Uno sguardo al Gambia

Geografia e territorio

Il Gambia è un piccolo stato dell’Africa occidentale. Lungo  350 Km, ha la forma di una striscia di territorio orizzontale compresa tra le due rive del fiume Gambia, all’interno del più ampio stato del Senegal.

Prevalentemente pianeggiante presenta un clima tropicale “sudanese”, con una stagione dei monsoni concentrata tra i mesi di luglio e ottobre. A causa del suo clima, le poche strade asfaltate non risultato percorribili durante certi periodi dell’anno, rendendo il fiume Gambia l’arteria di comunicazione principale. Questo dato costituisce un limite allo sviluppo economico del paese.

Economia e popolazione

Le etnie prevalenti vedono il primato relativo dei Mandingo (34,1%), seguiti da Fula (16.2%), Wolof (12,6%) e Jola (9,2%).

La capitale, Banjul, con i suoi 700mila abitanti costituisce più di un terzo della popolazione, diffusa poi in centri urbani minori e nei villaggi della savana. Questi ultimi basano la propria economia sulla monocoltura dell’arachide, i cui impianti di lavorazione rappresentano gran parte dell’industria del paese. Come osserveremo più avanti, la condizione economica del Gambia è tutt’altro che florida, con importanti ripercussioni sulla sua politica estera.

La speranza di vita è di 61 anni (2016) e, per quanto modesta, si inserisce in un trend positivo se confrontato con i 55 anni del 2009. Stesso discorso per il tasso di mortalità infantile, passato dal 67% del 2010 al 58% del 2018. Il 96% della popolazione è di religione musulmana. 

Storia e politica del Gambia.

A partire dal 1661 la storia della regione si lega direttamente a quella dei domini coloniali britannici, di cui fu la prima colonia in Africa. Nel 1965, sull’onda della decolonizzazione di quegli anni, divenne una monarchia indipendente, tramutata in Repubblica 5 anni più tardi.

La storia politica del Gambia è una storia di uomini forti, due per la precisione (ma in questi mesi sembra emergerne un terzo).

Il primo fu D.K. Jawara, leader del People’s progressive party. Eletto presidente nel 1970 fu riconfermato in questo ruolo per 5 volte di fila.

La deposizione di Jawara avvenne nel 1994 con un colpo di stato ad opera di Y.Jammeh leader dell’ APRC (Alliance for patriotic reorientation and construction). Quello di Jawara fu di fatto un regime sostenuto dal trattamento di favore riservato alle forze armate, emarginate nel precedente stato di Jawara. Ne fornisce un esempio l’ Indemnity Act del 2001, una legge che garantisce l’amnistia per gli atti di cattiva condotta operati dalle forze di sicurezza. Uno strumento molto utile, spesso impiegato dal leader per corroborare il generale clima di repressione del suo regime.

La sistematica violazione dei diritti umani, unita alla drastica condizione economica del paese (completamente dipendente dall’estero per le forniture energetiche), ha portato il regime ad allontanarsi dalla sfera di influenza europea (che ha interrotto i finanziamenti nel 2015), ammiccando così ad altri investitori: i paesi del Golfo e la Cina.

Per i primi, Jammeh ha proclamato nel 2015 la Repubblica Islamica, rendendo l’arabo la lingua ufficiale (abbandonando l’inglese). Per i secondi, sono stati recisi i rapporti diplomatici con Taiwan, ottenendo in cambio incontri con l’allora ministro degli esteri Wang Yi e interessanti accordi con il colosso cinese dell’energia Sinohydro. Queste nuove relazioni di politica estera durano ancora oggi. Non si può dire altrettanto per il regime di Jammeh.

Nelle elezioni del 1 dicembre 2016, contro ogni aspettativa, il partito di opposizione di Adama Barrow (UDP, United Democratic Party), vinse le elezioni.

Dopo un’iniziale ammissione della propria sconfitta, Jammeh fece presto un passo indietro, rifiutandosi di accettare il risultato delle elezioni a causa di “anomalie gravi e inaccettabili” nel processo elettorale. Dopo ulteriori resistenze la Cédéao (Comunità economica degli stati d’Africa occidentale) ha preso in mano la situazione, organizzando una forza multinazionale da 7000 soldati penetrata nel territorio gabbiano il 20 Gennaio del 2017. Jammeh è fuggito in Guinea Equatoriale, non prima di portare con se dieci milioni di euro appartenenti all’erario.

Ad ogni modo Adam Barrow, ex agente immobiliare, è riuscito a prendere il potere, ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento (31 seggi su 54). Anche qui però, non mancano i problemi. A tre anni di distanza infatti, se ,come promesso, è stata formata una “Commissione per la verità” (Trrc) tesa a indagare le numerose violazioni dei diritti umani commessi sotto il regime di Jammeh, restano ancora molti dei problemi critici che affliggono il Gambia. La disoccupazione è ancora altissima (circa il 41,5% tra i giovani), i limiti alla libertà d’espressione persistono e il presidente Barrow rifiuta di porre termine al proprio mandato, di cui nel 2017 garantì una durata massima di tre anni,

Sviluppi imprevisti dell’apertura alla Cina

A quasi cinque anni di distanza, il Gambia sperimenta i primi esiti della cooperazione con la Cina, rivelatasi assai meno proficua per la popolazione rispetto a quanto inizialmente sperato. Ne fornisce un esempio  il caso della Golden Lead. Azienda cinese produttrice di farina di pesce, si insediò nella spiaggia di Gunjur Beach nel 2016, garantendo assunzioni tra la popolazione locale, investimenti in scuole di formazione e rispetto della tutela ambientale.

A quattro anni di distanza, le assunzioni si sono limitate ad 80 posti, peraltro in ruoli minori. L’approvvigionamento per la fabbrica ha ridotto sensibilmente la disponibilità del pescato, aumentando i prezzi di una fondamentale fonte di proteine per la popolazione. Come se non bastasse, la fabbrica scarica i propri liquami in mare aperto, aumentando sensibilmente i livelli di fosfati  presenti nelle acque, come testimoniato dalla crescente presenza di carcasse di animali marini rinvenute sulle spiagge e nelle riserve limitrofe. Nel marzo 2018 la NEA (Agenzia nazionale per l’ambiente della Gambia) ha indetto una manifestazione in cui 150 militanti hanno boicottato il tubo di scarico della fabbrica.

Un’azione dal forte valore dimostrativo, ma dagli effetti poco duraturi. Già nel maggio 2018 l’azienda cinese, che continua a negare le proprie responsabilità nell’inquinamento locale, ha installato un nuovo tubo di scarico, presentato con una provocatoria celebrazione, con tanto di bandiera cinese issata sul posto. Analoghe proteste ambientaliste si registrano negli stabilimenti di Kartong e Sanyang, appartenenti alla medesima azienda.

Questa vicenda fornisce un utile esempio del difficile equilibrio cui sono costretti molti paesi africani, allettati dagli investimenti del gigante asiatico.

Trattandosi, come nel caso del Gambia, di economie dal basso tenore produttivo, emerge con urgenza il bisogno di attrarre investimenti esteri. Le politiche di finanziamento europee risultano da questo punto di vista difficilmente accessibili, dati i requisiti politici richiesti (primo fra tutti il rispetto dei diritti umani) e i complessi iter di monitoraggio del loro impiego.

La Cina invece, è ben disposta a elargire finanziamenti senza curarsi troppo della natura politica dello stato ricevente. Inoltre, tende a impiegare nell’immediato parte di queste risorse nella costruzione di infrastrutture ben visibili alla popolazione locale (soprattutto strade e ponti), fornendo comodi consensi ai leader che li accolgono.

Si tratta di un modello che sta prendendo piede nel continente africano, permettendo la crescita di importanti centri di concorrenza per i tradizionali riferimenti occidentali. Il Gambia comprende uno di questi centri, con importanti investimenti nel porto di Banjul, teso a sfidare quello della vicina Dakar, in Senegal.

Conclusioni

Nel complesso, le vicende di questo paese permettono di osservare alcuni temi cruciali per il futuro dello scenario africano. Una diffusa crescita demografica, poggiata però su economie non altrettanto forti e bisognose di alleati in grado di sostenerle.

La possibilità di trovare questi aiuti in una congiuntura globale che vede una Cina sempre più pervasiva, ma dagli interessi non necessariamente convergenti.

La diffusione di istanze locali tese alla tutela dell’ambiente contro lo sfruttamento di investitori esteri. Una forte volontà (soprattutto tra i giovani) di veder rispettate la propria espressione democratica.

La capacità, come testimoniato dall’intervento Cédéao del 2017, dei paesi dell’Africa occidentale di coordinarsi in operazioni multinazionali di gestione del proprio scenario, lasciando intravedere la possibilità di nuovi margini di autonomia ed emancipazione per quella parte del continente.

Vari aspetti, dagli sviluppi ancora imprevedibili, ma destinati probabilmente a giocare un ruolo crescente nello scenario globale futuro.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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