I drammi dell’incomunicabilità nell’era della post-democrazia

Il fenomeno del bullshitting è una delle più diffuse alterazioni comunicative che consiste nel far circolare una serie di informazioni che hanno il solo obbiettivo di fare audience senza verificare o interessarsi al livello di falsificabilità di esse. Falsificabile, termine di popperiana memoria che relativizza la verità, è l’insieme delle informazioni che nelle democrazie liberali sono liberate dal totalitarismo e dal pensiero forte. Ciò significa che chi diffonde le informazioni, in teoria, dovrebbe mettersi al riparo dalla menzogna. Tutto ciò valeva quando la democrazia non aveva un alto livello di comunicabilità. Quando ancora non esisteva internet e sopratutto quando l’informazione circolava con più lentezza. La comunicazione informatica ha modificato il carattere tradizionale della democrazia, virtualizzando l’opinione pubblica e la stessa società civile.
La società civile è diventata sclerotica, dominata dai costituzionalismi procedurali, essa è diventata parte integrante di un processo post-democratico.
Se nella democrazia il giornalista è il dominatore dell’informazione; nella post-democrazia il bullshitter  diventa il principale giocoliere ed assume il potere di modificare l’opinione pubblica basandosi sul mantenere alto il livello emozionale della società civile.
Egli è una gola profonda della appetibilità pubblica della notizia.
Il Bullshitter si muove nei meandri della comunicazione e diventa così il sicario della videocrazia. Esso domina le azioni comunicative  non solo nel giornalismo ma anche nelle produzioni radio-televisive.
Paradossale: la comunicazione è la causa stessa dell’incomunicabilità. Rendere tutto virtuale
in forma selvaggia ha fatto perdere agli individui la volontà e la necessità di poter relazionarsi seguendo il principio aristotelico che “l’Uomo è un animale sociale”.
Oggi quanti individui hanno difficoltà nel generare un’azione relazionale e quanti soffrono di depressione e di solitudine in una prigione senza sbarre?
Così la società civile post-democratica è più sofferente di incomunicabilità e di solitudine nell’era del web, che quando si scriveva con inchiostro e calamaio.
Karl Popper, il noto epistemologo austriaco scomparso a Londra nel 1994,  nella sua opera “La società aperta ed i suoi nemici” non ha tenuto in considerazione la possibilità della fine della democrazia tradizionale. Forse l’avrebbe solo intuito prima di passare a miglior vita.
L’idea di società aperta però dovrebbe presupporre anche una democrazia che si evolva e cambi forma nel tempo.
Una società aperta, libera quindi dai pregiudizi, dovrebbe svilupparsi come una sorta di comunità “Open Source” in cui si attua un processo di creazione, non di nuovi mezzi di comunicazione, ma di reti umane reali che interagiscono fra loro.
Oggi il ripristino della cultura della verità e della comunicabilità segnerebbe la fine della
video-crazia e l’inizio di una vera democrazia relazionale.

Media4tech di Claudio Palazzi

Piernicola Nobili

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