Mentre in Italia le polemiche sulla gestione della seconda ondata sembrano non cessare, circolano sul web video ed immagini di una Cina tornata quasi del tutto alla normalità. Come è possibile? Con il Covid-19 sotto controllo, la Cina sconfigge l’occidente Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Sembra un paradosso: proprio a Wuhan, dove tutto ha avuto inizio, si è tornati a vivere prima del resto del mondo.

Il giornalista Filippo Santelli, inviato de la Repubblica in Cina, ha vissuto in prima persona l’esperienza del pugno duro contro il Covid: rinchiuso nella piccola stanza di una struttura a Nanchino per ben 40 giorni. Ha raccontato nel nostro Paese ciò che ha vissuto, restituendoci l’immagine di una prigionia alienante da cui ne è uscito libero. In Europa, e nella maggior parte del mondo occidentale, sarebbe stato impensabile questo tipo di gestione dell’epidemia.

Il regime cinese non esita a far uso del potere che detiene e a cui nessuno può opporsi. Questo controllo sociale è stato probabilmente uno degli strumenti più efficaci per fermare il virus, facendo leva sull’autorità e su una buona tecnologia di sorveglianza. Non bisogna dimenticare comunque il rapporto della Cina con le epidemie: la popolazione ricorda la SARS-CoV e l’alto tasso di mortalità ad essa associato, ed è stata molto attenta alle possibili conseguenze di un’epidemia da Covid-19. La rapidità di risposta del Paese è stata quindi il fattore cruciale. Wuhan è stata posta sotto sorveglianza per 76 giorni. Il trasporto pubblico è stato sospeso. Misure simili sono state poi adottate in ogni città della provincia dell’Hubei: sono stati istituiti 14.000 punti di controllo sanitario, riapertura delle scuole ritardata e gli spostamenti della popolazione sono stati ridotti. In poche settimane la Cina è riuscita a testate 9 milioni di persone a Wuhan, istituendo un efficace sistema nazionale di ricerca dei contatti.

Parlando dei dispositivi di protezione individuale, la Cina è tra i più grandi produttori mondiali e non ha avuto difficoltà a distribuire camici e mascherine (a differenza del nostro Paese che si è fatto trovare impreparato).

A febbraio sono stati aperti a Wuhan tre ospedali Fangcang (ospedali temporanei) utilizzati per ospitare pazienti Covid con sintomi anche lievi, in modo tale da poterli isolare dalla famiglia e scongiurare il rischio dell’infezione in casa.

Dunque: test a tappeto, tracciamento (anche tramite analisi dei big data attraverso app) e trattamento sanitario. L’occidente si sta dimostrando incapace nel bilanciare queste esigenze mediche con democrazia ed economia, criticando allo stesso tempo la gestione autoritaria della Cina e le incongruenze sui numeri di vittime, malati e tamponi (una grave omissione che avrebbe contribuito alla diffusione della pandemia). Ma i cinesi, come hanno giudicato l’operato del governo?

Durante il lockdown, soprattutto sui social, in tanti nel Paese hanno denunciato la gestione dell’emergenza. Tuttavia, Xi Jinping punta a riconquistare il suo popolo, ribaltando il modello economico adoperato da tre decenni: le esportazioni. Il governo cerca di stimolare l’economia cinese puntando ora tutto sui consumi interni, molto deboli, per sviluppare un’economia meno dipendente dai mercati esteri.

La Cina ha registrato una crescita del PIL nel terzo trimestre in aumento del 4,9% rispetto a un anno fa, portando la crescita per i primi tre trimestri dell’anno allo 0,7%, secondo i dati pubblicati il ​​20 ottobre dal National Bureau of Statistics. La pandemia ha colpito duramente i paesi sviluppati, provocando una riduzione del grado di centralità delle reti commerciali, ma non ha intaccato la posizione della Cina. Anzi, la pandemia sembra aver accelerato delle tendenze preesistenti. Prendiamo ad esempio Shenzhen.

Shenzhen è considerata il punto di riferimento delle riforme della Cina e, soprattutto, centro di innovazione. La forza lavoro giovane e dinamica ha contribuito a renderlo un punto focale di scambio e di crescita per una nuova generazione di innovatori cinesi. Incentrata su connettività digitale, innovazione, scambio e sviluppo di tecnologie, il Covid-19 non ha fatto altro che accelerare il ritmo di digitalizzazione, resosi necessario anche in merito alla situazione di emergenza. Ovviamente il tutto è stato possibile grazie agli investimenti del governo, che ha aumentato le spese in ricerca e sviluppo, segnando la vittoria del mercato gestito dal potere rispetto al mercato libero.

Ma il potere di negoziazione della Cina, a livello geopolitico, non è aumentato: sul piano internazionale deve dimostrarsi ancora affidabile, non solo per gli Stati Uniti e l’Europa, ma anche per tutto il sud-est asiatico. Ripristinare la credibilità del Paese è essenziale. La Cina non è più percepita come affidabile e ha tutto l’interesse economico per recuperare quello che ha perso: l’ambizioso progetto della nuova via della Seta ha bisogno della partnership continua con Asia ed Europa.

La sfiducia degli italiani

In Italia, uno studio del Cnr sulla fiducia che i cittadini ripongono nelle autorità pubbliche evidenziava come, durante la prima fase della pandemia, il 79,3% degli intervistati ritenesse le autorità come competenti in merito all’assunzione di provvedimenti. Un’analisi importante, se si considerano i livelli molto bassi di fiducia caratteristici dell’Italia. Probabilmente il livello così alto registrato a marzo è stato dovuto alla percezione di un pericolo incombente in atto; una funzione fondamentale (psico-sociale) della fiducia è fronteggiare l’incertezza e tamponare la percezione del rischio, nel caso del governo italiano, assumendo decisioni nette e sicure.

Tuttavia, la seconda ondata dell’epidemia sta determinando sia una tendenza al peggioramento nella diffusione del virus, sia un calo di fiducia nei confronti del governo e soprattutto del presidente del Consiglio.  Inizialmente gli oppositori criticavano Conte per le conferenze stampa ed il suo eccessivo protagonismo, ma agli occhi dei cittadini sembrava assumere la veste dell’“uomo forte” alla guida del Paese in un momento molto difficile. Ad oggi, invece, le incertezze del governo, le contraddizioni e i dissidi con le Regioni non fanno che diffondere diffidenza tra i cittadini. Il contesto economico era già fragile, la crisi sanitaria e la cattiva gestione hanno quindi colpito duramente, portando effetti negativi tanto dal lato della domanda quanto da quello dell’offerta.

In questo quadro di scetticismo e sfiducia nel governo, ho effettuato una piccola indagine di quartiere a Roma (Cornelia), ponendo qualche domanda ai cittadini cinesi in merito alla gestione dell’epidemia in Cina e in Italia. Sono stati molto refrattari nel parlami della situazione in Cina, quindi mi sono limitata a chiedere loro se sono soddisfatti di come il governo, nel nostro Paese, sta controllando l’epidemia. I “sì” sono stati ben pochi. Quasi tutti mi hanno riferito che avrebbero voluto un rispetto più rigoroso del lockdown (da parte dei cittadini) e un tracciamento migliore dei casi Covid.

Al di là della gestione autoritaria della Cina, sicuramente il segreto del successo della ripresa post-lockdown del Paese è stato quindi il rigore. Il sistema di prevenzione e controllo cinese è solido, ma le disposizioni governative hanno funzionato anche per l’alto grado di accettazione e cooperazione della popolazione.

Forse, abbiamo qualcosa da imparare.

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