Bay Yanliş: recensione di un fenomeno socioculturale in espansione

Appassionati di serie turche, è giunto il momento di lasciarsi sorprendere da una nuova fiction dal sapore palesemente europeista: guardando, in lingua originale, le prime puntate di Bay Yanliş, in onda ogni venerdì su Fox alle 19 ora italiana, risultano evidenti le novità formali e contenutistiche portate sulla scena, nonostante la presenza di due attori protagonisti già famosi e molto amati dal pubblico e l’imprescindibile ambientazione nella trasformista Istanbul.

Visti i presupposti, il seguente consiglio, seppur azzardato, è d’obbligo: portate Daydreamer, Bitter Sweet e Cherry Season al negozio di antiquariato perché, una volta catapultatisi in questa storia così fresca e vivace, sarà pressoché impossibile tornare indietro…

D’altronde, come sfuggire a un simile coinvolgimento emotivo, il cui scopo è irretire gli spettatori con la sua frizzante originalità?

Bay Yanliş appartiene al genere della commedia romantica e, come tale, essa viene accusata, spesso ingiustamente, di essere un prodotto cinematografico infarcito di sogni frivoli e di sequenze sdolcinate e patetiche, con le quali non si aggiunge nulla di culturalmente edificante al catalogo televisivo.

Mai come in questo caso gli stereotipi della soap per casalinga annoiata e depressa vengono scardinati: si impone una costruzione narrativa radicalmente diversa, i personaggi hanno fisionomie caratteriali decisamente più robuste, le relazioni sociali che intrecciano tra di loro sono poliedriche e protese alla creazione di legami multiformi, dalla difficile tipizzazione; emergono alcuni atteggiamenti comuni, rapporti amorosi già incontrati in altri contesti, ma stavolta essi concorrono ad una rappresentazione del reale che non è solo comica e di evasione, ma anche seriamente descrittiva e realistica.

Innanzitutto, ai protagonisti viene riservata una profondità attoriale, che agisce sia sulla recitazione in sé, molto più sottile e raffinata, sia sui ruoli interpretati: abbandonando le formalità di una divulgazione umana consueta, statica, Can Yaman e Özge Gürel affidano ai loro Özgür ed Ezgi due personalità brillanti, dinamiche.

La loro esuberanza non propone caratteri forzati, artificiosi, ma delinea una naturale espressività; essa dona vitalità a tutta la trama (siamo solo agli inizi, ma difficilmente il registro stilistico cambierà nei prossimi episodi) ed è il frutto di un fortunoso “matrimonio combinato” tra crescita recitativa dei due attori, non più alle prime armi, e desiderio di raccontare la vita, con la sua precaria, anche sofferta, quotidianità amorosa, in tutt’altra maniera.

In questa inedita narrazione, “verisimiglianza” è la parola d’ordine: i genitori di Özgür ed Ezgi vivono lontano, in altre città, i due ragazzi sono letteralmente gettati nella routine caotica di una metropoli instancabile come Istanbul, costretti ad affrontare piccoli problemi e grandi delusioni, rivalità professionali e storie sentimentali d’ogni tipo; Özgür, a prima vista, sembra incapace di amare, Ezgi, premurosa e sensibile, fa di tutto per compiacere i suoi fidanzati, ma la sua devozione, troppo impegnativa per la superficialità maschile, viene puntualmente tradita.

La rottura della fanciulla con il suo ultimo ragazzo, Soner, cambierà definitivamente il suo punto di vista sulle relazioni sociali: il suo dolore si trasforma in una feroce chiusura verso l’esterno, in un’astiosa sfiducia, che arriva a minare il suo stesso benessere fisico; diventa nervosa, piena di inspiegabili dubbi, talvolta torna ubriaca a casa in piena notte.

Ed è in questo triste periodo che viene travolta da un groviglio di coincidenze: dall’incontro in taxi in una giornata di pioggia, la sua esistenza comincia ad incrociarsi con l’avvenente barista donnaiolo e, da quell’istante, si moltiplicano le occasioni per conoscersi, tra accesi litigi e sguardi di chi è irrimediabilmente tentato da ciò che non conosce, ma ne ha paura…

Per entrambi i protagonisti si prospetta un inaspettato percorso di formazione, un’opportunità per rimettersi in gioco, adottando regole comportamentali antitetiche a quelle che hanno seguito finora: grazie ad esse avranno modo di apprezzare aspetti della propria psiche di cui non si sono mai resi conto di avere, si lasceranno andare a confidenze intime sul proprio passato, sondando lati nascosti della propria interiorità e di quella di chi sta loro di fronte; troveranno inconsuete conferme, riconfigurando aspirazioni, obiettivi, fino alla rivalutazione della propria individualità grazie a una critica ma incoraggiante autostima.

È su questo differente terreno di scambio psicologico e sociale che si innestano le originali connessioni tra Ezgi e Özgür, delle vere e proprie corrispondenze intellettuali: la loro reciproca conoscenza, partendo da una semplice casualità, cresce con una gradualità credibile, evidenziandone sfaccettature la cui resa scenica è spontanea, mai affettata; i due attraenti fanciulli, infatti, non mirano allo share mediatico con ossessiva e immediata esposizione del proprio corpo, a scapito del decoro o di una sensata e piacevole attesa, danneggiando l’andamento stesso della vicenda.

Ed è proprio questa la svolta trainante del modus narrandi turco, una sorta di rivoluzione nel panorama televisivo “a buon mercato”, dove contano l’emozione subitanea, l’atto sessuale necessario, la tragedia efferata, quasi sempre sprovvisti di un progressivo retroterra causale; finalmente emergono una sensualità sussurrata, un trasporto emozionale senza volgarità, che si avvale della mimica facciale e di una vivida gestualità corporea.

Grazie alla recitazione immersiva che ne deriva, molto vicina ai concetti di creatività e di “memoria emotiva”, tipici delle teorie recitative di Stanislavskij, in Bay Yanliş si compie un passo in avanti nel mondo della commedia romantica Made in Turkey: senza mai esagerare, l’attore si affranca dalla comicità spicciola e patetica di alcune scene, presenti nelle fiction precedenti, a favore di una risata plausibile e non banale; di conseguenza, viene dato spazio ancor maggiore all’immedesimazione, in particolare nelle circostanze malinconiche.

Si apre una spirale riflessiva mai sperimentata prima in questo ambito, al di là dell’inevitabile coinvolgimento amoroso, seppur anche quest’ultimo, come già spiegato, segue una nuova forma divulgativa: quando Ezgi è dolorosamente consapevole del suo passato, fatto di tradimenti immeritati e di scelte sentimentali reputate sbagliate troppo tardi, diventa testimone di un fallimento umano, di un disagio interiore che è parte di molte persone, di una cocente delusione che diventa rifiuto della società e solitaria disperazione; anche Özgür, con il suo passare da una donna all’altra, è l’esempio più che mai tangibile della difficoltà e della paura di stringere un legame stabile con qualcuno, preferendogli una solitudine ancor più amplificata dai vacui incontri notturni, poiché il ragazzo non riesce, innanzitutto, a stare bene con se stesso.

Bay Yanliş effettua un’ulteriore evoluzione narratologica tramutando i personaggi secondari e i passaggi a loro dedicati da intermezzo leggero, teso esclusivamente a non oscurare la storyline principale, a parte integrante del racconto, instaurando un perfetto equilibrio tra tutte le parti recitative chiamate in causa; è per questo motivo che ogni scena della serie si connette con le altre alla perfezione, senza mai concedere spazio alla noia, anzi appassionando quasi quanto le sequenze girate dai soli protagonisti.

Ognuno svolge un ruolo attivo e importante nel progredire della trama, a prescindere dalla durata e dal numero di battute recitate: la cugina di Ezgi con il suo amante, il socio di Özgür, i familiari, grazie alle loro azioni, alle loro scelte, intensificano l’intreccio, vivacizzando la storia e uniformandola in ogni suo punto; l’assenza di un “vero cattivo” (come Hakan in Bitter Sweet), o perlomeno di un intermittente antagonista (come Mete in Cherry Season), si rivela il mutamento saliente che dà il via a nuovi conflitti ed equivoci.

L’armonia stilistica e la densità contenutistica, che dominano all’interno della fiction, non sono solo questione di ricercati elementi umani, sondati in tutta la loro poliedricità; i dettagli estetici possiedono un compito tutt’altro che marginale, l’attenzione al particolare è massima, il superamento dei confini turchi anche sul piano visivo è evidente: l’ambientazione nel quartiere moderno e glamour di Nişantaşi porta ad un rinnovamento nelle scenografie, scompaiono gli arredi tradizionali (addio tipiche lampade policromatiche) in luogo di stanze minimal, ispirate alla pop-art, ma che non esitano a trasmettere solarità.

Nella località marittima di Göcek permane ancora un’abituale Turchia su piccola scala, ma non è più possibile parlare di provinciale atmosfera di quartiere: le care tradizioni convivono con un perenne sguardo su tutto ciò che è nuovo, diverso, mediante il quale vengono persino valorizzate e inserite nelle giuste dosi.

Le suddette scelte spaziali obbediscono ad un preciso cambiamento, legato, ancora una volta, ai personaggi ma, in questo caso, non si tratta di un fattore mentale, bensì economico; lontani dall’alterità finanziaria che separava Nazli e Ferit (Bitter Sweet), Öykü e Ayaz (Cherry Season), o  Sanem e Can (Daydreamer), la lussuosa villa del protagonista maschile con tanto di piscina non ha più ragion d’essere: Ezgi e Özgür si equivalgono anche per il portafoglio e, benché a prima vista possano sembrare antitetici nelle loro decisioni inerenti i turbamenti dell’anima, alla fine si ritrovano molto vicini a combattere l’eterna guerra tra intramontabili usanze di famiglia e una modernità libera, ma effimera e complicata.

Nonostante la lotta tra nuovo e vecchio, c’è una cosa a cui i turchi non riescono a rinunciare, a dispetto del set utilizzato e della storia d’amore narrata: gli abiti femminili sono quasi sempre sgargianti, colorati, siano essi eleganti (chi non ha mai sognato di indossare il vestito rosso di Ezgi della prima puntata?) o più comodi (i pantaloncini sono praticamente un must in quasi tutte le occasioni); parallelamente, le canottiere di Özgür, con scritte e toppe stile pop culture, sono un indumento di tendenza, che non poteva trovare contesto e ragazzo migliori per essere mostrato al pubblico.

La panoramica è chiara: con Bay Yanliş si apre un’era televisiva che non coinvolge solo l’universo romantico della Turchia, ma detta nuove regole per le fucine cinematografiche di ogni nazionalità.

Il consenso riscosso dalle produzioni mediatiche turche è in costante crescita, e c’è da chiedersi cosa catalizzi questo incredibile successo, tant’è che esse si contendono il mercato planetario del settore con la superpotenza statunitense; molti pensano al fisico statuario di Can Yaman e si illudono di aver trovato la risposta.

La bellezza ipnotizza le masse, ma non basta a persuaderle a lungo termine; dietro queste vicende profumate d’oriente si nasconde un desiderio di rinnovamento che gli spettatori stessi attendevano da tempo: stanchi di corsie d’ospedale, di improbabili disastri aerei, di artificiosi effetti speciali e di divorzi e matrimoni reiterati fino all’eccesso, essi cedono al fascino di baci discreti e confidenze rubate davanti a un cay bollente.

Non c’è fretta, niente pacchiani trucchi digitali da godersi in HD, niente improvvisi stravolgimenti di trama; la sorpresa si costruisce poco per volta, e con Bay Yanliş, molto probabilmente, visto il ritmo così incalzante, non ci sarà nemmeno il rischio di tirarla troppo per le lunghe.

L’equilibrio è, forse, una delle carte vincenti: il caos di Istanbul si smorza in provincia sulle rive del Mediterraneo, ogni personaggio è alla ricerca di una personale stabilità, qualunque siano le sue caratteristiche finali, le stanze arredate all’ultima moda trovano un’intesa con ceramiche dipinte a mano e ceste di vimini colme di cibi locali, biologici (questo è un altro dettaglio innovatore da non sottovalutare: non di rado, e non solo in Bay Yanliş, si citano alimenti salutari; addirittura, in Daydreamer si parla più volte di veganesimo).

Ecco la frontiera narrativa e semantica su cui puntare: tralasciando sterili compromessi e illusorie rappacificazioni, la tradizione dialoga, spesso discute, con le ansie del divenire, con il perenne desiderio di progredire verso il futuro, verso un altrove, verso qualcos’altro che ancora non si conosce; le fiction turche descrivono e glorificano sottovoce il proprio Paese e, intanto, conquistano poco per volta il mondo intero… sperimentando nuovi linguaggi bramosi d’ignoto e affamati d’Europa.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

2 Commenti

  1. Un po’ troppo positiva la tua recensione – se più rimarcata rispetto ad altre serie è l’ostentata libertà sessuale e l’indipendenza economica delle protagoniste femminili, meno originale la storia romantica – un incrocio tra The Ugly Truth (US) e Seducing Mr Perfect (Korea) – dilatata da imprevisti divertenti, sebbene talvolta poco credibili.

  2. Non conosco le fiction che hai citato ma, in riferimento alla materia del mio articolo, parlare di “ostentata libertà sessuale” è, a dir poco, una vera forzatura: sicuramente in Bay Yanlis c’è un maggior riferimento alla mondanità contemporanea, al desiderio amoroso non solo platonico, ma la questione, come sempre, viene affrontata con eccezionale discrezione, senza cadere in volgarità (tanto di cappello…), fin troppo presenti in altri contesti televisivi, né ricorrere alla restrittiva censura turca.
    Rispetto alle sue “colleghe”, Bay Yanlis poggia molto sulla verisimiglianza non solo umana, caratteriale (personaggi molto sfaccettati) ma anche spaziale e temporale (una Turchia proiettata verso l’Europa); ovviamente, trattandosi di una “fiction”, la finzione si rivela un elemento imprescindibile per il progredire della trama, con tutte le peculiarità di una commedia romantica: non è un documentario né un’inchiesta investigativa, ma un prodotto cinematografico con il compito di far sognare, di coinvolgere gli spettatori in una spensierata leggerezza, immaginando, anche soltanto durante lo scorcio di una sequenza, un mondo migliore, abitato da emozioni vere e da fantasie finalmente reali.
    Quindi, partendo dall’esempio di Bay Yanlis, la conclusione è sempre la medesima: la narrazione, con tutto il suo repertorio umano e urbano, coniuga pudore ed espressività, dando vita ad un equilibrio effervescente, all’interno del quale ogni sfaccettatura esistenziale trova il giusto spazio.
    Si tratta di un’evoluzione filmica che, scavando nel passato, rivaluta la lentezza e le inquadrature meditative da fotoromanzo, alle quali dona un’incredibile vivacità comunicativa; forte di questa poetica stilistica, la fiction romantica turca non sarà rivoluzionaria, ma è sicuramente speciale e inedita: una macchina da presa che mescola colori e voci, per poi restituire, perfettamente incastrato nel mosaico tentacolare di Istanbul, il fascino garbato di una febbrile intesa amorosa divulgata sottovoce.

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