Stati Uniti e Iran: un braccio di ferro lungo decenni

L’8 maggio 2018 Donald Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano di cui era stato fautore Barack Obama e la reintroduzione delle sanzioni per l’Iran. L’accordo aveva come obiettivo la riduzione dell’uranio arricchito prodotto dall’Iran per scongiurare la creazione di una bomba atomica.

Il 12 maggio 2019 vicino allo stretto di Hormuz sono state attaccate quattro petroliere, attacco per il quale gli Stati Uniti hanno incolpato l’Iran. Il 13 giugno altre due petroliere sono state attaccate nel Golfo dell’Oman e il governo statunitense ha diffuso immagini che darebbero la colpa alle forze militari estremiste iraniane, le Guardie Rivoluzionarie. Il 20 giugno tali forze militari hanno dichiarato di aver abbattuto un drone statunitense nello spazio aereo iraniano, portando gli Stati Uniti quasi sul piede di guerra.

L’Iran dallo scià alla rivoluzione di Khomeini

Fino a quasi tutti gli anni Settanta l’Iran è stata una monarchia assoluta sotto gli scià. Fino agli anni Sessanta, in particolare, l’Iran era un’autarchia sostenuta dagli Stati Uniti e dal 1961 conobbe la cosiddetta Rivoluzione Bianca, una serie di leggi volte a modernizzare il Paese a livello economico, sociale e amministrativo.

Le riforme non migliorarono però la situazione economica dei cittadini e nel 1963 iniziarono proteste di massa a favore di Ruhollah Khomeini, che aveva pronunciato un discorso contro lo scià Reza Pahlavi. Nel 1964 Khomeini fu esiliato e per tutti gli anni Settanta i servizi segreti iraniani uccisero, arrestarono e torturarono centinaia di prigionieri politici. Nello stesso periodo l’Iran ottenne dagli Stati Uniti il permesso di ottenere qualunque tipo di armamento (esclusi quelli atomici) per mantenere il controllo nell’area dopo il ritiro della Gran Bretagna, diventando così la più grande potenza militare del Medio Oriente, a costo però di un regime autoritario e repressivo imposto dallo scià.

La forze di opposizione al regime si catalizzarono attorno a Khomeini. La scintilla esplose il 19 agosto 1978, dopo che più di quattrocento persone persero la vita in un incendio doloso in un cinema di Abadan. La colpa venne data per errore ai servizi segreti dello scià e l’8 settembre una manifestazione che violava il coprifuoco venne repressa con la forza dalla polizia. Da quel momento la rivolta esplose.

Mentre Khomeini incitava la rivolta dal suo esilio a Parigi, nella Conferenza di Guadalupe del gennaio 1979 gli Stati Uniti ritirarono l’appoggio a Reza Pahlavi, che partì il 16 gennaio per il Marocco. Tale fuga non arrestò la rivolta. Il 31 gennaio Khomeini tornò in Iran e l’11 febbraio l’esercito si ritirò dalla lotta e il primo ministro fuggì. Il 30 marzo nacque tramite referendum la Repubblica Islamica dell’Iran, guidata di fatto da Khomeini.

 

1979-1981: gli ostaggi dell’ambasciata americana

Dopo la fuga dall’Iran lo scià Reza Pahlavi, malato di cancro, si rifugiò negli Stati Uniti per le cure. Il nuovo governo iraniano ne chiese l’estradizione, che venne però negata. Il rifiuto scatenò le proteste degli studenti universitari iraniani, e il 4 novembre 1979 centinaia di essi fecero irruzione nell’ambasciata americana a Teheran prendendo in ostaggio più di cinquanta diplomatici e funzionari.

Il 25 aprile 1980 il presidente americano Carter ordinò l’Operazione Eagle Claw per tentare di liberare gli ostaggi, operazione che fallì costando la vita a otto soldati americani. In questo periodo Khomeini iniziò a definire gli Stati Uniti “il Grande Satana”. Nel gennaio 1981 la situazione si risolse: gli ostaggi vennero liberati in cambio di una fornitura di armi all’Iran per combattere la guerra contro l’Iraq, anch’esso rifornito di armi dagli Stati Uniti. Questa crisi rese profondamente tesi i rapporti fra Stati Uniti e Iran e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti danneggiarono l’economia iraniana.

Gli anni Novanta e Duemila

Dopo la morte di Khomeini nel 1989 il governò passò prima ad Ali Khameini, poi a Rafsanjani, che si concentrò sulla ricostruzione del Paese e sulla distensione dei rapporti con i Paesi circostanti. L’Iran rimase neutrale durante la Guerra del Golfo, limitandosi a condannare gli Stati Uniti.

Nel 2005 iniziò l’invasione in Iraq da parte dell’esercito americano e il clima politico dell’area mediorientale lasciava credere che gli Stati Uniti volessero invadere anche l’Iran, a causa della paura creata dal programma nucleare civile iraniano. Il leader Khameini proibì allora produzione, immagazzinamento e uso di armi nucleari.

Il 2 aprile 2015 venne abbozzato un programma per limitare il nucleare iraniano. L’accordo venne firmato solo a luglio, dopo dodici anni di faticose trattative tra l’Iran e i Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’accordo prevedeva la rimozione delle sanzioni imposte all’Iran, in cambio della riduzione della capacità dell’Iran di produrre uranio arricchito e di regolari ispezioni nelle centrali nucleari. Grande promotore dell’accordo fu l’allora presidente Obama. Tale accordo venne fortemente criticato da subito dal governo israeliano e da Donald Trump, che lo vedeva come svantaggioso in quanto avvicinarsi all’Iran avrebbe compromesso i rapporti con Israele e Arabia Saudita. Inoltre togliere le sanzioni avrebbe permesso all’Iran di produrre missili e finanziare guerre.

Come detto all’inizio, l’8 maggio 2018 Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e a giugno annunciò la reintroduzione delle sanzioni, scatenando le proteste di molti Paesi, tra cui Germania e Francia. Da quel momento la tensione tra Iran e Stati Uniti è risalita.

Valeria Di Tacchio

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