La Achille Lauro e la crisi di Sigonella: il culmine della politica estera italiana

La crisi di Sigonella ha rappresentato uno dei punti più alti della politica estera dell’Italia repubblicana. Il sequestro della nave da crociera “Achille Lauro” rappresenta il punto di partenza di una storia di ben altro tono rispetto a quello di un normale caso di dirottamento per fini terroristici. In questa storia sono protagonisti diversi dicasteri italiani con i loro rappresentanti, ognuno espressione di una delle componenti dell’allora governante pentapartito. Sono protagonisti i paesi e le diplomazie di Egitto, Siria, Palestina e soprattutto Stati Uniti d’America.

Per capire gli avvenimenti che racconteremo dobbiamo delineare il quadro politico italiano in quell’Ottobre 1985. Al governo, come abbiamo detto, vi è la formazione composita del pentapartito, ossia la coalizione di repubblicani (PRI), socialisti (PSI), socialdemocratici (PSDI), liberali (PLI) e ovviamente democristiani (DC), che rappresentano la quota più sostanziosa di seggi in parlamento. Nelle elezioni del 1983 infatti la DC ha raccolto quasi il 33% di preferenze, ottenendo 225 deputati (per semplicità limiteremo la presentazione dei dati alla sola Camera), a cui si aggiungono 73 socialisti, 29 repubblicani, 23 socialdemocratici e 16 liberali per un totale di 366 onorevoli di maggioranza. All’opposizione il Partito Comunista Italiano, colpito dalla conventio ad excludendum ormai dal lontano 1948.

L’esecutivo è presieduto per la prima volta dal socialista Bettino Craxi, ma i ministeri sono ovviamente spartiti tra le varie forze di coalizione. Noi punteremo i riflettori sul ministero della difesa, assegnato al segretario repubblicano Spadolini e sul ministero degli esteri presieduto dal democristiano Giulio Andreotti.

la nave Achille Lauro
la nave da crociera Achille Lauro

I fatti si sviluppano a partire dal 7 Ottobre 1985, quando la nave Achille Lauro, con 320 membri dell’equipaggio e 107 passeggeri a bordo (la maggior parte erano scesi dalla nave) si trova a Port Said, nei pressi del Cairo. Verso le 13, quasi per caso, 4 terroristi palestinesi decidono di dirottare la nave, facendola allontanare dalle coste egiziane per fare rotta verso la Siria. In realtà l’obiettivo (ipotizzato, in quanto non potremo mai sapere con certezza quali fossero i piani originari del terroristi) era quello di arrivare in clandestinità fino in Siria, ma i quattro vengono sorpresi dal personale di bordo a maneggiare le armi e si vedono costretti a passare all’azione. Sta di fatto che la nave battente bandiera italiana lascia le acque territoriali egiziane dirigendosi verso quelle internazionali alla volta della Siria.

Fin da subito vengono allertate le autorità competenti di Egitto e Italia, con quest’ultima che riceve da subito l’appoggio del presidente Mubarak nella gestione della crisi. Nel giro di pochissimo tempo però vengono allertate anche le autorità statunitensi, per un motivo molto semplice: moltissimi dei passeggeri a bordo sono cittadini USA. La macchina diplomatica italiana intanto è già al lavoro. Andreotti, ministro degli esteri, è da moltissimo tempo un sostenitore della linea “neoatlantica” nella gestione dei rapporti dell’Italia in un settore caldo come quello del medio oriente. Rispetto alle posizioni rigidamente filo-israeliane e anti-palestinesi del partito Repubblicano e dei socialdemocratici, la Democrazia Cristiana è da sempre sostenitrice della linea del dialogo con entrambe le fazioni in campo.

Israele è sicuramente uno stato legittimo, ma questo non impedisce di mantenere aperti i canali di comunicazione con i palestinesi, da tempo organizzati nell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Sono proprio questi canali che il ministro degli esteri decide di attivare, per capire se effettivamente l’azione terroristica possa essere ricondotta ufficialmente al mondo palestinese ed al suo leader, Yasser Arafat.

Attorno al ruolo dell’organizzazione palestinese si svolge il primo colpo di scena. Arafat disconosce pubblicamente, attraverso un comunicato, quanto sta succedendo a bordo della Achille Lauro, e assicura tutto l’appoggio possibile alle autorità italiane. Appoggio che si concretizzerà nell’invio di una persona fidata per trattare con i terroristi a bordo.

Il presidente USA Regan

Nel frattempo l’Achille Lauro è arrivata nei pressi delle acque territoriali siriane, chiedendo il permesso di attraccare. Ad un primo diniego delle autorità, i terroristi iniziano ad innervosirsi, e lanciano un messaggio chiaro: “o ci fate attraccare, oppure ogni 3 minuti uccidiamo un ostaggio”. A questo punto però interviene l’apparato diplomatico statunitense, che ormai da tempo ha sposato la linea rigida voluta in queste occasioni dal presidente Ronald Regan: gli USA non trattano con i terroristi.

Su forti pressioni statunitensi le autorità siriane negano ancora una volta l’autorizzazione alla Achille Lauro, che decide allora di tornare verso le acque egiziane, a Port Said. Ovviamente noi sappiamo cosa successe a posteriori, ma sul momento i contatti con la nave erano estremamente rari visto il controllo che i terroristi avevano sugli impianti radio della stessa. Sappiamo che, forse per intimidire l’equipaggio e il capitano della nave, i terroristi misero effettivamente in atto quanto avevano minacciato, o almeno iniziarono a farlo: tra i passeggeri viene scelto Leon Klinghoffer, statunitense di origini ebraiche in sedia a rotelle. Il pover’uomo, in vacanza con sua moglie per l’anniversario di matrimonio, viene ucciso con colpo di postola ed una raffica di mitra che lasceranno una chiara lingua di sangue lungo lo scafo della Achille Lauro.

il mediatore Abu Abbas

Nel frattempo l’emissario dell’OLP mandato da Arafat, un tale di nome Abu Abbas, è arrivato al Cairo. Quando anche l’Achille Lauro rientra a Port Said, due giorni dopo l’inizio della crisi, sia la linea dura voluta dal ministro della difesa Spadolini (che nel frattempo aveva pianificato un’azione di forza delle truppe speciali coadiuvate dagli americani) sia quella diplomatica del binomio Craxi – Andreotti si attivano. Ancora una volta domina la linea diplomatica, e Abu Abbas si mette in contatto con i terroristi, li convince a desistere dai loro intenti e lasciare la nave. In cambio otterranno un salvacondotto per un paese arabo attraverso un aereo, su cui salirà anche lo stesso Abu Abbas. Prima di autorizzare lo sbarco però le autorità italiane chiedono di mettersi in contatto col capitano della nave, Gerardo de Rosa, per assicurarsi che nessuno a bordo abbia subito violenze.

Il capitano, dietro la minaccia delle armi spianate, mente. “Nessuno è stato ucciso, quello dei terroristi è stato solo un tentativo di minaccia”.Una volta evacuati i terroristi però la verità viene a galla, e gli Stati Uniti sono furiosi per la fuga di 4 responsabili della morte di un loro concittadino. L’aereo su cui si imbarcano i quattro più Abu Abbas parte segretamente grazie alle autorità egiziane, destinazione Libia, ma viene intercettato da quattro caccia statunitensi sopra Malta e dirottato a sua volta, in un curioso gioco di specchi, sulla base NATO più vicina: Sigonella, in Sicilia.

Cosa significava tutto questo per l’Italia?  La base aerea “Cosimo di Palma” si trova tra Siracusa e Catania. Oltre ad ospitare diversi reparti dell’aeronautica militare italiana, nella parte Est della base è collocata la NAS (naval air station) dell’aviazione di marina statunitense. Questi non possono però sfruttare una pista d’atterraggio esclusiva, in quanto le due piste presenti sono in comune con i militari italiani. L’aereo di linea egiziano atterra quindi su una delle due piste e pertanto formalmente in territorio italiano. Gli ordini che arrivano dal comandante della base, il colonnello Ercolano Annichiarico, sono chiari.

L’aereo viene immediatamente circondato da un plotone di carabinieri e di VAM, la Vigilanza dell’Aeronautica Militare. Nel giro di pochissimi minuti una squadra della Delta Force, un corpo per operazioni speciali degli Stati Uniti, sbarca da un aereo atterrato senza autorizzazione delle autorità della base italiana e circonda le truppe italiane, ma viene a sua volta circondata da altri reparti dell’esercito italiano.

È una situazione di stallo ad altissima tensione, tutti gli attori in scena ricevono ordini chiari: gli italiani di prendere in custodia i passeggeri dell’aereo e scortarli in carcere, gli americani di fare altrettanto per estradarli però negli Stati Uniti. L’ordine di non consegnare i 4 terroristi ed Abu Abbas arriva al comandante Annichiarico direttamente dal presidente del consiglio Craxi. Lo stesso Craxi inizia a ricevere nella notte le insistenti chiamate del presidente Regan, che chiedeva l’immediata consegna dei terroristi alle forze americane. L’Italia però, attraverso il suo presidente del consiglio, rimane ferma sulle sue posizioni: i crimini sono stati commessi in territorio italiano e saranno giudicati in Italia. Regan capisce che ormai ogni tentativo sarebbe risultato vano e alle 4 del mattino dell’11 Ottobre la Delta Force si ritira dalla pista d’atterraggio, lasciando i prigionieri in mano italiana.

Non è però la fine della vicenda. I militari italiani scortano effettivamente i quattro terroristi in carcere, ma sull’aereo egiziano rimane Abu Abbas che chiede alle autorità italiane il permesso di ripartire immediatamente. Gli americani infatti lo ritengono il mandante dell’azione terroristica, mentre lui si professa (e gli elementi a disposizione del governo italiano avvalorano questa posizione) assolutamente innocente e anzi rivendica la sua intermediazione diplomatica, senza la quale probabilmente l’Achille Lauro avrebbe conosciuto molte più vittime. Abbas quindi non vuole scendere dall’aereo né parlare telefonicamente con nessuno. Un diplomatico dell’OLP parte allora per Sigonella, e viene stabilito che l’aereo egiziano si sposti verso l’aeroporto di Ciampino, appena fuori Roma.

Appena decollato gli USA tentano nuovamente una azione di forza. Altri caccia militari decollano dalle portaerei di stanza nel mediterraneo, ma non possono avvicinarsi ad Abu Abbas: anche i caccia dell’aviazione italiana sono decollati, e lo stanno scortando fino a Ciampino. Dopo un altro giorno di stallo, l’aereo riparte per un brevissimo volo fino a Fiumicino, dove Abbas si imbarca su un volo jugoslavo diretto a Belgrado, protetto dai servizi segreti italiani, all’insaputa degli americani.

l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi

Si dice che in seguito a quest’ultimo fatto gli americani siano diventati furiosi, iniziando a tempestare di telefonate tutti coloro che potevano avere collegamenti con Craxi per poter ottenere una spiegazione ufficiale, ma Craxi non si fa trovare. Anzi decide di annullare un suo viaggio a Washington, in programma da tempo, come forma di protesta contro gli atteggiamenti tenuti dai rappresentanti del governo americano in Italia, che minacciavano anche la possibilità di ritirare il proprio ambasciatore a Roma. L’atteggiamento di fermezza di Craxi sarà poi applaudito, come racconta l’allora presidente della Repubblica Cossiga, da tutto l’arco parlamentare esclusi i deputati repubblicani. Tutti, dai comunisti ai democristiani, avevano infatti approvato la linea tenuta dal governo italiano che non accettava le ingerenze americane su questioni interamente italiane. Una approvazione che si sposa completamente con l’umore del paese sulla questione mediorientale e specialmente sul confronto Israele – Palestina.

A sostegno incondizionato delle politiche espansionistiche dello stato ebraico, sostenuto dal suo grande fratello statunitense sono rimasti ormai i soli repubblicani e socialdemocratici, forze decisamente minoritarie (seppur di governo) nel paese. Da tempo il militarismo invasivo programmato ed attuato dal Likud di Begin (primo ministro israeliano) nei confronti dei territori palestinesi ha sollevato più di una perplessità negli ambienti politici che avevano inizialmente garantito un appoggio all’azione estera di Israele (primi fra tutti i socialisti), e convinto definitivamente della colpevolezza dello stato sionista nei confronti dei suoi vicini arabi coloro che avevano sempre tentato di far valere le ragioni del mondo palestinese. Il neoatlantismo sposato dalla Democrazia Cristiana non è altro che il tentativo di far sposare la realtà dei fatti (dove Israele è sotto la protezione di un alleato comune, il più forte sullo scacchiere internazionale, gli USA) con una visione geopolitica chiara e radicata nei sentimenti italiani: anche il mondo arabo, con cui da decenni l’Italia intrattiene buoni rapporti diplomatici, ha diritto ad una sua esistenza pacifica ed in linea con quanto stabilito dal diritto internazionale.

Se l’azione dei quattro terroristi rimane da condannare, come in effetti avverrà a Genova nel 1986 quando verranno riconosciuti colpevoli di vari crimini e condannati a pene da 17 anni all’ergastolo, non si poteva fare lo stesso con il tentativo sincero di mediazione voluto dal leader dell’OLP Arafat per mezzo di un suo uomo fidato come Abu Abbas, pur condannato dalle autorità italiane all’ergastolo (in contumacia). Gli Stati Uniti invece spingevano per una linea più intransigente, che non considerasse il ruolo svolto dai rappresentanti dell’OLP nella liberazione della nave. È questa una scelta frutto della ormai consolidata linea del “nessuna trattativa con i terroristi”, ma che mostra evidenti limiti di azione diplomatica e che più di una volta ha portato ad escalation culminate nel sangue.

La politica estera italiana ha conosciuto con la Achille Lauro e Sigonella forse il suo punto più alto, sicuramente ha mostrato al mondo intero (specialmente a quello Occidentale) di poter gestire situazioni di crisi internazionali senza il costante ed asfissiante aiuto degli americani. Ciò significa una nuova presa di coscienza della classe dirigente italiana. Mai, dalla fine della seconda guerra mondiale, si era arrivati così vicini ad uno scontro armato internazionale su territorio italiano.

Certo le questioni diplomatiche non erano mancate, ad esempio cinque anni prima ad Ustica. Non si è ancora capita la reale dinamica dell’incidente aereo che colpì il boeing dell’Itavia, ma anche in quel caso ci fu un’intensa attività di servizi segreti e diplomazie occidentali (italiana, francese, statunitense) per coprire eventuali colpe di coloro che (volenti o per sbaglio) probabilmente abbatterono l’aereo civile con un missile. Eppure, forse per la maggiore eco che la vicenda della Achille Lauro e la conseguente crisi di Sigonella hanno avuto fin dal primo istante nella stampa e nell’opinione pubblica, forse perché rispetto a cinque anni prima il governo è riuscito comunque a mostrare una fetta di verità alla popolazione e non il copione preconfezionato dai collaboratori del presidente Regan, quella del 1985 è una vicenda da conoscere e studiare appieno.

Giulio Regeni

Consideriamo quanto fatto dalla diplomazia italiana ad esempio nel caso Regeni. Dopo anni di ricerca della verità da parte di mass media e attivisti per i diritti umani, la linea governativa, pur sposando a parole l’importanza della verità sulla misteriosa morte di un nostro connazionale, non riesce ad ottenere la collaborazione della magistratura egiziana. Non mettiamo assolutamente in dubbio la buona volontà di coloro che agiscono in questo campo, e quindi in maniera speciale l’attuale ministro degli esteri Luigi Di Maio. Eppure alcuni elementi, per altro già ampiamente analizzati dal sistema massmediale, ci portano a dire che la buona volontà è rimasta tale e non si è concretizzata.

Anzi, questi elementi che potevano essere veri e propri “assi” nella manica della diplomazia italiana sono stati clamorosamente sprecati. Parliamo ovviamente della carta delle relazioni economiche con l’Egitto, della decisione del governo di vendere due fregate al paese che ancora si rifiuta di fornire informazioni più dettagliate sulla morte del ricercatore italiano, e che addirittura continua nella sua politica di repressione contro i dissidenti, imprigionando un altro studente italiano di nome Patrick Zaky.

La soluzione dovrebbe venire dal rispolvero di quell’orgoglio che ha portato nel 1985 i nostri governanti a dire “No” all’intervento armato americano, simbolo di un machismo imperialista a tutti i costi, gestendo la questione come ogni stato sovrano dovrebbe fare: in maniera indipendente e sovrana.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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