Ci sono pellicole la cui potenza non tramonta mai: I Segreti di Brokeback Mountain è senza dubbio tra queste.

Basta analizzare l’ambientazione e i protagonisti per capire che non si tratta di una storia dai contorni semplici; il regista Ang Lee porta sul grande schermo un racconto di Annie Proulx che già di per sé aveva destato scalpore una volta pubblicato sul New Yorker nel 1997. Il soggetto del racconto è la storia d’amore omosessuale tra due cowboys nel Wyoming degli anni Sessanta. Anche se ambientato in una società “lontana” dalla nostra, quest’opera continua a dare spunti pericolosamente attuali.

Una storia mozzafiato

Considerato tra i migliori film del decennio 2000 – 2010, in seguito alla sua distribuzione nel 2005 I Segreti di Brokeback Mountain è stato acclamato dalla critica e si è presentato da assoluto protagonista ai Premi Oscar 2006 con 8 candidature e 3 statuette vinte. Il segreto di questo successo sta nell’abilità di Lee nel mettere magistralmente insieme un cast d’eccezione, con l’aiuto prezioso di una colonna sonora emozionante e di una fotografia eccellente, ma soprattutto nella sua capacità di trattare in modo del tutto nuovo e coraggioso il tema principale del film: l’amore.

I protagonisti sono due cowboys, Jack Twist ed Ennis Del Mar (interpretati da Jake Gyllenhaal e Heath Ledger), entrambi sono in cerca di un lavoro estivo nel 1963 e lo trovano da un allevatore di pecore a Brokeback Mountain, luogo fittizio situato nel Wyoming. Immersi nella natura incontaminata scopriamo due ragazzi molto diversi: Jake Gyllenhaal veste i panni di Jack, estroverso e curioso, spera di far fortuna al rodeo e nel frattempo si guadagna da vivere; Heath Ledger è invece Ennis, ragazzo di poche parole, a tratti rude ma dagli occhi buoni, sempre pronto ad affrontare la vita per quella che è.

La relazione tra i due, fatta di cameratismo e celato affetto, sfocia presto in un amore profondo, fisico e dirompente a tal punto che i protagonisti stessi faticano a decifrarlo: un amore puro, svincolato da ogni tipo di sovrastruttura sociale, che lascia Jack ed Ennis a confrontarsi con loro stessi e con quella che è la vita “reale” al di fuori di Brokeback.

“Io non sono così” dice Ennis riferendosi all’omosessualità, “Nemmeno io” risponde Jack, per poi aggiungere: “Non c’è bisogno che lo sappia nessuno”.

Entrambi sanno che lì fuori non c’è futuro né vita per loro insieme. Brokeback Mountain è stata una sorta di realtà parallela dai tratti bucolici dove Ang Lee coglie l’occasione per revisionare un genere da tempo sul viale del tramonto, il western. Lo fa spogliandolo dei suoi clichés e della sua inattaccabile e convenzionale virilità, il tutto per elevare e celebrare l’amore in tutta la sua grandezza.

Il film è volutamente spezzato a metà, ben presto l’estate finisce ed è tempo per i protagonisti di tornare alle proprie vite, impregnate di doveri, responsabilità e giudizi. Ennis torna infatti a casa per sposare la sua fidanzata Alma (Michelle Williams) e trovare un lavoro per passare l’inverno, Jack invece torna ai suoi rodei dove incontra e successivamente sposa la ricca Laureen (Anne Hathaway). Nella società rurale statunitense degli anni Sessanta la possibilità che due uomini potessero condurre una vita insieme non era contemplata.

Il rischio non consisteva soltanto nell’esclusione e nelle difficoltà sociali, bensì nell’essere vittima di violenze, spesso vere e proprie spedizioni omicide. Ennis ne è consapevole, lo ha visto con i suoi occhi, per questo mette in guardia Jack quando quest’ultimo, durante il loro primo incontro dopo 4 anni, è pronto a lasciare tutto per vivere con lui in mezzo alla natura. L’odio non si arresta neanche così.

E allora il finale non può che essere tragico. Nonostante la loro storia d’amore, tra mille difficoltà, sia sopravvissuta grazie a dei saltuari fine settimana a Brokeback, Jack viene in qualche modo sospettato di essere omosessuale e per questo brutalmente ucciso.

La tragedia del finale lascia la potenza di un amore puro e profondo, capace di andare al di là di un mondo che non lo accetta e, in qualche modo, della morte stessa.

Brokeback oggi

Il finale lascia anche la consapevolezza di un contesto sociale violento e “lontano”, dove gli uomini si fanno giustizia da soli e l’odio verso chi è considerato diverso o sbagliato è in gran parte condiviso e radicato nel pensiero comune.

Dunque, oggi cosa è cambiato?

Se da un lato un progresso sociale e culturale è stato registrato, almeno per quanto riguarda la società europea, in termini di accettazione ed integrazione di chi un tempo veniva sistematicamente discriminato, dall’altro bisogna fare i conti con la realtà dei fenomeni. È chiaro allora che non si tratta di un problema risolto quanto di un processo ancora in corso: episodi e dinamiche di discriminazione sono tutt’oggi diffuse a causa di un sostrato culturale difficile da sradicare.

Nulla è cambiato davvero?

Un cambiamento fondamentale a dire il vero c’è stato: la giustizia fai da te, la violenza organizzata e l’indifferenza delle autorità non esistono più in quella misura. Tutto ciò poiché oggi, in numerosi paesi “occidentali”, gli episodi di violenza e discriminazione per motivi fondati sull’orientamento sessuale, ma anche su genere, sull’etnia e sulla religione, sono trattati dalla legge, che ne protegge le vittime. Ciò spesso non basta a difenderle fisicamente, tuttavia cambia completamente la prospettiva. Se infatti lo Stato e la giustizia prendono nettamente posizione le vittime sono legalmente tutelate ed arriva un segnale forte e chiaro al sistema su quale sia la direzione da prendere. In questo modo è finalmente possibile pensare di mettersi alle spalle l’omofobia, la disparità di genere ed ogni tipo di discriminazione, mali cronici che da troppo tempo affliggono la nostra società.

DDL ZAN: Un fallimento per tutti

Se in 20 paesi europei le discriminazioni sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere sono (da tempo) punite dalla legge, l’Italia rimane la sola, insieme a Repubblica Ceca e Bulgaria, a non aver legiferato su questo tema. Un tentativo importante è stato fatto, tuttavia non è bastato. Il ddl Zan avrebbe previsto delle “misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. Andava a modificare due articoli del Codice penale e soprattutto ad ampliare la “legge Mancino” che già condannava le discriminazioni per razza, etnia, religione. Di tutto ciò rimane l’avvilente applauso della metà vittoriosa del Senato al momento dell’affossamento della proposta di legge, il 27 ottobre 2021.

Il ddl Zan è stato vittima di una crociata da parte della Lega e di Fratelli d’Italia, difensori a spada tratta dei valori della famiglia tradizionale e dei bambini, minacciati nell’educazione da concetti come l’identità di genere. Secondo i leaders della destra italiana il disegno di legge minacciava anche la libertà d’espressione ed opinione, nella paura che l’esprimere il proprio dissenso verso orientamenti sessuali e identità di genere diventasse punibile. Nonostante la libertà di espressione fosse esplicitamente tutelata all’articolo 4, nel quadro del pluralismo delle idee, questa visione ha raccolto evidentemente consensi in Senato. Con 154 voti favorevoli è stata approvata la proposta di Lega e Fratelli d’Italia di non passare alla discussione in aula degli articoli del disegno di legge, la cosiddetta “tagliola”.

Se ci sono dubbi sul fatto che questa legge servisse al nostro ordinamento è sufficiente guardare i dati sugli episodi di discriminazione fisica e non, ma anche le reazioni dell’opinione pubblica. Il contact center Gay Help Line, al quale rivolgersi se si è vittima di questo tipo di discriminazioni, ha ricevuto tra il 2020 e il 2021 oltre 20 000 richieste in un anno, circa 50 al giorno, registrando un aumento in percentuale dall’11 al 28%. Inoltre, con la pandemia e i conseguenti lockdowns sono aumentate vertiginosamente le segnalazioni di cyberbullismo nei confronti di studenti LGBTQ, il 30% ha segnalato episodi di questo genere. La reazione all’affossamento del ddl Zan da parte dell’opinione pubblica e soprattutto da parte della comunità giovanile, affidata principalmente ai social, dà invece una percezione chiara di quanto la classe politica e l’ordinamento stiano rimanendo lontani dalle conquiste odierne in materia di diritti, creando una spaccatura con le nuove generazioni sempre più difficile da colmare.

Dal 27 ottobre 2021 dovranno passare almeno 6 mesi prima che un disegno di legge simile possa essere presentato, nel frattempo le discriminazioni e le violenze subite per l’orientamento sessuale, il genere, l’identità di genere e la disabilità continueranno a rimanere impunite in quanto tali. Tra il Wyoming degli anni 60 e l’Italia del 2022 la differenza, in fondo, non è poi così grande.

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