Cinema vs serie tv: scontro aperto o battaglia comune?

Se dico serie tv, a quanti di noi non si illuminano subito gli occhi? C’è chi, come ci si aspetta da un vero nerd, conosce a memoria il catalogo Netflix: la regina delle piattaforme di distribuzione in streaming di serie a pagamento e non solo.

E chi invece non ci si è mai avvicinato. Veramente? Ma come puoi? In che mondo vivi!? Penseranno e gli diranno, sgranando gli occhi, una moltitudine di persone. Sì, perché oramai a condurre il gioco nell’industria dell’intrattenimento, sono loro, le serie. E tu, potenziale spettatore, difficilmente non puoi non far parte del gioco. Non ti puoi sottrarre.

Ne esistono tante e per tutti i gusti, tante che alla fine sembrano troppe. La difficoltà vera è starci dietro. Finire una serie e riprendere con la successiva. Ma il canto delle sirene è troppo forte, invitante. Anche solo per non venire emarginato dal gruppo di amici che, lo so, avranno già organizzato per incontrarsi tutti a casa di uno di loro per una serata tipo cinema.

Uno sguardo al cinema

Già, il cinema. Che fine ha fatto? Nemmeno mi ricordo l’ultima volta che sono andato. Scommetto che avete pensato tutti la stessa cosa. Eppure di film non mi sembra che non ne escano più. Strano se succedesse. Con la storia del cinema che ci portiamo dietro noi italiani, sarebbe un po’ come se ci togliessero un pezzetto di cuore.

Il nostro cinema ha un grande passato. Oggi ancora una cerchia di registi di nicchia (un po’ old style) occupa un importante spazio culturale e i loro film (ancora troppo poco spesso, ahimè!) ci deliziano. Per cui l’andare fisicamente in una di quelle sale rimane un piacere.

Guardando al resto, l’industria cinematografica sembra preferire, investire e presentare al pubblico film che appartengono a due principali categorie. La prima, dove è tutto uno sparare. Non so se abbiate amici del tipo che quando gli proponi un cinema oggi, la prima cosa che ti chiedono è proprio: “Ma se spara?”. La seconda, i remake. Non si è forse visto al cinema il proliferare, uno dopo l’altro, dei grandi classici Disney riproposti con attori in carne e ossa?

Non si esaurisce tutto qui, certamente. Non bisogna dimenticare le commedie romantiche e quelle comiche (nostrane o d’oltreoceano), che lasciano il tempo che trovano perché tutte abbastanza omologate fra loro. Una menzione a parte riguarda le commedie francesi. Uno humor tutto loro, che rientra in quel cinema di nicchia di cui si parlava prima.

Piccole chicche isolate in mezzo ai prodotti commerciali o a generi già ben consolidati, come le interminabili saghe stellari; in arrivo nelle sale italiane il 18 dicembre 2019, l’ultimo capitolo (sarà poi vero?) dal titolo Star Wars: L’ascesa di Skywalker, diretto da J. J. Abrams. Iniziata nel 1977 con Episodio IV: Una nuova Speranza dal pioniere George Lucas, con un giovanissimo Harrison Ford e con Carrie Fischer (venuta a mancare il 27 dicembre 2016) nell’indimenticabile ruolo della Principessa Leila. Quante generazioni sono nate e cresciute con il motto che la forza sia con te!

Altri esempi si possono fare, e la maggior parte attribuibili a uno standard ben preciso, definito, rodato e soprattutto sicuro; e la parola sicuro racchiude in sé molte cose: incassi al botteghino, generi popolari che toccano gli interessi di grandi masse di pubblico o il ritorno in auge di classici di un tempo, rimodernati con l’ausilio degli effetti speciali e delle tecniche digitali che solo l’evoluzione tecnologica sviluppata negli ultimi anni e ora di comune utilizzo, poteva permettere.

Come non citare la saga del maghetto con gli occhiali Harry Potter; e un ulteriore film (per non farci mancare niente), Animali fantastici e dove trovarli. Che guarda caso è un prequel (ossia un film che racconta quello che succede anni prima e che ha un forte aggancio o rimando con tutto quello che avverrà dopo).

Tutti tratti dai fortunatissimi romanzi di Miss J.K. Rowling (tradotti in 79 lingue, hanno venduto oltre 450 milioni di copie in tutto il mondo, diventando la saga letteraria più comprata della storia). La trilogia del Il Signore degli anelli, seguita dal prequel (anch’esso una trilogia) Lo Hobbit. Tutti tratti dai romanzi di Mister Tolkien, sul quale hanno pensato bene di farci un biopic (un film biografico) uscito in Italia lo scorso 12 settembre.

E non dimentichiamoci dei vari supereroi basati sui personaggi apparsi nelle pubblicazioni della Marvel Comics (Spider-Man, Iron Man, Joker,…). Tutti film di grande incasso.

E i registi da che parte stanno?

Il regista canadese David Cronenberg, re del body horror, ha recentemente dichiarato che potrebbe non fare più film. Annoiato sia di farli che di andare a vederli personalmente al cinema: “Non vado mai al cinema, non è più piacevole: c’è la pubblicità, la gente guarda lo smartphone e mangia popcorn. Guardo i film a casa, ormai abbiamo grandi schermi piatti con audio surround, la qualità è molto buona.

L’idea del cinema come di una meravigliosa esperienza comune è un’esagerazione, forse valeva negli anni Quaranta o Cinquanta quando non c’era la tv. Credo che si possa avere un’esperienza cinematografica vera a casa, con gente che ti piace. Mentre al cinema spesso capiti con gente che non ti piace”. Infine:Credo che il modello Netflix sia il futuro del cinema. Il nuovo cinema sarà fatto di serie tv in streaming.

Mentre la regista italiana Cristina Comencini non sembra pensarla allo stesso modo, convinta che siano meglio i film. Insieme ai pareri contrastanti, emerge la considerazione dello sceneggiatore Nicola Guaglianone che sostiene che le due cose non sono in competizione.

Il grande potenziale delle serie tv

Non stupisce quindi che parte del cinema si stia orientando sempre più verso la serialità. Si ha bisogno e si vogliono creare personaggi veri, autentici, con carattere. Più vicini al pubblico e con cui il pubblico si possa riconoscere. Storie raccontate, dove anche dalle scenografie, dai costumi e dal linguaggio usato lo spettatore possa ritrovare qualcosa di familiare.

Proprio per questi motivi, guardando cosa si è prodotto da noi in Italia, viene subito il mente la serie Romanzo criminale prodotta da Sky cinema e Cattleya (2008-2010). In principio era il libro, scritto dal magistrato Giancarlo Da Cataldo; un crime italiano totalmente scritto dalla parte dei cattivi (che per la nostra tradizione giallistica, è stata una ventata d’aria fresca). Portato in seguito sul grande schermo dal regista Michele Placido nel 2005.

L’esigenza di produrne una serie dove stava? Stava nel fatto che permetteva di seguire meglio e più fedelmente il tempo narrativo del romanzo stesso, di dare il giusto spazio ai tanti personaggi, di esprimerli al massimo. Cosa che un film difficilmente può fare proprio perché ha un tempo limitato ed entro quello devi stare e da questo punto di vista è più difficile.

Se ci si pensa bene, il fatto che molto spesso i film tratti da precedenti libri di successo deludano, si comprende e si giustifica dal poco tempo a disposizione; dove devi rappresentare un intero libro (ricordiamo che Romanzo criminale conta 640 pagine) e per forza di cosa dovrai fare dei tagli, omettere, comprimere, sacrificare alcune scene (o alcuni personaggi). E non solo per motivi di tempo e di spazio, a volte anche per l’estro artistico dello stesso regista i film sono liberamente reinterpretati rispetto ai libri.

Quindi lo spezzarsi del vincolo delle limitazioni nelle serie tv fa gola. Come per tutte le cose, la novità (dai tempi del passaggio al sonoro o del colore al cinema e in televisione) può spaventare alcuni ed entusiasmare altri. Ma scontro vero non c’è. I due mezzi possono coesistere insieme come stanno già facendo. Riflettiamoci.

Non sono forse stati riportati in questo articolo esempi di come anche il cinema abbia utilizzato e continui ad utilizzare la serialità come struttura narrativa? Le saghe citate, non sono come delle serie in cui maxi puntate vengono proiettate sul grande schermo?

Tornando a Romanzo criminale, le scene girate per la maggior parte sono all’esterno. Si è voluta ricreare quella Roma (dove Roma è la protagonista per eccellenza), quell’atmosfera degli anni ’80, in cui ogni dettaglio (costumi, trucco, modi di fare ed espressioni usate) era importantissimo e da non tralasciare. Anzi da enfatizzare.

Comunemente le serie vengono girate in studio, tutto viene ricreato e ricostruito. Questa serie, la nostra serie italiana, ha cambiato il modo di farle. Perché per la prima volta ci si è approcciati in modo cinematografico, si è trattato il progetto come fosse un film.

L’unione fa la forza

Da questo si può capire come non ci possa essere guerra. Cinema e serie tv attingono l’una dall’altra vicendevolmente. Si arricchiscono e si potenziano ognuna con le caratteristiche forti dell’altra (il 24 ottobre scorso è uscito nelle sale il film Downton Abbey, un’ulteriore puntata, se così si può dire, della serie tv omonima di sei stagioni per un totale di ben cinquantadue episodi).

Ed entrambe con l’unico scopo da perseguire e per cui sono nate e si sono evolute: intrattenere il pubblico. E’ al pubblico che si deve pensare, quello è l’importante e a cui sempre bisogna puntare. Che sia per riempire le sale o per aumentare gli abbonati; se viene a mancare lo spettatore finiscono di campare sia film che serie. E lo sanno bene i produttori.

Per questo probabilmente sembra che la strada che si percorrerà nell’immediato futuro sia questa: al cinema le avventure periodiche di un qualche eroe dotato di superpoteri o in possesso di arti magiche che si assume il compito di salvare il suo mondo minacciato da qualche forza oscura. E nelle nostre case, che sia da Internet o in televisione, sempre più storie che ci raccontino qualcosa che ci tocca personalmente o in cui riscontriamo un’immediata empatia. L’unione fa la forza.

Alice Ghilardotti

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