Libia, l’evoluzione del conflitto e gli interessi italiani in gioco

Negli ultimi giorni il premier Giuseppe Conte ha incontrato i due protagonisti della crisi libica, il premier Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar, che con l’assedio di Tripoli del 4 aprile 2019 ha dato via ad una nuova fase della guerra civile. Il conflitto vedrà nuovi sviluppi nei prossimi giorni, dopo che è stato per il momento accolto il cessate il fuoco proposto da Turchia e Russia, che sostengono rispettivamente il premier in carica e il suo rivale.

Mentre gli altri paesi interessati si stanno già muovendo, tra cui anche la Francia, che se pur non ufficialmente appoggia Haftar, l’Italia di Conte non ha ancora espresso una posizione chiara (“Né con Sarraj né con Haftar, ma con il popolo libico”). Italia che, tra gas, petrolio e imprese, è probabilmente il paese con i maggiori interessi economici nel territorio.

Sono più di 100 le imprese italiane presenti in Libia che, secondo i dati della Camera del Commercio, operano per lo più nel settore energetico, dell’ingegneria, dei trasporti, delle telecomunicazioni e della meccanica industriale. Costrette nel 2011 a lasciare il paese, la percentuale di imprese rientrate in Libia è ad oggi stimata al 70%, ma le continue tensioni geopolitiche non permettono loro di operare in sicurezza. Queste imprese vantano crediti per quasi 1 miliardo di euro, e ne chiedono da anni perlomeno la certificazione, oltre alla sospensione delle imposte.

Ma la presenza economica italiana in Libia è rappresentata soprattutto da Eni, società dal 1959 nel territorio . In partnership con la società nazionale Noc (National Oil Corporation), costituisce il 70% della produzione nazionale libica di petrolio con circa 300 mila barili al giorno, secondo i dati ufficiali di Eni S.p.A., senza contare la raccolta di gas, che attraverso il gasdotto Green Stream arriva dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam a Gela in Sicilia, con una produzione di circa 30 milioni di metri cubi al giorno.

Nel complesso, la produzione libica di Eni vale circa il 15% della produzione totale del gruppo, che ha fatturato oltre 70 miliardi di euro nel 2018. Le attività di Eni in Libia, raggruppate in 6 aree onshore e offshore, sono regolate da contratti di Exploration and Production Sharing (EPSA), che hanno durata fino al 2042 per le produzioni di olio e al 2047 per quelle di gas.

Nonostante il conflitto in corso, scrive Il Sole 24 Ore, la produzione di Eni sta viaggiando in questi giorni a pieno ritmo, protetta dai vincoli contrattuali e dalla storica relazione con Tripoli. Inoltre va ricordato che il gruppo è il primo fornitore di gas locale, con una parte della produzione che è trasformata in energia elettrica e destinata alla popolazione libica, soddisfacendone il fabbisogno energetico.

Il generale Haftar, padrone della Cirenaica che punta ora alla Tripolitania, controlla ad oggi la maggior parte dei giacimenti petroliferi, tuttavia non può esportare il greggio. Infatti, secondo una risoluzione del 2016 delle Nazioni Unite, l’export degli idrocarburi è riconosciuto solamente attraverso la società nazionale Noc e quindi al governo di Tripoli, con la Banca Centrale che provvede poi a distribuire le rendite tra i due governi rivali.

«Ricordo a tutte le parti che i giacimenti di petrolio e gas sono una fonte vitale di entrate che va a beneficio di tutti. Non devono essere trattati come obiettivi militari. Quando la produzione si interrompe, a perderci sono tutti i libici», dichiara Mustafa Sanalla, Chairman di Noc. Al momento la situazione sembra quindi abbastanza stabile e non ci sono rischi concreti per il business.

Tuttavia le cose potrebbero prendere svolte imprevedibili. Infatti i due schieramenti libici, data l’inconsistenza mostrata da Unione Europea, Italia in primis, e Stati Uniti, si stanno appoggiando principalmente all’aiuto di Russia e Turchia, che potrebbero arrivare ad un accordo e di fatto spartire il Paese in due zone di influenza, puntando dunque alla gestione delle riserve, le più grandi dell’intero continente africano. Va inoltre considerato il ruolo ambiguo di Macron, che con ogni probabilità cercherà di ingrandire l’influenza sul mercato con la francese Total.

Uno scenario simile non sarebbe affatto auspicabile per gli interessi di Eni e dell’Italia, che tra i maggiori paesi europei ha il più elevato grado di dipendenza energetica dall’estero (oltre il 70%), di cui una buona parte proprio dalla Libia. Una deriva dei rapporti con il governo libico potrebbe portare a un rallentamento della produzione e ad un rialzo dei prezzi di gas e petrolio, che andrebbe ad alimentare il trend già avviato dalle altre tensioni in Medio Oriente.

L’Italia ha storicamente avuto un efficace ruolo di mediatore in Libia, che il governo Conte sta provando a portare avanti, se pur con scarsa incisività. È auspicabile quanto prima un cessate il fuoco, aldilà degli interessi economici, per porre fine alle morti dei civili e ai relativi problemi migratori.

Tuttavia sarebbe anche opportuno che l’Italia segua l’esempio degli altri paesi coinvolti, facendo i suoi calcoli e prendendo una posizione netta per difendere i suoi interessi, in un periodo di stagnazione economica, caratterizzata tra l’altro dalle crisi aziendali di Alitalia ed ex Ilva, in cui non si può permettere di perdere fonti di crescita.

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