Aiuto ho preso il covid!
Ho fatto il possibile per evitarlo. Come una concorrente di Squid Game, ho schivato con tutte le mie forze eventi sociali, feste, aperitivi, pranzi e cene per arrivare negativa all’ultimo livello. Ho provato sensi di colpa per aver ceduto anche solo ad un semplice caffè con un’amica, e ho trascorso i giorni seguenti a ricostruire tutte le dinamiche per assicurarmi di avere seguito le esatte procedure. Ho sviluppato una paura sociale, una sorta di isteria da luoghi al chiuso, ho preso la febbre pur di restare all’aperto con due gradi. Però poi per quanto abbia provato a schivare il virus, per quanta attenzione posso avere avuto, per quanto abbia provato a mettere in stand-by la mia vita in attesa di “quando si potrà”, un giorno ho scoperto di aver avuto un contatto con un positivo.

Chi dopo due anni di pandemia non ha ancora ricevuto una chiamata così è fortunato a non sapere cosa vuol dire passare giorni con un senso di ansia e angoscia ripensando dettagliatamente a quale tipo di contatto si è avuto con la persona risultata positiva. Le avrò stretto la mano? Sono stata a meno di due metri? Ce l’aveva la mascherina? Insomma se anche il Covid non ce l’hai, probabilmente ti verrà un esaurimento nervoso.

L’isteria da contatto con positivo aumenta ogni ora, ti persuade e ti suggestiona al punto che sviluppi una ipocondria tale che i sintomi li percepisci anche se non ne hai. Ogni giramento di testa, seppur dovuto a un calo di zuccheri, ti fa pensare di essere positivo. Hai fumato dal nervosismo 10 sigarette in un minuto, ma il mal di gola è dovuto sicuramente al covid. Un crampo al piede? Ho il covid. Non ho digerito? Poi alla fine io il covid l’ho avuto davvero e neanche in maniera lieve. Il vaccino ha sicuramente fatto il suo dovere, ma ho passato alcuni giorni non proprio sereni. Febbre, male alle ossa, male alla gambe, mal di testa e il naso completamente tappato.

Quando sono venuta a conoscenza della mia effettiva positività non ho avuto una reazione estrema. In un modo o nell’altro “lo senti”, e la crisi di panico l’ho diluita nei giorni precedenti all’esito del tampone. Insomma, una volta accertato, mi sono semplicemente rassegnata e sigillata in camera. La mia camera è adiacente ad un bagno, e fortunatamente casa mia è abbastanza grande da permettermi un isolamento senza dovere condividere spazi con il resto della famiglia. Ma il timore di avere potuto comunque contagiare i miei genitori mi ha afflitta per molto tempo. Dalla mia camera facevo chiamate al miei genitori al piano di sotto chiedendo ogni due ore come stessero.

Le giornate si allungano quando non ci sono orari. Presto o tardi diventano relativi. L’unica cosa che scandisce le giornate sono i pasti, lasciati su in vassoio fuori dalla porta. Se all’inizio la novità di mangiare sdraiata sul letto, stile antico romano sul triclino, sembrava divertente, al terzo giorno ho finalmente compreso perché nessuno generalmente lo fa. Mal di schiena, briciole tra le coperte, e forchettate traballanti fino alla bocca che due su tre finivano sul materasso.

Onestamente non ho fatto nulla durante i 14 giorni di isolamento. Non mi sono riscoperta pittrice, sportiva, lettrice di poesie d’amore, o esperta di cinema, come durante il lockdown del 2020. Ho scritto la mia tesi e lavorato su un articolo, ma senza troppe ansie. Mi sono abbandonata alla pausa forzata e ho riposato quanto più potevo. Ho osservato le giornate trascorrere dalla finestra, ringraziato ogni giorno per per la fortuna di aver contratto una forma lieve di infezione e ho riflettuto su quanto sono stanca. Stanca di questa situazione, stanca di questa paura di vivere, stanca di questo covid.

Tanta gente ha sofferto la malattia, così come la fame, così come la depressione. Tanta gente non ce l’ha fatta a causa della malattia, a causa della fame e a causa della depressione. Quando ho saputo di essere positiva mi sono arrabbiata tanto, e ho di istinto colpevolizzato quella povera persona che a sua insaputa mi aveva contagiata. Inconsciamente ho provato rabbia per una persona che effettivamente non voleva farmi male, e quando mi sono accorta dei pensieri che stavo facendo, mi sono vergognata di me stessa. Chi possiamo biasimare per questa situazione? Con chi possiamo prendercela? A chi possiamo dare la colpa? Ma poi alla fine, ne vale veramente la pena? Dopo due anni vissuti tra bollettini agghiaccianti, terapie intensive allo stremo, intere generazioni culturalmente penalizzate da una DAD imposta, categorie di lavoratori in ginocchio, la stanchezza mentale è tangibile in ognuno, lo sconforto è evidente, e la paura resta presente nelle sue molteplici forme. Non ci può essere posto per la rabbia che è sempre poco costruttiva, non possiamo correre il rischio di biasimare e colpevolizzare qualcuno al fine di sperare di sentirci meglio. Non so se ne sono uscita migliore, so per certo che ho voglia di migliorarmi.

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