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Perché è ancora oggetto di discussione, nel nostro Paese, l’uso del femminile per determinate professioni, mestieri e ruoli istituzionali? “Deputata”, “sindaca”, “ministra”, “architetta”, “ingegnera”, “rettrice” e così via, sono solo alcuni dei nomi che, ad oggi, sono ancora discussi e/o rifiutati da parte di molti italiani e italiane. Ma quali sono i motivi alla base di ciò? Forse, si pensa che si vada contro le regole della grammatica italiana? O si tratta di altro? Magari, siamo solo abituati a considerare il maschile come neutro. E per questo non risulta spontaneo declinare i nomi al femminile? Ma perché infermiera sì e avvocata no? Le resistenze all’uso dei femminili professionali Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Occorre, dunque, fare un approfondimento su tale argomento per comprendere le diverse polemiche, domande e obiezioni, scaturite negli anni.

Cos’è che crea così tanta riluttanza ancora oggi?

Dall’elezione di Virginia Raggi a sindaca nel 2016, all’elezione di Antonella Polimeni a rettrice dell’Università La Sapienza di Roma nel 2020, sono state parecchie le controversie, soprattutto nei social network, riguardo la declinazione al femminile delle loro professioni e non solo. È importante mettere in evidenza il fatto che le donne sopracitate sono donne professioniste salite ai posti più alti delle gerarchie politiche e istituzionali che spesso, da molti italiani ed italiane, vengono definite con titoli di genere maschile. Dunque, si tratta più di un dibattito pubblico che di una discussione scaturita dall’Accademia della Crusca (che, d’altra parte, si è dichiarata favorevole all’uso dei femminili professionali). Ecco, dunque, i motivi che sono stati dati più frequentemente dinanzi al rifiuto della declinazione al femminile delle professioni.

“I femminili sono cacofonici”

  • “I femminili sono cacofonici” ossia suonano male. Innanzitutto, suddetta motivazione risulta essere abbastanza soggettiva in quanto le parole le usiamo perché ci servono e non perché ci piacciono come suonano. Tuttavia, bisogna tenere in considerazione che magari, la resistenza all’uso delle forme femminili, apparentemente nuove, rispetto a quelli tradizionali maschili, deriva dal fatto che, abitualmente, usiamo nomi che conosciamo e che hanno fatto parte delle nostre esperienze e della nostra realtà; pertanto, le molte altre parole che non conosciamo non le usiamo appunto perché, semplicemente, non corrispondono a qualcosa di cui abbiamo fatto esperienza. Infatti, se ci riflettiamo su, la questione ha cominciato ad assumere sempre più importanza da quando sono iniziati i cambiamenti dal punto di vista sociale ed istituzionale; nella fattispecie, da quando le donne hanno cominciato a ricoprire determinati lavori e determinate cariche.

A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: perché dire infermiera sì e avvocata no? Molto probabilmente perché il problema sembra porsi, non tanto per i lavori medi (visti come normali), ma per gli incarichi di prestigio, soprattutto sotto il profilo istituzionale. Ciò vuol dire che forme come “assessora e “magistrata” sembrerebbero dare abbastanza sgomento.

“Si è sempre detto così”

  • Tale motivazione sembra legarsi all’uso del maschile senza connotazione di genere, ossia il cosiddetto “maschile neutro”. Effettivamente, ciò non stupisce in quanto siamo sempre stati abituati a comunicare parlando, in generale al maschile; Ciò non toglie che si ha avuto, come conseguenza, pensare che usare i nomi delle professioni al femminile vada contro le regole della grammatica italiana. Tutto ciò non è propriamente così, da una parte è utile tener presente che ciò che molti considerano come “nuovi femminili”, in realtà, non lo sono affatto, in quanto sono solo forme rimaste “dormienti” perché non servivano in passato, ma ora sì. Dall’altra, è necessario affermare che non è grammaticalmente sbagliato la declinazione al femminile dei mestieri, come spiegato ampiamente dalla sociolinguistica Vera Gheno nel suo libro “Femminili singolari”.

Recentemente, è stato oggetto di accese dispute sui social, l’episodio della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, la quale, all’ultimo festival di Sanremo, voleva farsi chiamare “direttore” anziché “direttrice”. Il fulcro centrale di questa discussione si lega al fatto che con un’affermazione del genere, poteva passare l’idea per cui il nome al maschile poteva dare più importanza al ruolo, di quanto lo possa fare declinandolo al femminile. Effettivamente, se volessimo andare in difesa di quanto detto da Venezi, un direttore d’orchestra può essere, anche, chiamato “maestro”; ergo la direttrice d’orchestra può essere chiamata “maestra”. Il problema è che quest’ultimo nome non fa pensare subito ciò ma ad altro. Si tratta, dunque, di un pregiudizio linguistico dovuto come sempre ad un’abitudine del nostro modo di usare il linguaggio.

Ciò nonostante, possiamo dire che avere pregiudizi è normale; ma, come tutti i pregiudizi, esso può essere cambiato, anche solo con un uso più frequente della parola.

“Sono solo parole”

  • C’è chi crede che i termini utilizzati per definire determinati lavori al femminile non abbiano pertinenza, se alla fine il ruolo è quello che è. Tuttavia, c’è da dire che le parole hanno un loro peso in quanto ci definiscono agli occhi degli altri. Pertanto, utilizzare i femminili professionali può contribuire a normalizzare la loro presenza, sotto gli occhi delle persone. Eppure, risulta ancora difficile per alcuni accettare che una lingua possa essere cambiabile per adattarsi proprio a descrivere una realtà in continuo mutamento.

Insomma, i motivi, o meglio, le obiezioni risultano essere tante all’interno del dibattito pubblico, anche se come abbiamo visto le contestazioni sono risultate esserne altrettante.

In ogni caso, è utile dire che è corretto usare i femminili professionali ma non si può affermare che sia sbagliato non usarli. In conclusione, le varie discussioni emerse derivano, in verità, da una sensibilità linguistica ispirata alla parità fra i sessi. D’altronde come disse Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, “perché la lingua cambi devono prima di tutto cambiare le cose”.

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