata vittima delle poche potenti famiglie che hanno sempre dominato la scena. Sia la Grecia, sia il Portogallo sono entrati nell’Unione Europea negli anni ’80, inserendosi nel processo di integrazione europea e monetaria che è indubbio abbia sostenuto un’ampia stabilizzazione democratica. Entrambi erano parte del gruppo dei PIIGS (Portugal, Ireland, Italy, Greece, Spain), come affettuosamente gli inglesi definivano i paesi più deboli economicamente all’interno dell’Unione. Entrambi hanno deciso di affrontare la crisi con un governo di sinistra, i Greci con Syriza di Alexis Tsipras e i portoghesi con il Partito Socialista di Antonio Costa. Eppure, oggi la percezione di Portogallo e Grecia a livello europeo è diametralmente opposta. Gli uni sembrano agli occhi di tutti usciti perfettamente dalla crisi, gli altri invece ne sono usciti distrutti, tanto che è notizia di pochi giorni fa, la rovinosa sconfitta del partito di Tsipras alle elezioni politiche. In politica tuttavia non tutto è bianco e nero, la realtà è spesso più complessa di quel che appare: la questione della crisi greca, più volte ad un passo dal default, ha avuto un enorme risalto mediatico, chi da un lato ha esaltato la troika che tramite politiche di rigore è riuscita a far ripartire l’economia, chi dall’altro ha biasimato le privatizzazioni attuate per sostenere il debito ed i tremendi sacrifici imposti alla classe media. La questione a ben vedere appare molto simile a quella portoghese, solo che in Grecia si cercano i responsabili di una situazione economica che seppur migliorata appare ancora drammatica (disoccupazione 18%, debito pubblico 176% del PIL), mentre in Portogallo ci si batte per la paternità della crescita post crisi (disoccupazione 6% debito pubblico 120% del PIL). Eppure, a ben vedere, le situazioni per quanto diverse, non sono così dissimili.

Thomas Picketty, illustre economista francese, nel suo libro “il capitale del XXI secolo” sostiene la tesi secondo cui il mondo stia andando sempre più verso un aumento delle diseguaglianze, e Grecia e Portogallo in quest’ottica sono due perfetti esempi. Nonostante la differente percezione, il Portogallo presenta un indice di diseguaglianza molto elevato, in cui il 20% della popolazione più ricca possiede sei volte in più del 20% della popolazione più povera, che è la stessa identica proporzione presente in Grecia, con un reddito medio, quello greco, che è solo 3500 dollari più basso. A voi le conclusioni.

 

 

Mario Greco

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