«I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.» con queste parole si chiude “Le mani sulla città”, quarto film dello storico regista partenopeo Francesco Rosi; una pellicola pericolosamente vicina al ritratto dell’Italia attuale. LE MANI SULLA CITTÀ: IL FILM CHE NON INVECCHIA MAI Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il film è ambientato a Napoli nel 1963, dove un palazzo crolla in pieno giorno causando la morte di due persone ed il ferimento grave di un bambino.

Viene aperta un’inchiesta che porta alla luce un giro di speculazione edilizia in cui sono coinvolti il consigliere comunale monarchico Edoardo Nottola (magistralmente interpretato da Rod Steiger) ed altri membri del suo partito.

A contrapporsi a Nottola, c’è il consigliere della sinistra De Vita (interpretato oltretutto da un vero sindacalista, così da rendere la vicenda ancor più realistica).

Il tutto culmina in un turbinio di corruzione e giochi di potere a cui non manca di partecipare anche il terzo polo politico.

Questo film costituisce un’impietosa testimonianza a tratti documentaristica sul malaffare, la mala politica e sul mito del denaro, che vale più di ogni palazzo inagibile.

Vengono perfettamente rappresentati quegli anni Sessanta nell’Italia del dopoguerra in pieno boom economico, dove la speculazione edilizia raggiunse vette altissime.

Il centro-sud, fu appunto una zona particolarmente interessata da questo fenomeno: oltre a Napoli pensiamo ad esempio al cosiddetto “sacco di Palermo” o ai “palazzinari” di Roma, che contribuirono a cambiare per sempre il panorama delle nostre città.

La mancanza o il mancato rispetto di una legislazione urbanistica adeguata permise di costruire praticamente ovunque, spesso non rispettando nemmeno le norme antisismiche e di sicurezza in generale.

La fotografia che ci regala dell’Italia del secolo scorso differisce poco o nulla da quella attuale e molteplici casi di cronaca non fanno che ricordarcelo: l’ossessione di elezioni e campagne elettorali infinite, abusi e irregolarità da parte di cariche pubbliche, speculazioni reiterate con cui viene messa a rischio anche l’incolumità delle persone.

È Roberto Saviano che analizzando questo film parla del peso che Rosi vuole porre sulla morale. In una scena del film durante le verifiche viene detto: “È stato fatto tutto in regola” e il consigliere De Angelis controbatte: “Loro sono sempre in regola, ma è la regola che non funziona”. Qui giace l’essenza del film, che fa da cartina tornasole dell’Italia tutta, ovvero che la morale dovrebbe essere al di sopra di quella che è la legge, la riflessione politica dovrebbe essere ben oltre la regola scritta.

La grandezza di Rosi sta nell’alto impegno civile che traspare dalle sue opere. Le immagini sono cariche di una forza polemica e politica che definire “di denuncia” sarebbe riduttivo. Lo stesso Rosi durante un’intervista con Giuseppe Tornatore spiega: “Vedi, si parla sempre di cinema di denuncia, ma denunciare è una cosa seria, per farlo occorrono prove. Io analizzo la situazione, cerco di capirla e di farla capire. Come non mi stancherò mai di ripetere, a me basta che gli spettatori capiscano che spesso la verità non ha molto a che vedere con la realtà”. Il fine ultimo difatti è proprio quello di strappare il velo di maya, mostrarci la vera natura della società e portarci a una più alta e piena consapevolezza di ciò che ci circonda.

Proprio per questo il regista realizza un cinema della realtà, che richiede un continuo studio della materia attraverso testimonianze, documenti e partecipazione. Nelle settimane precedenti al film gli sceneggiatori passarono diverso tempo ad assistere ai consigli comunali della città e molti degli attori che presero parte al film non erano che veri giornalisti, passanti o abitanti dei quartieri popolari.

La pellicola, vincitrice del Leone d’oro a Venezia, si contraddistingue per la sua lucidità e possiamo dire premonizione, soprattutto nel momento in cui i consiglieri non indagati alzano le mani al grido “le nostre mani sono pulite”, una scena ancora oggi fortemente suggestiva.

L’eccezionalità di questo film sta nel coraggio e nella profondità di lettura che caratterizzano il racconto di una tragedia nazionale politica e sociale che da decenni fa parte della nostra storia. Fortunatamente, della nostra storia, farà sempre parte anche un regista come Francesco Rosi, che con la sua visione del mondo e la sua sensibilità artistica ci ha regalato opere immortali ricche di riflessione.

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