Obsolescenza programmata: cos’è e come contrastarla

“Se un consumatore vede un prodotto che costa il 30 o 40% in meno e sembra funzionare ugualmente bene, e se non sa nulla del ciclo di vita del prodotto, come il fatto che l’apparecchio è destinato a rompersi dopo due anni, invece di dieci, è ovvio che sceglierà quello più economico”. Questo è ciò che afferma Pascal Durand, autore della relazione sulla durata dei prodotti del Servizio di ricerca del Parlamento europeo.

Cos’è l’obsolescenza programmata?

Per obsolescenza programmata si intende la produzione di beni di consumo non duraturi nel tempo e destinati ad avere un orizzonte temporale di funzionamento prestabilito, passato il quale smettono di funzionare. E’ come se all’acquisto di determinati oggetti si attivasse un timer atto a decretarne la “ morte “. Ciò è dato dalla progettazione di tali beni, finalizzata ad impedirne la riparazione. Il semplice utilizzo di viti al posto della fusione delle parti renderebbe più agevole il ripristino. Un sondaggio Eurobarometro ha rivelato che il 77% dei consumatori preferirebbe poter riparare un oggetto rotto, anziché doverne acquistare uno nuovo. Ma dimostrare l’effettivo utilizzo di tale modus operandi al livello di produzione è molto complesso. 

Le origini 

Nella prima fase industriale a cavallo tra il 1800 e il 1900 le industrie progettavano i lori prodotti puntando in primis sulla qualità degli stessi. Qualità che nella maggior parte dei casi era quindi sinonimo di una buona durata del prodotto. Il processo produttivo era caratterizzato dall’utilizzo di materiali resistenti e una progettazione del prodotto finalizzata a garantire la massima performance dello stesso. Ma queste caratteristiche del processo industriale si persero con il passare del tempo. Le aziende si accorsero infatti che i loro guadagni dipendevano negativamente dalla durata dei loro prodotti. La ricerca sfrenata dei profitti portò quindi le aziende a fare marcia indietro sulla durata del prodotto. Dovendo agire sui materiali usati nella produzione del bene e sulla sua progettazione.

Le prime applicazioni

Agli inizi del 1900 infatti i maggiori produttori di lampadine crearono il “ Cartello di Phobos”. Vennero cosi fissati vari standard circa le caratteristiche delle lampadine, tra i quali la durata massima. Tale durata doveva essere di 1.000 ore, nonostante fosse possibile produrre lampadine dalla durata di ben 2.500 ore. Questo è stato il primo caso di obsolescenza programmata, anche se il massimale della durata non venne però attuato dalla maggior parte delle aziende. 

Nel 1932 invece, Bernard London propose che fosse imposta l’obsolescenza “ pianificata “ alle imprese per dare impulso ai consumi negli Stati Uniti durante la grande depressione. Nello stesso periodo venne creato il nylon e venne utilizzato per la creazione di calze da donna. Queste calze erano più resistenti e si rovinavano con più difficoltà. Per tanto nell’azienda chimica DuPont, dove venne sintetizzato il nylon, fu dato mandato ai chimici di indebolire la fibra che gli stessi avevano creato. Il motivo era l’eccessiva durata di queste calze, che aveva diminuito il giro d’affari dell’azienda.

L’obsolescenza psicologica

Molti pensano che l’obsolescenza psicologica sia una pratica recente, ma in realtà pone le sue fondamenta intorno alla metà del 1900. L’Americano Brooks Stevens diede una chiave di lettura diversa all’obsolescenza programmata, più subdola. Voleva infatti “ instillare dell’acquirente il desiderio di comprare qualcosa di appena un po’ più nuovo e un po’ prima del necessario”. La finalità era innescare nuove necessità nei bisogni dei consumatori, agendo sui loro gusti. Tutto ciò servendosi delle innovazioni tecnologiche. Per Stevens non vi era alcun problema di rifiuti determinato da tale pratica, poiché i beni in disuso sarebbero stati venduti di seconda mano a consumatori meno agiati. L’obsolescenza psicologica non punta al decadimento meccanico del prodotto, ma alla perdita di fiducia del consumatore verso il bene stesso.

Il fatto che molti componenti che costituiscono l’automobile siano composti di plastica anzichè metallo o vetro ne è la prova. La plastica è infatti più esposta al deterioramento dovuto agli agenti atmosferici e al trascorrere del tempo. Facendo cosi risultare la vettura rovinata con il passare degli anni e quindi meno affidabile, nonostante svolga a pieno regime la sua funzione essenziale. Tale tecnica è molte volte accompagnata da un utilizzo sfrenato della pubblicità. La quale induce il cliente a pensare che il nuovo prodotto possa avere prestazioni di gran lunga superiori a quelle del precedente. Soprattutto se parliamo di dispositivi elettronici come pc, smartphone o televisori.

L’obsolescenza informatica

Un tema molto caldo è quello dell’obsolescenza informatica. Ad Ottobre 2018 l’antitrust ha multato Samsung e Apple per la cosiddetta obsolescenza . Le due società, secondo l’Authority, avrebbero “indotto i consumatori a installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti”. Diventando tra l’altro la Prima condanna al mondo riguardo l’obsolescenza programmata. L’obsolescenza informatica ha la stessa motivazione delle altre: limitare la durata del prodotto per indurre nuovi acquisti. Molti apparecchi possiedono un sistema di controllo interno. Quindi uno smartphone può decidere di aver esaurito le proprie funzionalità. Di aver completato il suo naturale ciclo vitale.

Le azioni dell’Unione Europea

In Europa tale pratica costa agli utenti una cifra vicina ai 100 miliardi di euro l’anno. Cifra da capogiro che danneggia sia le tasche dei consumatori che l’ambiente. L’obsolescenza contrasta infatti i principi dell’economia circolare, rendendo impossibili riutilizzo, riparazione e riciclo dei prodotti nel tempo. I deputati del Parlamento hanno esposto a gran voce che i prodotti in vendita sul mercato avere standard più elevati. Partendo con l’innalzamento del livello di resistenza degli stessi. Per far ciò è necessario imporre standard prefissati, coordinandosi con le organizzazioni europee di normalizzazione.

Il già citato Pascal Durand ha proposto una rimodulazione della progettazione dei prodotti. E’ infatti necessaria la costruzione modulare dei beni, affinché siano facilitate le modifiche e gli aggiornamenti. Servendosi di materiali e tecniche facilmente sostituibili. Cercando di evitare la fusione delle parti e incoraggiando l’utilizzo di viti. Il Parlamento vuole prendere di petto la questione. Affrontando uno dei problemi più difficili da far emergere, ovvero la costruzione di difetti specifici in un dispositivo finalizzati alla sua rottura entro un determinato arco temporale. Ma ovviamente questa pratica risulta difficile da dimostrare.

Dei rimedi sono possibili

Sono necessarie etichette più chiare. L‘Eurobarometro afferma che più del 90% degli europei ritiene che i prodotti debbano essere contrassegnati in maniera più chiara e lampante per indicare la loro longevità. Ovviamente sono le imprese ad essere preoccupate dell’innalzamento della qualità dei prodotti e di una scenario nel quale la domanda di determinati beni scenderebbe drasticamente. L’aumento della durata dei prodotti, rappresenta quindi una sfida per i produttori. Potendo avvantaggiare le piccole e medie imprese. Appare quindi necessaria una regolamentazione più stringente che da un lato imponga etichette più chiare, indicando l’effettiva durata del bene, e dall’altro aumenti la vigilanza sul processo produttivo delle imprese coinvolte in questa dannosa pratica. 

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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