Il caso Sea Watch 3: i migranti “diversi”

Il 12 giugno scorso la nave Sea Watch 3, appartenente all’omonima ONG olandese e guidata dal capitano Carola Rackete, ha accolto a bordo 53 migranti che si trovavano su un gommone al largo della costa libica e ha iniziato a cercare un porto in cui attraccare, rifiutando di riportare i migranti soccorsi in Libia. Due giorni dopo, il 14 giugno, la nave ha fatto autonomamente rotta verso Lampedusa indicandolo come unico porto sicuro. Il giorno dopo, 15 giugno, è stato effettuato al largo di Lampedusa un controllo sulle condizioni sanitarie dei migranti da parte della Guardia Costiera italiana.

Dieci dei migranti a bordo sono stati fatti scendere a terra per motivi di salute, ma per gli altri continua la permanenza sulla nave, che non ha ancora trovato un porto. L’equipaggio della nave invoca la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ma il suo ricorso viene respinto, la Sea Watch 3 non può attraccare. Dopo quattordici giorni nelle acque internazionali la situazione a bordo è critica e nel 26 giugno il capitano Rackete prende  la sua decisione: forzare il blocco ed entrare nelle acque italiane, attraccando al porto di Lampedusa tre giorni dopo. Il resto è storia attuale.

E’ un caso, quello della Sea Watch 3, che solleva di certo molte domande e riflessioni in materia di etica. Fino a che punto legge e giustizia coincidono? E’ possibile conciliare interessi politici e diritti umani? Il tema dell’immigrazione riguarda molto da vicino l’Italia in questi ultimi anni, ma ci si può dimenticare che l’Italia non è solo meta ma anche luogo di partenza di emigrati.

Non solo persone in fuga da guerre e povertà che transitano per l’Italia sperando di raggiungere Francia, Germania e Paesi scandinavi, ma anche cittadini italiani che decidono di lasciare il Paese. Secondo uno studio ANSA risalente al febbraio di quest’anno, l’Italia è all’ottavo posto nella classifica mondiale per numero di emigrati. Un terzo di questi emigrati sono giovani laureati. E’ il fenomeno diventato tristemente famoso come “fuga di cervelli”: giovani laureati, appunto, che lasciano l’Italia in cerca di opportunità di vita e di lavoro migliori in altri Paesi.

Se fossero migranti italiani?

Ma immaginiamo che avvenga per assurdo una situazione analoga a quella vissuta nel caso Sea Watch 3, cambiando però alcuni fattori. Al largo delle coste italiane un gommone con a bordo più di cinquanta giovani cittadini italiani, desiderosi di raggiungere la Francia per avere una vita migliore. Una nave di una ONG li accoglie a bordo e la Francia si rifiuta di lasciarli attraccare, lasciandoli in mare aperto per quattordici giorni.

Quale polverone mediatico e politico si sarebbe sollevato in quel caso? Si sarebbe parlato di crudeltà disumana, di indifferenza del governo francese, ne sarebbe nato un gravissimo incidente diplomatico tra Italia e Francia. Si sarebbe gridato allo scandalo, si sarebbero tenuti decine e decine di cortei in tutta Italia e appelli al governo francese delle alte cariche politiche italiane. Si sarebbe parlato di rispetto dei diritti umani. Quale è la differenza tra questo ipotetico caso e il caso della Sea Watch? Non si potrebbe forse porre la domanda provocatoria che, riguardo al tema dei diritti umani dei migranti, mediamente gli italiani se ne preoccupino solo quando ad essere violati sono i diritti umani di altri italiani?

Ci si dimentica spesso e volentieri di quei milioni di cittadini italiani, soprattutto del sud Italia, che dalla seconda metà dell’Ottocento fino ai primi del Novecento partivano, spesso con solo una valigia di cartone e gli abiti che avevano indosso. Spesso erano costretti a viaggi massacranti, stipati a centinaia nella stiva di una nave in condizioni terribili, che affrontavano un viaggio transoceanico nella speranza di trovare un avvenire migliore nelle “Americhe”. Di come, arrivati in Sud America o negli Stati Uniti, fossero discriminati, sfruttati e sottopagati, negli Stati Uniti spesso addirittura vittime delle stesse discriminazioni subite dai neri in quanto “ultimi arrivati” e vittime di ingiustizie e linciaggi. Si ricordano spesso Sacco e Vanzetti, giustiziati nel 1927 per un omicidio quasi certamente non commesso da loro, come vittime innocenti del sistema giudiziario statunitense dell’epoca.

Se un fenomeno emigratorio così grande avvenisse ai giorni nostri e se gli emigrati italiani subissero negli Stati Uniti tali ingiustizie, non esploderebbe forse un caso diplomatico di enormi proporzioni? Non si invocherebbe l’ONU? Non ci si appellerebbe immediatamente alla giustizia, ai diritti umani, se ciò riguardasse dei cittadini italiani?

L’effetto spettatore

E’ sicuramente difficile conciliare realtà politica, etica e diritti umani in un tema delicato come quello dell’immigrazione. Forse ci è facile ignorare il lato umano perché questi migranti non li vediamo “come noi”. Li vediamo “diversi”, non sono italiani né tantomeno europei. Contribuisce probabilmente anche l’effetto dato dai media: attraverso le telecamere o tramite post sui social il distacco per assurdo è maggiore, la nave diventa più lontana da noi di quanto non sia già, se vista attraverso uno schermo.

Si tuona contro Carola Rackete, che ha preso una decisione di certo legalmente non corretta ma umanamente comprensibile, decisione che ha pagato non solo con l’arresto ma ricevendo raffiche di pesantissimi insulti sui social da parte dei cosiddetti “leoni da tastiera”. Che forse hanno dimenticato che a bordo di quella nave per quattordici lunghi giorni, in fuga da guerra e miseria, hanno vissuto decine di persone disperate che, pur sapendo quali difficoltà li aspettavano, hanno deciso di affrontare un viaggio a cui non tutti, purtroppo, sopravvivono.

 

Valeria Di Tacchio

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