Italiani: siamo davvero così divisi? Un confronto con il Belgio

Molto si dice su quanto l’Italia sia essenzialmente divisa, attraversata da una principale frattura fra Settentrione e Meridione cui altre minori si sommano. Contrasti, disaccordi, istanze indipendentiste e separatiste. Sembrerebbe che gli italiani siano quel popolo incapace di unirsi davvero, troppo occupato a sottolineare le differenze interne per essere in grado di trovare una vera identità. Da questo punto di vista, sembrerebbe che il nostro caso costituisca quasi un’eccezione in Europa, una nazione divisa che spicca in mezzo a tante altre che invece da tempo si sapute unire. Ma è davvero così?

È innanzi tutto necessario riflettere brevemente sul concetto di nazione, tutt’altro che chiaro e univoco. Il nostro dizionario Treccani definisce nazione quel complesso di individui uniti dalla condivisione di origine, lingua e storia, e “che di tale unità hanno coscienza”, indipendentemente dall’ottenimento o meno dell’unità politica. In piena atmosfera risorgimentale, Manzoni celebrava un’Italia che, nelle sue parole, già era una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor. In epoca moderna l’idea di nazione è entrata in stretta relazione con l’idea di Stato. I due concetti – l’uno socio-culturale, l’altro politico-giuridico – sono talvolta utilizzati come sinonimi e in alcuni casi hanno finito col sovrapporsi. Si aggiunga poi anche l’opposizione sostanziale tra l’idea di una unione di tipo naturalistico – una nazione è tale per natura – e quella di una unione di tipo volontaristico – una nazione nasce a partire volontà del suo popolo.

È dunque evidente come parlare di nazione risulti da subito piuttosto complicato, anzitutto in mancanza di una definizione complessiva e universalmente valida. Non si può negare che una certa divisione nel nostro Paese esista; era presente in passato e permane nel presente. Ma è vero anche che, in qualsivoglia contesto, differenze e discordanze sono impossibili da eliminare del tutto. Dunque la questione è: pesa di più ciò che ci unisce o ciò che ci separa?

Un anno fa, in un inesatto paragone con il resto d’Europa e senza alcuna esitazione, avrei risposto che ciò che ci unisce come nazione non è abbastanza da poter colmare il divario interno che agisce in direzione opposta. Oggi la mia opinione è cambiata. Si sa, osservare le cose da fuori permette una prospettiva diversa e una obiettività altrimenti difficilmente ottenibile. E così si scopre che il proprio immaginario non sempre coincide con la realtà dei fatti.

Il caso ha voluto che il nuovo punto d’osservazione fosse il Belgio; non un osservatorio qualunque, aggiungerei. Da lì, uno sguardo esterno sul Belpaese era al contempo accompagnato da una condizione privilegiata all’interno di quello che è un piccolo ma ricco paese nordeuropeo, la cui realtà interna desta un certo interesse dal punto di vista socio-culturale. Ciò che sappiamo è che in una superficie densamente popolata ma estremamente ridotta – circa 30mila chilometri quadrati, poco più della nostra Sicilia – si concentra una quantità incredibile di differenze. Sappiamo che il Belgio, dal 1993 Stato federale, è distinto nelle tre regioni di Fiandre, Vallonia e Bruxelles. La sua popolazione è appena un sesto circa di quella italiana (il Belgio conta infatti 11 milioni di abitanti) e parla tre diverse lingue diverse ufficiali: l’olandese fiammingo o neerlandese (parlato dal 60% della popolazione), il francese (parlato dal 40% della popolazione) e il tedesco (parlato da una ristrettissima minoranza).

Ciò che facciamo più difficoltà a sapere davvero è quanto tutto ciò abbia un impatto sulla società belga. Infatti, già a partire da queste informazioni minime il quadro che ne risulta spinge a porsi alcune domande circa la coesione di questa nazione e del suo popolo. Estremamente evidente è l’assenza dell’elemento unificatore di una lingua comune, per cui può accadere che un belga vallone e un belga fiammingo non siano neppure in grado di comunicare tra loro. La divergenza linguistica è ed è stata alla base di non pochi attriti. Già nel 1832, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza belga, il leader politico Charles Rogier affermava che la chiave per una amministrazione di successo risiedeva nell’uso di una sola lingua e che, ovviamente, in Belgio tale lingua doveva essere il francese (“La Belgique sera latine ou ne sera pas”).

Ed ecco che uno sguardo sull’Italia diviene già più lusinghiero. È vero che essa è da sempre animata da un incredibile numero di dialetti anche molto diversi tra loro; ed è vero che l’italiano è frutto di un’operazione artificiale voluta da una ristretta élite intellettuale e che per questo è spesso stato a lungo percepito come un qualcosa di estraneo. Ciononostante, soprattutto a partire dall’impulso dato dalla nascita della televisione nel ’54, la lingua italiana ha progressivamente guadagnato terreno divenendo, davvero, la lingua degli italiani (seppur con i dovuti colloquialismi e regionalismi, e qualche piccola eccezione). Ad oggi, nella Penisola è piuttosto raro che si verifichino reali problemi comunicazione e l’italiano è accettato da tutti come lingua ufficiale.

L’eterogeneità linguistica è l’aspetto più evidente delle diversità della nazione belga, ma è la punta dell’iceberg. Le sua radici affondano nella storia e nella cultura del Paese, che nel corso del tempo è sempre stato teatro di contrasti interni a una popolazione avente due principali origini differenti. Partendo dall’epoca romana e passando per il periodo che va da fine Settecento ai primi anni dell’Ottocento – periodo in cui il territorio fu prima annesso alla Francia e poi annesso all’Olanda in seguito al Congresso di Vienna – il Belgio si è affacciato al Novecento cercando di gestire la questione dei rapporti fra Fiamminghi e Valloni. Negli anni Sessanta la questione è divenuta centrale per il Paese, con ripercussioni anche sul sistema politico e una divisione che è andata accentuandosi. Oggi le due comunità convivono in una realtà che sembrerebbe essere, al momento, l’unica veramente attuabile. La realizzazione del Belgio come Stato federale fa sì che le differenti regioni abbiano un certo grado di indipendenza. In tal modo, mentre da un lato si riducono gli attriti, dall’altro si accentua il divario.

Prendiamo ad esempio il sistema educativo: le comunità sono libere di amministrarlo autonomamente con i fondi ricevuti dal governo in base alla legge sul finanziamento (come stabilito dall’articolo 175 della Costituzione belga). Vi è tuttavia un gap tra l’area fiamminga – considerevolmente più forte, con un numero decisamente inferiore di studenti che rimangono indietro – e l’area francofona. E così ecco verificarsi anche il caso di studenti belgi che decidono di svolgere il programma Erasmus in…Belgio (ma nel Nord!). Anche Italia sono presenti differenze territoriali, con un principale svantaggio del Mezzogiorno rispetto al Centro- Nord. Secondo l’Istat, il 54% della popolazione del sud Italia possiede almeno un diploma, contro 65,7% del Nord. A livello universitario è facile incontrare studenti che abbiano abbandonato la propria regione per recarsi altrove, confidando in una educazione di qualità superiore. Tale mobilità si svolge certamente con una facilità maggiore rispetto a quanto avviene in Belgio, fosse anche solo per la questione linguistica.

Eppure, nonostante la non facile convivenza di due diverse identità, il Belgio è una nazione. Nonostante le discrepanze, l’Italia è una nazione. Questa breve panoramica porta a domandarsi se la presenza di un’unica forte identità sia davvero elemento imprescindibile per l’esistenza di una nazione. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che in realtà differenze e divergenze sono sempre presenti, anche nelle realtà più piccole, perfino tra una città e quella adiacente. Si tratta dunque, forse, di comprendere che è un carattere insito nell’essere umano, in alcune realtà più evidente che in altre, e che in certi casi la scelta più saggia può essere imparare a restare uniti nonostante ciò che potrebbe dividere. Forse, usando le parole di Giuseppe Mazzini, la patria è la fede nella patria.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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