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Il 2021 è stato inaugurato dall’impressionante violenza in Campidoglio, a Washington DC. Questo assalto dei suprematisti bianchi, incitati da Trump, è stato allarmante ma del tutto prevedibile. Il Centro per gli studi strategici e internazionali ha evidenziato che gli attacchi da parte dell’estrema destra sono quadruplicati dal 2016 al 2017. Una minaccia che ha suscitato scarso interesse da parte dell’amministrazione Trump. Invece di indagare sui suprematisti bianchi, il Presidente ha sorvegliato il Black Lives Matter e altri attivisti di minoranza. Non solo ai suprematisti bianchi è stato evitato di essere fermati o indagati, ma hanno avuto anche il conforto di vedere le loro fantasie razziali esposte attraverso il pulpito del presidente. Whiteness: il privilegio bianco che è anche parte della nostra storia Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Per gli afroamericani, in particolare, la rivolta in Campidoglio ha confermato la faziosità della polizia americana. Per mesi gli attivisti di BLM sono stati derisi per aver avviato la richiesta di “destituire la polizia”. Milioni di persone hanno guardato, la scorsa estate, all’aggressività, alla rabbia e alla violenza della polizia nei confronti degli attivisti antirazzisti. Come hanno potuto penetrare in Campidoglio, così facilmente, i manifestanti di destra? La manifestazione era prevista da tempo, è stato sorprendente constatare l’assenza di preparazione e rinforzo delle forze dell’ordine per l’occasione. Anche i comportamenti di alcuni poliziotti, ripresi dalle telecamere, risultano ambigui e molto differenti rispetto al trattamento riservato ai manifestanti del BLM.

Oggi, il riconoscimento di questo problema sistemico ha iniziato a prendere piede. Il cambiamento negli atteggiamenti pubblici esprime il rifiuto del razzismo, la comprensione del Black Lives Matter come non “solo le vite nere contano” ma “anche le vite nere contano”. Eppure, ancora oggi, il privilegio bianco è una forza invisibile che fatica ad essere individuata ed estirpata.

Privilegio bianco come “potere normale”

La whiteness e l’identità dei bianchi fanno riferimento al modo in cui i bianchi, i loro costumi, la loro cultura e le loro convinzioni operano come standard con cui confrontare tutti gli altri gruppi. La “bianchezza” e la sua normalizzazione nel corso della storia americana hanno creato una cultura predominante su tutte le altre. I bianchi detengono maggior potere politico, istituzionale ed economico: è in questo contesto che si instaura il privilegio bianco, dei benefici che per molti possono essere difficili da capire ed accettare.

Anche nella cultura, quella bianca è predominante e standardizzata, quindi adottata in certi aspetti da tutti gli americani.

Ma la supremazia, da cosa deriva?

È un’ideologia radicata nella storia degli Stati Uniti, a partire dal razzismo “scientifico” che era impiegato come giustificazione della schiavitù, dell’imperialismo e del colonialismo. Gli imperialisti europei bianchi che si stabilirono negli Usa credevano di essere intrinsecamente superiori ai gruppi di “non-bianchi”. Queste credenze giustificavano atrocità come il genocidio dei nativi americani e quasi 250 anni di schiavitù africana; dopo la schiavitù, le ideologie dei suprematisti bianchi si sono manifestate in una serie di leggi che hanno limitato la libertà degli afroamericani. Ad oggi, le forme di razzismo e di violenza che promuovono la supremazia bianca sono aumentate, collegate più direttamente al nazionalismo bianco: negli Usa, i nazionalisti bianchi sostengono il loro Paese e la necessità di eliminare la diversità etnica, in quanto portatrice di distruzione della cultura bianca.

Ulteriore pericolo della whiteness è legato alla prevalenza della cultura bianca sulle altre, tale da portare a una interiorizzazione del dominio. I membri dei gruppi di identità dominanti o potenti accettano lo status socialmente superiore del loro gruppo come normale o “meritato”.

Chi si identifica come bianco, nel riconoscere la propria identità e i propri privilegi muove un passo avanti cruciale per porre fine al razzismo. I bianchi vivono in un ambiente sociale che li isola dallo “stress di razza”, nel momento in cui affrontano la propria condizione si innescano una serie di mosse difensive legate a vari sentimenti come il senso di colpa, la confusione e la paura. Una “fragilità bianca”.

Il colore degli italoamericani

Anche i nostri connazionali che nel 1800 sono giunti come immigrati negli Stati Uniti hanno attraversato la storia del razzismo e del privilegio bianco. Le migrazioni dell’epoca erano soprattutto temporanee, pochi erano istruiti o avevano un capitale a disposizione e la maggior parte di loro proveniva dal Mezzogiorno. Avevano come unico scopo quello di ritornare in patria con quanti più soldi possibile. La mentalità propria dell’emigrazione temporanea spiega in parte alcuni aspetti dell’immigrazione italiana in Usa: disinteresse ad imparare la lingua, lento tasso di naturalizzazione, resistenza all’assimilazione.

Entrati in contatto con un’economia industrializzata, pochi avevano competenze per occupazioni non legate all’agricoltura. Queste origini contadine li rendevano vulnerabili, incapaci di comprendere gli elementi della vita quotidiana urbana e soprattutto venivano considerati dai datori di lavoro come mano d’opera non qualificata, di secondo ordine.

Questo contesto di fragilità e insicurezza portò gli immigrati italiani a raggrupparsi in determinati quartieri in tutta l’America, sancendo la nascita delle Little Italies in modo tale da consentire pratiche quotidiane di collaborazione e solidarietà. Tuttavia, queste aggregazioni di italiani creavano qualche preoccupazione, soprattutto a causa del loro isolamento e della persistente resistenza all’assimilazione, percepiti come una minaccia per la stabilità della società statunitense. La separazione di queste comunità gli consentì il mantenimento di un’autonomia economica e culturale, ma incrementò contemporaneamente le discriminazioni e i pregiudizi nei loro confronti.

Gli italiani, che sbarcavano portando con sé la loro povertà, erano gravati da secoli di stereotipi. Gli scrittori che si avventuravano in Italia per il Grand Tour furono i maggiori protagonisti della diffusione di certi cliché: Daniel Defoe, Percy B. Shelley, Mark Twain e Charles Dickens dipinsero gli italiani come degradati, sporchi e dalle tendenze sessuali bestiali. Dunque, non è un caso se l’opinione pubblica statunitense reagì con diffidenza all’arrivo dei nostri connazionali.

Oltre ai numerosi reportage sul degrado igienico (sanitario e morale) degli italiani, le accuse erano le più disparate:

  • Sangue impuro: gli italiani non erano considerati “bianchi puri” ma erano macchiati dalla cosiddetta “goccia nera”. Numerosi etnologi ritenevano che l’Italia fosse stata governata nell’antichità da una popolazione africana. Sociologi e “scienziati” italiani rafforzavano queste tesi (ad esempio Cesare Lombroso ne In Calabria), sostenendo ad esempio differenze regionali tra due razze, nel nord e nel sud. Questo rendeva gli italiani i più disprezzati tra gli immigrati: non ricevevano la stessa paga dei “bianchi” e la loro morte passava il più delle volte inosservata.
  • Violenza: luogo comune più diffuso in America, tanto da determinare la diffusione del nomignolo “dago”, latinizzazione del termine dagger (coltello). È uno stereotipo che ha origini lontane, già nel 1500/1600 il carattere rissoso degli italiani veniva collegato a una presunta predisposizione genetica. Nel 1800 l’ondata di attentati anarchici ad opera di italiani non fece che incrementare certe generalizzazioni. Una tra tutte: la nomea degli italiani quali mafiosi.
  • Religione: nel 1918 gli italiani che si convertirono al protestantesimo furono 25.000 solo a New York. La “zavorra” della fede andava abbandonata. Una fede vissuta in maniera incomprensibile dal resto delle confessioni religiose, infatti i cattolici erano considerati indolenti, superstiziosi e folcloristici.

Tra gli sviluppi che ebbero più influenza sul futuro degli italiani, nessuno fu più importante dell’emergere di una seconda generazione: appartenenti sia al microcosmo della famiglia che al macrocosmo americano. Vivevano una strana ambivalenza e marginalità, erano presi in giro e il loro unico desiderio era americanizzarsi. Chi rifiutava le proprie origini spesso cambiava cognome, abbandonava le Little Italies e si sposava con cittadini americani. Chi abbracciava l’eredità italiana, invece, studiava la lingua e glorificava i successi della patria. La Seconda guerra mondiale e la successiva Guerra Fredda accelerarono il processo di americanizzazione. Le nuove generazioni si gettarono a capofitto nel Melting Pot americano, spogliandosi di ogni elemento italiano.

Gli anni ’60 e la rivoluzione culturale dell’epoca ebbero come conseguenza l’affermazione delle identità particolaristiche: guerra in Vietnam, Black Power, liberalizzazione delle donne condussero alla frammentazione della società americana. L’aspetto interessante è che gli italoamericani, in questo clima, si spostarono molto più a destra. Criticavano queste manifestazioni con sconcerto in quanto, ispirati da una certa coscienza etnica, si dedicavano a difendere il posto che avevano acquisito nella società americana.

Non a caso, gli italoamericani hanno attratto molti studiosi in merito al loro status razziale. L’adattamento degli italiani non è semplice assimilazione dell’identità americana ma del privilegio della whiteness. Dopo la Seconda guerra mondiale gli italoamericani risultano i più arrabbiati contestatori dell’invasione dei “neri”. È stata quindi analizzata la loro presa di coscienza razziale alla luce dell’incontro nei quartieri prima con i portoricani, poi con gli haitiani e si è notato come tendessero sempre più a sottolineare la loro whiteness per distinguersi dagli abitanti di colore. Tuttavia, analizzando la loro condizione come lavoratori e le discriminazioni che subirono, secondo alcuni autori ciò può aver messo in dubbio la loro whiteness. Il problema, più complesso, è legato alla doppia identità che veniva riconosciuta agli italiani: bianca per la categoria del colore e settentrionale/meridionale per la razza. La whiteness non fu mai messa in discussione, nonostante l’americano medio considerasse gli italiani come dagos e non come bianchi, probabilmente anche a causa del tipo di lavoro che la maggior parte di loro svolgeva (lavori duri, sporchi e pericolosi).

Oggi gli italoamericani vivono un revival culturale, una rivendicazione identitaria molto forte e questo è dovuto anche alla buona immagine che il nostro Paese ha nel mondo e nell’immaginario collettivo. Dagli anni ’70, l’Italia da paese esportatore è diventato terra d’immigrazione, innalzando a sua volta gli ostacoli e le barriere che ha incontrato. A volte crediamo che i problemi distanti da noi, nel tempo e nello spazio, non ci riguardino. Forse dovremmo provare a scoprirci più curiosi e attenti a quello che ci circonda, potrebbe essere più vicino di quanto sembri.

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